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Giuseppe Leoni

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TURBIGO – Le sponde del Naviglio assiepate di gente per assistere alla prima edizione di una gara con barche di cartone e nastro adesivo (‘Carton boat race’), mutuata da una identica manifestazione che si svolge sulla Sesia, promossa da gente di Tornavento che ha trovato l’entusiasmo del sindaco Christian Garavaglia e visto anche la sua partecipazione alla gara.

Quindi, sabato 21 luglio, nel pomeriggio, tutti (una decina di equipaggi) a progettare la barca (nello staff del Sindaco c’era pure un ingegnere) per poi portarla in acqua nel tardo pomeriggio inondato dal sole…

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Hanno vinto quelli della ‘Carrozzeria Turbighese’(foto), che sono arrivati al traguardo senza sfasciare la ‘barchetta’ sui piloni del ponte in pietra.

Animatore e organizzatore del pomeriggio turbighese il consigliere Davide Cavaiani che ha voluto festeggiare il suo compleanno con una manifestazione originale, per la quale valesse la pena di farsi il mazzo. D’altra parte per chi è nato sulla sponda sinistra del Naviglio Grande – come il consigliere comunale –  il richiamo dell’acqua del Naviglio, che continua a scorrere (una sorta di metafora della vita) sulla porta di casa rappresenta una notevole attrattiva…

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La giornata si è chiusa con la Cuccagna, altra tradizionale manifestazione, che ha visto in primo piano Ricciardo Morris, ma forse è stata la prima volta nella storia che in tale gara si sia cimentata anche una ragazza, Serena Lombardo (nella foto) che ha dato motivo di riflessione e fatto intendere come il mondo sia cambiato…

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FOTO

Otto foto che raccontano la manifestazione: la presentazione delle barche di cartone (tra cui quella dell’Amministrazione Comunale); la ‘boat’ vincitrice sotto il ponte in pietra seguita dai vincitori sorridenti (remava il signore coi baffetti, alla sua sinistra Davide Cavaiani) e, infine, la Cuccagna con il Sindaco e la Serena…

22 luglio 2018 0 comment
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Copia di oruboni

MAGENTA – Gian Luigi Oruboni E’ morto nella casa di riposo Don Cuni di Magenta. I cronisti odierni del territorio magentino, hanno fatto fatica a trovare una sua foto recente, per documentarne la dipartita. Noi ricordiamo che – ai tempi di ‘Città Oggi’  Gian Luigi Oruboni era uno sponsor di quelli generosi, di quelli che aiutavano il settimanale a vivere. Per cui abbiamo cercato e trovato un’immagine dell’età dell’oro della  sua gioielleria, attività che aveva gestito per tanti anni. Poi la crisi…

20 luglio 2018 0 comment
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michele

PAVIA – C’eravamo andati di proposito, nel 1982 a Pavia. per visitare la chiesa di San Michele Maggiore, per vedere il sito dove Federico Barbarossa, nel 1155, era stato incoronato Re d’Italia e sentire il palpito della storia del luogo in cui anche i Re d’Italia erano stati investiti del potere.

Allora, nel XII secolo quando la magnifica chiesa fu terminata,tutti coloro che si trovavano davanti alla facciata rimanevano impressionati dalle sculture degli animali che la adornavano, così come  noi mille anni dopo, visitando la  città, che fu la capitale del Regno longobardo, di cui  la chiesa  – secondo una nostra personale sensazione – ne rappresenta la grandezza.

Adesso La chiesa                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                 sta cadendo a pezzi. Il tempo ha eroso le pietre di arenaria e già nel 1982 avevamo notato come i musi degli animali si presentavano arrotondati e privi della vitalità originaria.

michele1Un’associazione si è impegnata a farla rivivere :‘Il bel San Michele’ Onlus  di Pavia, ma ci vuol ben altro  per strapparla alla rovina. Un preventivo  fatto dal Politecnico di Milano parla di 2,5 milioni di euro necessari a  far sì che questo luogo, che fu una tappa della Via Francigena,  possa continuare a segnare il passo. Ma i pellegrini ci sono ancora?

 

20 luglio 2018 0 comment
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Uccidete lo Zar!” Questo fu l’ordine ricevuto da una dozzina di soldati lettoni dai loro superiori bolscevichi. Una volta che la sparatoria ebbe inizio, non ci volle molto tempo per portare la dinastia dei Romanov, vecchia di tre secoli, al suo termine. Caricarono i corpi dell’ultimo Zar, Nicola II, sua moglie, cinque bambini e i suoi ultimi fedeli servitori su di un autocarro. Lo scaricare i loro resti sfigurati e smembrati in una buca scavata nella foresta, a circa 25 chilometri da Ekaterinburg, si dimostrò un compito difficile per quegli uomini. Ma per i nuovi governanti bolscevichi, la notte del 17-18 luglio 1918 avrebbe dovuto significare davvero la fine di quella storia. E non solo di Nicola II e della dinastia dei Romanov, ma pure dell’intero, bonario e patriarcale, sistema sociale russo, con gli Zar, i preti e i contadini. Certamente la risposta del popolo russo non preoccupò i bolscevichi. Non gli fece mai temere che i loro nemici sarebbero risorti dalle tombe per perseguitarli. A Pietrogrado (come si chiamava nel 1918), Vladimir Kokovtsov, che aveva servito Nicola II e la Russia per oltre un decennio, come Ministro delle Finanze e come Presidente del Consiglio dei Ministri, ricordava una corsa fatta su di un tram nella vecchia capitale, il giorno successivo alla diffusione della notizia dell’esecuzione di Nicola II (all’inizio negarono che anche l’imperatrice e i figli fossero stati uccisi).
“Non si vedeva segno di lutto o dolore fra il popolo” raccontò. “La notizia della morte dello Zar fu letta ad alta voce con sorrisi, derisione e commenti volgari”.
I giovani, in particolare, giubilarono, mentre i vecchi tendevano a starsene in silenzio. In privato, una piccola parte degli aristocratici già alleggeriti delle loro sostanze compianse l’assassinio dello Zar e alcuni temevano il peggio per le proprie famiglie. In Siberia, fu riportato che i contadini giubilarono per le strade. Il ‘Secolo Rosso’ per la Russia poteva cominciare con il sacrificio della famiglia imperiale. Furono loro le prime vittime, seguite da altri milioni negli anni successivi, immolati sull’altare dell’utopia marxista-leninista. Per usare le parole di Trotzki: “La Nazione ha così radicalmente vomitato la monarchia che, giammai, questa potrà strisciare nuovamente giù per la gola del popolo”.
Nell’estate del 1918 Kokovtsov si trovò rinchiuso, come altri membri del governo zarista e della classe dominante, in una prigione bolscevica. Trascinato davanti al capo della Cheka di Pietrogrado, fu interrogato circa la propria partecipazione a un complotto anti-bolscevico, che si credeva imminente. Dopo che i suoi carcerieri si furono convinti della sua estraneità, il chekista che aveva potere di vita e di morte su di lui, gli rivolse una domanda straordinaria.
“Conoscevate bene lo Zar?” gli chiese “Pensate che egli avesse coscienza del male che stava arrecando alla Patria?” Kokovtsov rispose che non capiva il significato di quella domanda.
“Chiunque capisce che cosa significa” il chekista rispose “la sua persecuzione di tutto ciò che era equo, di ogni anelito verso la libertà, […] gli esili, la persecuzione contro ogni parola che gli fosse contraria e infine, questa terribile guerra. Ma che senso ha parlare di questo? Voi state facendo finta di non capire che cosa voglio dire”.
La risposta di Kokovtsov fu chiara ed enfatica: “Sono stato l’assistente dello Zar per dieci anni; conosco bene la sua natura, e vi dico in verità che egli non fece del male a creatura vivente con l’intento di ferirla. Per quanto riguarda il suo Paese e la sua gente, egli s’augurava solo la loro grandezza, felicità, pace e prosperità. Come ogni altro uomo fece i suoi errori […] ma durante i miei dieci anni di servizio […] non riesco a ricordare una sola occasione durante la quale non rispose con sincerità a tutto ciò che gli pareva equo e buono. Credeva nella Russia, nel popolo russo e nella lealtà dei sudditi nei suoi riguardi, e sempre espresse questa sua fede con la più profonda convinzione. Sono certo che non ci fu sacrificio al quale non si sarebbe assoggettato per il bene del suo Paese, a patto che avesse saputo che tal sacrificio fosse necessario.”
In un certo modo, da allora, Nicola II è stato a lungo sul banco degli imputati, non solo in Russia ma anche in Occidente. Etichettato come ‘tiranno’ da Lenin nel suo ‘Dittatura del Proletariato’ Nicola II e la sua famiglia furono dichiarati ‘nemici del popolo’. Per sette decadi l’ultimo monarca russo unto con l’olio sacro fu oggetto d’una brutale e spietata damnatio memoriae e il suo nome fu sfregiato con l’obbligatoria aggiunta dell’epiteto ‘sanguinario’. Poi, con lo scorrere degli anni e lo svanire delle memorie umane, il suo nome fu crudamente cancellato.
“Lentamente ma inesorabilmente” ricorda una donna cresciuta nell’Unione Sovietica, la memoria dei Romanov fu eliminata dalla psiche collettiva dei russi. Al tempo in cui crescevo nell’Unione Sovietica e studiavo storia a scuola, nei primi anni 80, i libri di testo di rado menzionavano il loro nome, preferendo termini impersonali come ‘zarismo’, ‘tirannia’ e ‘autocrazia’. A cento anni dalla rivoluzione russa e dalla nascita dello Stato sovietico, perlomeno nel suo Paese natale, Nicola II è stato riabilitato, glorificato con la moglie e i figli come Santi e ‘Portatori di Passione’ dalla Chiesa Ortodossa Russa. Laddove le immagini di Nicola II e della sua famiglia furono fortemente soppresse dai governanti comunisti, oggi invece, in chiese, santuari e cappelle, dal Baltico al Pacifico, esse guardano benignamente giù verso i fedeli. Ogni anno decine di migliaia di pellegrini viaggiano a Ekaterinburg per rendere omaggio e offrire le proprie preghiere allo ‘Zar-Martire’.
Non così è in Occidente. Considerato insicuro, debole, succube della moglie, ignorante del mondo moderno, Nicola II resta per la gran parte della storiografia occidentale un’epitome della inettitudine spesso mostrata dai governanti non eletti democraticamente. Pare un uomo che fu preda delle proprie fantasie circa l’unità fra il popolo e lo Zar. E il fatto che i discendenti dei suoi antichi sudditi, oggi, elevino tale disastroso sovrano agli altari, suscita un sentimento d’incredulità. Per molti versi, comunque, tale credenza riflette il fallimento di comprendere i cambiamenti che hanno avuto luogo in Russia dal tempo della caduta dell’Unione Sovietica. I discorsi ricorrenti di una nuova ‘Guerra Fredda’ hanno generato fiumi di analogie, con arditi paragoni fra la Russia di Putin con l’Unione Sovietica di Stalin e di Breznev. Eppure, la riabilitazione dei Romanov è un simbolo della risurrezione dell’antica visione della Russia Ortodossa, la ‘Santa Russia’ seppellita per settant’anni dall’ateismo comunista. La liturgia ufficiale scritta per onorare Nicola II e la sua famiglia descrive il bolscevismo come ‘autorità senza Dio’ che oppresse la Russia dopo che ‘molti iniqui… leader vollero sollevarsi contro la Fede, lo Zar e la Patria’.
Certamente qui l’accento è patriottico e conservatore, ma nonostante ciò non ci deve sfuggire il suo radicalismo. L’ideale del Principe santo e martire pervadeva la cultura della Russia medievale e il culto del XXI secolo dei ‘Reali portatori di Passione’ lo fa rivivere. Come martire e Zar, Nicola II offre al popolo russo l’immagine d’un monarca “umile e mansueto […] nella sofferenza in cui, volontariamente, abbandona i suoi poteri terreni, la gloria e gli onori, nel suo desiderio d’evitare un fratricidio alla Caino”. Non troviamo forse qui esattamente il modello dell ‘Anti-Stalin’ di cui la società russa viene così universalmente reputata bisognosa? Nel narrare la storia del contadino Ivan Susanis, il quale nel 1612 sacrificò la propria vita per salvare quella del primo Zar dei Romanov, durante l’occupazione dei polacchi, la famosa opera patriottica di Glinka ‘Una Vita per lo Zar’ fu un elemento essenziale per ogni festività nazionale negli ultimi giorni della Russia imperiale. Nicola II e Alexandra devono averla vista decine, se non centinaia, di volte. Elevando l’imperatore ucciso e la sua famiglia al livello dei Santi, la Chiesa russa ha comunque potuto accettare e anche invertire questa logica. Per i credenti la Russia cristiana sembra dirci – in maniera sovversiva – che il vero sacrificio non è richiesto solo dal governato per il governante, ma anche dal governante per il governato. La prova della grandezza del governante non consiste, come per Ivan il Terribile o Stalin, nel livello di terrore che essi incutono nei propri sudditi, o nella completezza della loro abilità nel dominarli. Piuttosto, la grandezza del governante consiste nella profondità del suo amore per il popolo e nella sua capacità d’immolarsi, al punto da rinunziare al proprio potere e alla propria vita. Infatti, se un’opera fosse scritta oggi per esprimere il significato del sacrificio di Nicola II e Alexandra, come ‘Portatori di Passione’ la si dovrebbe intitolare “Una vita dello Zar per il suo popolo”. I cinici diranno che l’idealizzazione contemporanea dell’autocrazia dei Romanov è solo un’apologia per favorire la reazione politica, una scusa per propiziare futuri giri di vite in Russia. Forse lo è, e sarebbe errato non prestare attenzione a questa possibilità. Ma ciò che è importante, per noi osservatori occidentali della Russia, è un’ampia visione della loro società e delle loro politiche, per poter valutare delle alternative. Questo non lo potremmo fare se continuassimo a dire che la ‘autorità senza Dio’ del totalitarismo sovietico è l’unica stella polare seguita dalla Russia moderna. Al contrario, dobbiamo pensare che la radicale idea russa di una divina unione tra uomo e Dio, assai più che il sogno di un ritorno di Stalin, passa per la riscoperta del glorioso passato imperiale della nazione.

Presentazione di Matthew Dal Santo per il libro di Luciano Garibaldi “Uccidete lo Zar!” edito da Gingko Edizioni.
(traduzione dall’inglese di Angelo Paratico)Uccidete lo Zar - LOCANDINA

16 luglio 2018 0 comment
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Malvaglio - chiesetta cimitero -maggio 2013

ROBECCHETTO – Una decina di anni fa è stata pubblicata la storia di Malvaglia (non è un errore del proto, come il cartello stradale in territorio di Buscate)  una antica terra in Val di Blenio (Svizzera). Il volume, curato da Alex Benzonelli, ripercorre la storia del paese omonimo al nostro ‘Malvaglio’, appunto ‘Malvaglia’, una località posta vicino a Biasca, là dove scorre il Ticino. La segnalazione ci arrivò, al tempo, da Francesco Maria Bienati, attuale direttore del corrierealtomilanese.comdove compare questa nota.

val_malvaglia2Dice il libro di Alex Benzonelli che la storia documentata di Malvaglia inizia nel III sec. d. C., quando la regione era sotto il controllo romano e continua con le invasioni barbariche del V secolo. E’ strettamente legata all’importanza del passo di Lucomagno, come via di transito per truppe di soldati, commercianti e pellegrini. Dicevamo che il toponimo appare per la prima volta all’inizio del XIII secolo, nello stesso periodo del nostro ‘Malvaglio’. E’ proprio questa analogia che ci dà motivo di riflessione. Sono terre distanti fra loro, Malvaglia e Malvaglio, ma devono avere qualcosa in comune nell’origine. Bisognerebbe fare uno studio comparativo, ricordando quello che scrisse Cesare Cantù nella Grande Illustrazione del Lombardo-Veneto:”L’analogia delle parole è uno dei più poferosi strumenti per scoprire l’etimologia e i nomi dei paesi restano i documenti più antichi delle lingue perché meno mutevoli”.

L’esperienza ci ha insegnato a non dare consigli agli Amministratori in carica. Quelli educati non ascoltano, gli altri si infastidiscono. Però, l’idea di avviare con il paese omonimo un “contatto” ci è rimasta nel nostro archivio mentale e ce ne liberiamo scrivendola.

Stitched PanoramaAnche perché il passo di Lucomagno trova qualche corrispondenza con il nostro territorio che andrebbe approfondita.  Difatti, la strada romana  Mediolanum-Comum, detta comunemente Comacina, sin dall’età antica apriva il cammino ai valichi alpini allora conosciuti (tra cui, appunto, Lucomagno)(1). Ma c’era un’altra strada, la Como-Castelseprio-Novara, che transitava sicuramente al passo di Turbigo-Robecchetto con Induno che, in qualche modo, era collegata a questa grande direttrice preistorica.

FOTO La chiesa del cimitero di Malvaglio

1 – Lucomagno (1916 metri) collega il Canton Ticino con l’Alta valle del Reno, nel Cantone dei Grigioni. Via molto trafficata nell’antichità, come abbiamo detto, e Malvaglia lo documenta. Vi passarono Ottone I nel 965 e, più tardi, Federico Barbarossa e Sigismondo. Col tempo detta importanza è venuta meno a favore del San Gottardo, azzerandosi in tempi recenti, dopo il traforo ferroviario del 1882 e quello autostradale del 1980.

 

 

15 luglio 2018 0 comment
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ospedale

TURBIGO – Sono le 11.30 del 13 luglio 2018. Ho bisogno di parlare con l’Ufficio Invalidi del Distretto di Cuggiono. Il vecchio numero in mio possesso (02.97242402)  – dice la TIM – “che è stata raggiunta una numerazione inesistente”.

Allora vado in internet e con Google cerco il numero di telefono dell’ASST – Distretto di Cuggiono. Recupero il nuovo numero (02.97242409), ma anche in questo caso TIM, mi risponde con la stessa frase di ‘numerazione inesistente’.

Allora chiamo un altro numero, che prendo sempre da Google (02.97241065). il quale risulta libero, ma non risponde nessuno…

Provo il ‘verde’, ma anche lì, sempre occupato…

Mi arrendo e arrivo alla convinzione – dopo aver passato mezz’ora al telefono – che non funziona più niente in Italia…

 

NB. Sono le 14 dello stesso giorno. Il responsabile della comunicazione della ASST ci chiama per presa visione della n/s lamentela, aggiungendo che mi farà avere  il numero di telefono dell’Ufficio Invalidi. In questo caso, possiamo dire, che la ‘Comunicazione’ funziona…

13 luglio 2018 0 comment
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