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4 agosto 2017

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Cari amici,

oggi presento in anteprima il primo capitolo del libro “Il collezionista di ernie” scritto da Roberto Bovati. Si tratta di un testo che trovo ironico ma allo stesso tempo sarcastico. Ho avuto modo di conoscere questo artista della “fatica” nella sua casa abitata da tanti gatti e dal fedelissimo cane al quale dedica tante cure. Spero che il testo possa piacere anche a voi.

Buona lettura.

Sante

 

IL COLLEZIONISTA DI ERNIE – CAPITOLO 1

Che la presente narrazione parta dall’inizio o dalla fine, che abbia un criterio cronologico o un impianto letterario tale da restarci impresso nei secoli dei secoli, ormai poco importa. Lo si desume dalla facilità con la quale la moderna tecnologia è in grado di portarci avanti o indietro nel tempo senza essere consapevoli dello sforzo che si è prodotto nel breve spazio di un cursore pigiato o di un dito lasciato scivolare su qualche pezzo di plastica. Comincerò dunque dalla parte divertente per questo erniatico errante, le cure osteopatiche. E in particolare quel momento finale dell’incontro medico-paziente, quando l’erniatico viene annodato e abbrancato in una morsa tale da far scrocchiare all’unisono l’intero reggimento vertebrale. Ecco, quel preciso istante è il momento in cui il collezionista di ernie raggiunge il suo stato di grazia. Egli non gode, non sente le campane, non vede le luci dell’aldilà, non si ferma nemmeno in un limbo transitorio tra la vita e la morte. Non si può dire neppure che l’anima si distacchi dal corpo o che avvenga nel suo debole emisfero un dissociamento tale da osservare il proprio corpo dalla vetta della stanza. Oppure che quell’istante faccia decollare nelle sue membra qualche strana cavedanica energia cosmica. No, nel preciso istante in cui il collezionista di ernie viene fatto scricchiolare come una pannocchia turgida, avviene una cosa del tutto insensata: lui ride. Cioè scoppia a ridere. Prima con le labbra, poi con gli occhi e il riso lo pervade dalla bocca dello stomaco fino ai polmoni, poi giunge alle gambe e si stringe sulla fascia esterna del cuoio capelluto. Una risata che non si può fermare, un epico singulto dell’allegria senza freni. A quel punto il medico termina la seduta e indica il rivestirsi e nell’attesa esce dallo studio lasciandoti a ridere a crepapelle, alla tua interminabile incommensurabile ghignata senza tempo. Tu ti rivesti, metti le calze, infili i pantaloni, annodi le stringhe, tendi i lacci del busto, inzacchi la camicia, infili in tasca i tuoi effetti personali, apri la porta e prendi per il corridoio seguitando a sbraitare la tua risata agli altri pazienti della sala d’attesa. Arrivi dalla segretaria per pagare e le fai il cenno di colui che non riesce a fermarsi, estrai il portafogli e paghi e ridi sempre di più. Saluti ridendo a crepapelle e scivoli lungo la strada piegandoti letteralmente in due, scompigliato e avviluppato dal tuo nuovo stato. E nulla serve ad arrestarti, né un palo di traverso sul marciapiede, non una multa per insulto a pubblico ufficiale, nemmeno un qualche anziano che scivola sul deretano. Tu ridi come lo facessi di professione e quante più grigie occasioni ti dà la città per ricomporti, altrettante ne corrispondono per assiderarti di ghignate.

Era stata quella partita di calcio a ridurmi in questo stato. Anzi, quei trecentocinquanta quintali di legna che avevo finito di spaccare. La lavastoviglie di mia zia che avevo portato su da solo fino al terzo piano. Mezzo camion di piatti e stoviglie scaricate di fretta. Oppure sei volte su e giù dalla scala con il cane in braccio. Mia figlia in spalla per tutta la recita di suo cuginetto. Da non trascurare che sempre in quei due giorni precedenti al collasso erniatico avevo strappato a mano l’erbaccia tra quattordici file di cavolfiori di centocinquanta metri.

Sono un collezionista di ernie. Non ho avuto nessuna pietà di me stesso nel corso di questo mezzo secolo. Potrei seguitare per delle ore alla ricerca del peso che ha fatto traboccare il vaso, ma giungerei sempre al punto di origine, che il mondo ha un gran peso e me lo sono portato tutto addosso. All’uomo moderno basta un pollice per trasformare la realtà che lo circonda, appunto lo sfiorìo di un tasto o di un sensore, un comando vocale, addirittura il concepimento di una intenzione. Io appartengo a una civiltà sepolta che conosce un’unica realtà per l’affermazione della propria categoria, lo spostamento delle cose. Una specie che sopravvive solo grazie al continuo spostamento di cose. E che dal suo spostamento ne trae giovamento e deperimento.

Undici ernie solo sulla colonna vertebrale, alcune che spingevano all’interno e altre, le peggiori che comprimevano sul midollo spinale. Una roba del tutto seria, altro che ridicola. Stavano tutte lì nascoste, come un battaglione pronto all’arme, in attesa di un comando superiore che desse il segnale di sprigionarsi verso il nemico. Il segnale fu dato in una mattina insipida e zuppa di umidità. Fu uno starnuto a cielo aperto e l’erniatico errante in un solo momento si trovò a terra a imitare il suo cane, muovendosi in quell’unica maniera per non farsi male, raggiungendo ogni luogo della sua bisogna a carponi, fino a trasferirsi da un posto all’altro strisciando come un lombrico e rigirandosi sottosopra come fa un pesce fuori dall’acqua prima di morire. E ogni rigiramento errato o deviante dal nuovo protocollo cinetico costituiva estremo dolore il cui solo conforto stava nel trovare di volta in volta una giusta posizione che allontanasse la sofferenza. Quali sono i limiti di definizione tra la sofferenza e il dolore? Come si poteva dare a questo patimento una sola connotazione fisica che non tenesse conto anche di tutta quella irragionevolezza della psiche che definisce il suo intrinseco male? Ed era in grado il mio limitato encefalo di porre in congedo alcuni recettori e trasformarli in qualcosa fino allora mai vista? Di cosa vivevo in quei momenti se non di vani tentativi di catalogazione degli effetti di quei tessuti che si muovevano per effetto del caos all’interno del mio corpo? Era pena? Disturbo? Afflizione? Tormento? Dispiacere o travaglio?

Lo avrei saputo solo nel momento in cui il mio corpo si fosse reso scevro dalla condizione dell’anima. L’unica cosa che realmente sapevo sul corpo e sul suo dolore era che il corpo effettua il movimento e la sofferenza accorre nel preciso momento in cui tale corretto movimento viene negato. Ci vuole rigore e grande spiritualità per sostenere la pura contemplazione delle cose immote, per adeguare il proprio pensiero dal movimento al non movimento. E io non l’avevo. Un solerte materialista del mio calibro non poteva ancora abbonarsi alle cose della suprema contemplazione, non fino a quando il compimento del suo destino era di spostare l’ultima pietra da un cumulo verso un altro cumulo.

In quei giorni strisciavo da un ambulatorio all’altro, di ospedale in ospedale a cercare una soluzione che fosse plausibile con quelle nuove regole che lo stato aveva disposto per tutti i suoi cittadini che recavano dolore. Lo stato si era scrollato di dosso la compassione per dire ai suoi sudditi che era giunto il tempo di arrangiarsi da soli. Dove non sborsavi denari non ottenevi guarigione. Ognuno demandava la tua guarigione a un altro, ma se a quell’altro non davi denaro rimanevi a strisciare per terra. Erano giorni in cui la Russia si adoperava ad aiutare il regime siriano, il Papa entrava nel congresso per attaccare liberamente quelli che vendevano armi, il primo uomo di Israele dichiarava che l’olocausto nacque dal suggerimento di un palestinese, la barba di mio padre si faceva sempre più bianca e in Italia un uomo in pensione, proprio come un americano, sparava alle spalle di un presunto ladro che scappava lungo le scale. Questo è movimento! Non le idee, le argomentazioni astratte e illogicamente concatenate le une alle altre senza un necessario appiglio materiale. Per quanto non perfettamente misurabile, un proiettile corre più veloce di un pensiero. E a questo punto non so nemmeno se produce più dolore l’effetto di un pensiero o quello di un proiettile.

Insomma che cosa produce la spietata idea che la sopravvivenza sia legata allo spostamento delle cose? E’ una questione subliminale che porta con sé la stessa distinzione che si fa tra il movimento delle piante e quello degli animali, oppure lo stesso paradosso di Zenone quando ci dice che la freccia che hai scoccato non arriva, la aspetti e cavolo!… non arriva che non arriva! Potremmo apportare continue negazioni al fatto che per sopravvivere bisogna spostare pesi, ma resta il fatto poco protervio e lateralmente insublime che io stesso medesimo, frutto marciulento della società post-atomica, all’avanguardia nelle idee retrive, collezionavo ernie.

Non ci vuole molto a farlo, anzi, è un vanto che possono avere perfino i butteri della Maremma e in ulteriore analisi una cosa che ci accomuna nelle cartelle cliniche. Ma di ridere, ridere a crepapelle sulla gravità di ciò che ti è capitato, era un vanto unicamente mio.

E mia figlia, la più grande luce dei miei occhi, colei per la quale la vita assume un senso pieno, nel momento dell’imitazione canina disse questo:

– Papino bello, ma perché cerchi di somigliare al nostro cane? –

– Figlia cara, quando avrò lasciato questa valle di lacrime ti lascerò un ricordo più che mai originale

– Cioè un regalo? E quale? –

– A suo tempo figlia, a suo tempo… –

Le avrei lasciato le mie vertebre, senza dischi, coricate nella terra insieme con le mie carni a dare cibo ai vermi. “Mi riesumerai tra vent’anni e avrai la mia parte più importante da appendere sulle pareti della tua casa, quando al tuo fianco avrai per buon marito un impiegato di ufficio oppure un banchiere, intorno dei figli maschi e delle figlie femmine.” Le mie vertebre senza dischi. Per questo avevo già fabbricato un supporto dove appenderle, correttamente distanziate una dall’altra, le lombari con le lombari, le sacrali verso il basso… insomma tutto come nella giusta sequenza, racchiuso dentro una teca di vetro con un gancio in modo da poterle appendere nel più remoto angolo della casa. Ma ben visibili, a ricordo di un essere estinto, un essere di fatica, che pur nel ventunesimo secolo del Cristo seguitava a concepire la vita alla stessa stregua di un suo predecessore presocratico.

A questo punto una impavida sceneggiatura del cinema moderno dopo aver compiuto la sua ellisse temporale e chiuso il ciclo della narrazione sulla soggettiva delle mie spudorate vertebre dentro la teca, necessita di un salto nel mezzo della vicenda, in quel lasso di tempo che intercorre dal trattamento medico alla dipartita finale del mio stanco corpo. Ovviamente tra una serie di appositi effetti sonori campionati. E’ lì che vediamo il nostro paziente erniatico sfoderare tutte le sue risorse per mutare il suo atteggiamento nei confronti di quell’ultima fetta di vita che lo distanzierà irrevocabilmente dalle sue abitudini precedenti per scaraventarlo verso un nuovo destino. Tutto questo in un virtuosissimo piano sequenza dove il nostro protagonista erniatico affronta una dietro l’altra le prove per venire assunto in diversi uffici dove il tenore di fatica fisica è talmente ridotto al minimo che la tragedia più immane è il rischio di addormentarsi mentre solleva una biro. Eccolo il nostro eroe che con pettinatura compatta e pantaloni turchesi inamidati incontra il direttore della sua banca chiedendogli con tutta la gentilezza a lui donata dal creato di cedergli il posto e di passare a dirigere altro istituto. La sequenza prosegue con un muto intradiegetico e lui che si alza per dirigersi alla seconda porta che è già trasformata in ufficio postale, dove esegue la stessa richiesta al massimo esponente del caso, la quale risposta è simile alla prima e il suono intradiegetico cambia da silenzio in lieve distorsione elettronica di un quartetto di Mahler. Di qui la macchina da presa sull’azimut a scandagliare la sezione di un gigantesco corridoio con molteplici porte dentro le quali scrivanie e armadietti dove le scene si ripetono per più volte fino a quando il sonoro extradiegetico sommerge ogni possibilità di doppiaggio del nostro eroe, che vira di porta in porta senza trovare risposta alcuna alle sue richieste. Per ultimo un ufficio in fondo al labirinto, un ufficio con finestra e che interrompe il piano sequenza e la claustrofobia dello spazio precedente per aprirsi in un campo e controcampo dei duellanti di qua e di là della scrivania. Il quartetto cala di volume e piano piano salgono le due voci, di cui trascuriamo quella del datore di lavoro e trascriviamo solo quella del nostro collezionista di ernie, montandola come fosse un pieno monologo:

– Vede signor Bertani, non sarei qui se non fosse per questa mia tutta nuova situazione… forse avrei continuato per il resto dei miei giorni a spaccare legna o a scaricare camion… ma vede, se mi trovo qui in questa situazione penosa, a chiedere di fare il suo lavoro è per il fatto che non sono più in grado di affrontare le grandi fatiche che ho sempre affrontato… no, non ho mai avuto una assicurazione, no, non ho mai pensato che la vita avesse bisogno di essere assicurata… bollini per la pensione… no, nemmeno questi ne ho mai avuti… vede, io ho sempre spostato cose e questo mio spostare ha dato da mangiare a me e alla mia famiglia… solo oggi non sono più in grado di fare la stessa cosa… il mio compito è di dare un futuro a mia figlia, far si che lei creda in me così come io credo in lei… del resto signor Bertani… in tutta onestà… mi accorgo solo ora che questo mondo è diventato troppo pesante per me… -

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1 - oro nel Ticino

2 -TURBIGO – Oggi, siamo andati alla ricerca di un po’ di frescura sul Ticino, grazie all’amico Christian che possiede una di quelle barche a fondo piatto con le quali è possibile risalire il fiume.  Oltre ad essere benedetti dalla poca acqua del fiume (ma sufficiente a farci star bene), ci siamo imbattuti in un cercatore d’oro. Stava spostando i sassi superficiali per arrivare alla sabbia che vi riposa sotto, segnando così una serie di percorsi visibili agli uomini del Ticino.

Gli abbiamo chiesto cosa facesse sulla sponda del Ticino il 4 agosto 2017, con i sassi che scottano e una temperatura vicina ai 40°C. Cercava l’oro ‘cribiando’ e lavando la sabbia e ci ha mostrato come fare a individuare le pagliuzze. Per il suo lavoro, sotto il ‘rabatòn dal sò’, consuma una decina di litri di acqua al giorno e ci ha detto che questa attività, svolta negli ultimi anni, l’ha fatto dimagrire di 20 kg. Ci crediamo, ma resiste3 - 20170804_153738re bevendo acqua calda non è il massimo, anche se dà la forza sufficiente per continuare a cercare pagliuzze d’oro che navigano nella poca acqua contenuta nella tazza (foto). “Una soddisfazione vederle luccicare sotto il sole”, ci dice Maurizio (che nella sua vita è stato maestro di sci e campione di tennis), prima di accumularle in un apparecchio da lui ideato, che funziona come una pompetta d’aspirazione. Le pagliuzze le abbiamo viste anche noi, ma non sappiamo quante ne servono per fare un grammo (il valore è poco più di 30 euro).

Certo è che sono soldi guadagnati!   

 

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motovittuone

E’ stato elitrasportato all’ospedale Niguarda un uomo di 42 anni coinvolto in un incidente stradale questa mattina sulla provinciale Vittuone – Cisliano. Dalla prima ricostruzione effettuata dalla Polizia locale di Vittuone il 42enne, residente a Casorezzo, stava viaggiando a bordo della sua moto, in direzione Cisliano. Per poi scontrarsi con un trattore che si apprestava a svoltare verso Cascina Sant’Antonio.

L’impatto è stato violentissimo, tanto da far sbalzare la moto sul parabrezza di un veicolo fermo allo Stop. Il vetro è andato in frantumi, ma per fortuna il conducente non ha riportato ferite. Così come è rimasta illesa la persona abordo del trattore. Grave invece il motociclista soccorso da un equipaggio della Croce Bianca di Magenta e dall’elisoccorso.

Una volta stabilizzato il 42enne è stato elitrasportato, in codice rosso, al Niguarda. Il traffico ha subito gravi ripercussioni. La dinamica è ancora al vaglio della Polizia locale. (Foto Roby Garavaglia)

 

 

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Per individuare una piantagione di cannabis nascosta dietro la villetta di un 51enne di Ossona i carabinieir si sono serviti anche di un drone. In effetti c’erano davvero numerose piante di cannabis distribuite in tre aree diverse del giardino.cannabis1

Cosa che ha fatto scattare la perquisizione dell’area conclusasi con il sequestro di 300 grammi di marijuana pronta per essere smerciata, bilancini e materiale per il confezionamento delle dosi, nonchè mille piante di cannabis alte fino a due metri e trenta centimetri.

I carabinieri di Corbetta hanno così arrestato il 51enne ritenuto responsabile di produzione, traffico e detenzione illeciti di sstanze stupefacenti. L’arrestato è finito a San Vittore a disposizione dell’autorità giudiziaria.

 

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Nell’ambito di indagini finalizzate al contrasto del traffico di sostanze stupefacenti, i Finanzieri del Gruppo Rho, hanno individuato, con il supporto degli elicotteri della Sezione Aerea di Varese del Corpo, un’area situata nel territorio del comune di Bareggio, su cui era stata messa a dimora una piantagione di cannabis

Le piante, 25 in tutto ed in ottime condizioni, erano state nascoste all’interno di un terreno coltivato a grano turco ed erano raggiungibili soltanto attraverso un cunicolo, ricavato sotto la vegetazione. L’altezza media delle piante è superiore ai 2,5 metri per un peso complessivo di circa 70 kg. Il quantitativo sequestrato, una volta immesso sul mercato, avrebbe consentito di realizzare un introito di oltre 50.000 euro, importo che sarebbe cresciuto di dieci volte al termine della filiera, con la vendita ai consumatori finali delle sostanze stupefacenti ricavate dalle piante.

Sono in corso le indagini per l’identificazione dei responsabili.

 

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