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LEGNANO – Quattro scuole per un viaggio nel mondo della danza e della musica dell’Est. È in programma venerdì 27 aprile (inizio ore 21), al Teatro Città di Legnano “Talisio Tirinnanzi”, il secondo Festival di Danza e Musica dal Mondo “La Fabbrica del Canto”. L’evento, organizzato dall’Associazione Musicale Jubilate con il patrocinio del Comune di Legnano e di Regione Lombardia e il supporto della Bcc di Busto Garolfo e Buguggiate, è inserito nel calendario della stagione musicale di ScenAperta del teatro “Tirinnanzi”.

Protagonista assoluta della serata sarà la grande tradizione della danza di carattere e della musica che nei Paesi dell’Est trova le sue forma più espressive. Saranno infatti rappresentati, attraverso queste due arti l’Ucraina, la Romania, la Russia, il Kazakistan e il Kirghizistan con lo scopo di far avvicinare le nuove generazioni a queste disciplina facendo conoscere le tradizioni e i costumi di ciascun Paese.
Novità di quest’anno l’inserimento della manifestazione ne “La Fabbrica del Canto”: il canto in coro si affianca all’arte della danza con la doppia finalità del Festival di far avvicinare le nuove generazioni ai cori e alla danza di carattere e far conoscere attraverso queste discipline le tradizioni, i costumi e la musica di ciascun Paese.
Il Festival sarà anche l’occasione per presentare per il secondo anno a Legnano il corpo di ballo della Scuola di Danza Jubilate Pinat Dance, progetto nato dall’Associazione legnanese grazie alla collaborazione con la coreografa russa Natalia Piskareva per proporre un nuovo ambito che potesse completare un percorso dedicato all’arte già ampiamente sviluppato attraverso gli oltre 25 anni di attività della Scuola di Musica Jubilate.

«La danza di carattere consiste nello studio delle danze folkloristico-popolari», spiega Natalia Piskareva, direttore artistico del Festival. «Questa disciplina rientra nella tradizione e nella storia della danza classica, e conserva il legame con le tradizioni e i folklori, espressi anche dall’abbigliamento della terra in cui è nata. La danza di carattere è fondamentale per migliorare l’espressività e l’interpretazione del danzatore ed inoltre è un valido aiuto per sviluppare la musicalità e il senso del ritmo». Un progetto affascinante che, come l’anno scorso, ha coinvolto la Bcc di Busto Garolfo e Buguggiate. «Siamo onorati di essere al fianco dell’Associazione Jubilate in questo Festival, non solamente per la grande qualità della proposta, ma soprattutto perché è un’iniziativa che, partendo dal territorio, si apre al mondo», osserva il presidente della Bcc di Busto Garolfo e Buguggiate Roberto Scazzosi. «La danza e la musica sono arti capaci di trasmettere emozioni e raccontare storie. E noi ci mettiamo all’ascolto nella consapevolezza di aver sostenuto un’eccellenza».

Per la seconda edizione del Festival sono stati selezionati alcuni corpi di danza che sono tra le eccellenze in questa particolare disciplina. Si esibiranno sul palco del teatro Tirinnanzi: il Gruppo Vatra di Torino, direttore artistico Iurie Raileanu, vincitore assoluto del Festival 2017, l’Associazione Kirghizistan-Italia di Burmachach Tomoeva e la Compagnia di Danza Jubilate Pinat Dance di Legnano – direttore artistico Natalia Piskareva. A rappresentare la musica dell’est sarà il coro Solovushka proveniente dall’Ucraina, Odessa, direttore artistico Inga Selena, composto da ragazzi dai 10 ai 14 anni e sarà alternato da solisti.

Il Festival, seppur a carattere non competitivo, assegnerà alcuni premi attraverso il giudizio di una giuria di esperti e rappresentanti delle istituzioni legnanesi. Faranno parte della giuria: in rappresentanza del Comune di Legnano Federica Farina, consigliere comunale; Gianpaolo Podini insegnante alla Scuola di danza della Scala ed ex primo ballerino del Teatro alla Scala; Romano Pucci, concertista ed ex primo flauto della Scala; Alessandro Pettinicchio, organizzatore eventi e spettacoli; Maura Giunta, giornalista.

Sponsor tecnici della manifestazione sono: La Dolce Legnano (di via Abruzzi, 14 a Legnano) e il Salone di bellezza “Le Petit Salon” (di corso Magenta, 64 a Legnano).

2° Festival di Danza e Musica dal Mondo “La Fabbrica del Canto”
Venerdì 27 aprile 2018, ore 21
Teatro Città di Legnano “Talisio Tirinnanzi”
Piazza IV Novembre – Legnano (MI)

Per i biglietti: http://cultura.legnano.org/teatro/85/217/7945/

26 aprile 2018 0 comment
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giornalismo

Quello che stiamo scrivendo non è un attacco.

Non è una polemica in un mondo in cui c’è bisogno di tanto, ma non di polemiche inutili. E’ un pensiero che arriva dal profondo di una testa (la nostra, non sarà un granché, ma questa abbiamo e questa ci teniamo…) ancorata al giornalismo di un tempo. Quello punto e basta. Perché adesso apprendiamo con stupore che esiste il giornalismo 3.0.

Ma che diavolo sarà mai questo giornalismo 3.0? Quello dei nuovi media? Certo, lo facciamo da anni senza sbandierarlo ai 4 venti. Senza autocelebrazioni. Il giornalismo è cambiato, che scoperta clamorosa! E ad adeguarci ci siamo stati anche noi. Notizie immediate, video, dirette, interviste in redazione. Quante siano state dalla nascita di CAM abbiamo perso il conto. Dalla nostra parte ci sono i numeri con 5.000 accessi unici al giorno, compresi i giorni di festa. Cerchiamo di fare informazione 3.0 (chiamiamola così vabbè…) nel nostro territorio prima di tutto, in Italia e all’estero. Ovunque ci sia qualcosa da raccontare noi ci siamo, o cerchiamo di esserci.

Cogliamo l’occasione per complimentarci con i colleghi di Ticino Notizie per questa loro avventura nel fantastico mondo del giornalismo 3.0. Bene arrivati anche voi! E ci complimentiamo anche per la serata di cui leggiamo nel sito. Una serata alla quale hanno preso parte ben 4 sindaci, 2 consiglieri regionali, assessori, amministratori e, perfino, il parroco. Oltre all’imprenditoria del territorio. Noi non siamo stati invitati, e un po’ ci dispiace a dire il vero. Magari avremmo imparato qualcosa, ma probabilmente non contiamo un tubo e allora vi sarete detti ‘perché invitare quegli sfigati..’. Caspita mettere insieme tutti questi personaggi non è impresa facile. E per che cosa? Per dare una spinta al territorio? Perché i colleghi parlano solo di notizie positive? Ma raccontiamola a qualcun altro per piacere. Come se chi racconta (anche) le notizie brutte fosse il cattivone di turno. Chiariamo una cosa, una volta tanto. Il mondo è fatto di cose belle e brutte. Il giornalista racconta quello che accade nel mondo. E, quindi, racconta anche le cose brutte. Si chiama giornalismo punto e basta. Altro che 3.0 o fesserie balorde simili. Il territorio noi di CAM lo raccontiamo da sempre.

Lo adoriamo il nostro territorio. Parliamo di Malvaglio come se fosse la capitale del mondo intero. Del Parco del Ticino come se fosse una miniera d’oro da adorare in religioso silenzio. Parliamo della gente comune, non solo della crème della società. Leggendo l’articolo sulla serata sul quale abbiamo riflettuto, sembra quasi che il messaggio sia stato “Sei uno che conta? Allora sei con noi, altrimenti esci da quella porta”. Sicuramente non è questo il messaggio, ma sembrava proprio così cari colleghi. Non sta a noi insegnare niente a nessuno. Ma il giornalismo è fatto di gente comune che tira a campare. Non solo di chi è arrivato per meriti suoi o perché, nel corso della sua vita, ha avuto i contatti giusti che gli hanno aperto la strada. Il giornalismo serve anche, e soprattutto, per raccontare le storie di chi non ce la fa. E sono in tanti a non farcela. Oggi raccontiamo una società cambiata anni luce rispetto a quella di un ventennio or sono.

Raccontiamo la criminalità (certo a non raccontarla si avrebbe una percezione della sicurezza migliore, ma non sarebbe reale), raccontiamo dei problemi, raccontiamo delle aziende che chiudono, raccontiamo delle indagini delle forze dell’ordine, dei politici che pensano al loro e non agli altri. Di questo e di tanto altro. Si chiama giornalismo. Punto e basta.

26 aprile 2018 0 comment
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geroldi

Un assetto societario rinnovato ha visto per i colleghi di Ticino Notizie aprirsi una nuova era. Loro l’hanno definita 3.0. Per l’occasione presentando la loro rinnovata testata in un post di Facebook scrivono: “Abbiamo cercato di raccogliere alcuni dei momenti vissuti durante l’evento organizzato per presentare il nuovo corso della nostra testata. Un successo raggiunto grazie all’accento posto su tre elementi: persone, valori, storie”.

Noi di Cam seguiamo da sempre le Persone i loro Valori e le loro Storie e auguriamo agli amici Fabrizio Provera e Fabrizio Valenti di seguire sempre questa strada che… non porta “ricchezze” ma grandi soddisfazioni personali.

Diciamola fuori dai denti, il nostro piccolo Blog “Corriere Altomilanese.com” di fronte al Gigante “Ticino Notizie 3.0” mi ricorda un po’ la storia di Davide e Golia. Spero che la nostra non sia la storia dell’epico scontro, ma sia una battaglia comune (senza essere servi di Nessuno) verso la verità e il servizio.

Provera e Valenti…. Buon Lavoro!!

Foto di Copertina, presa da Facebook, di Giorgio Geroldi

 

26 aprile 2018 0 comment
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31180027_1626688007449972_8704893104696989034_nQuindicimila chilometri per attraversare tutta l’Europa. Da Milano a Capo Nord per ritornare seguendo un’altra rotta. E’ l’impresa che Cristian Malagnino di Turbigo, disabile al quale è stato amputato il braccio, ha voluto fortemente. Domenica 6 maggio alle 10 partirà da via Della Commenda (zona Policlinico di Milano) alla volta della Darsena e, quindi, lungo la strada alzaia passerà da Robecco, Magenta, Boffalora e via via più su fino ad Arona. “Alla prima tappa invito tutti a venire con me – ha detto Cristian che abbiamo avuto ospite in redazione – Questo viaggio ha anche un’altra finalità che è quella di sostenere la ricerca contro la sclerodermia avviando 30697842_831203930401398_2896752824967654858_nuna raccolta fondi da devolvere al Gils, il Gruppo Lotta alla Sclerodermia”. Malagnino è un cicloturista. Non fa agonismo. Pedala per il gusto di scoprire posti nuovi. Tutto senza avversari e senza alcun tempo da battere. Passerà da numerose capitali europee, una più bella dell’altra. Fino a raggiungere Capo Nord, uno dei luoghi più belli del mondo. Evento che è reso possibile grazie alla partecipazione di numerosi sponsor che hanno fornito un contributo. Cristian oggi ha raggiunto la redazione di CAM con la sua bicicletta che userà per l’impresa. Viaggerà carico di bagagli. Con la sua tenda che utilizzerà se sarà possibile, altrimenti alloggerà nel primo ostello che troverà. Potete seguire Cristian nella sua impresa direttamente dalla sua pagina Facebook. Riordiamo che ha già compiuto due imprese in Italia. Questa sarà di gran lunga più dura. Ascoltiamolo nel video che vi proponiamo:

25 aprile 2018 0 comment
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italvolley u17

Di recente il team under 17 femminile della Nazionale italiana di Volley ha conquistato il secondo posto agli Europei di Sofia. Le azzurrine si sono rese protagoniste di una splendida cavalcata, che le ha viste dominare in lungo e in largo la fase a gironi, battendo Romania, Olanda, Turchia, Ucraina e Germania, e superando in semifinale le padrone di casa della Bulgaria in una gara tutta da vivere, ricca di emozioni e colpi di scena. Il sogno azzurro, tuttavia, si è infranto davanti alla Russia, troppo avanti sul piano tecnico e fisico. Il punteggio finale nel match decisivo recita 3-1, ma le ragazze di coach Mencarelli hanno ceduto solo ai vantaggi nei set vinti dalle avversarie. A parlarci di quest’ottimo risultato conseguito è stato Michele Fanni, secondo allenatore della Nazionale pre-juniores, rivelatosi molto disponibile nel rispondere  alle nostre domande. Nel sestetto ideale della manifestazione, inoltre, compaiono  i nomi della schiacciatrice Loveth Omouruyi, grande prospetto, e Claudia Consoli, a testimonianza dell’ottima prova sfornata dalle ragazze in maglia azzurra.

Michele, quale sono state le chiavi di questo percorso fantastico che ha portato alla conquista della medaglia d’argento, arrivando senza sconfitte in finale e lottando fino all’ultimo?

Innazitutto improntiamo il nostro lavoro sull’organizzazione del gioco, aspetto che tutto il movimento pallavolistico italiano cura nei minimi particolari e che antepone, addirittura , alla tecnica e al talento individuale. Cerchiamo, infatti, di adattare il nostro sistema di gioco alle qualità fisico-tecniche delle atlete. Ciò si è rivelato molto efficace soprattutto nella fase a gironi, in quanto le avversarie presentavano caratteristiche simili alle nostre sul piano fisico, tecnico e a livello di talento, così il nostro gioco, molto organizzato per appartenere a una squadra giovanile, ha dato i suoi frutti. In finale abbiamo pagato la superiorità fisica della Russia, ma che tatticamente risulta molto lineare.

Le prime sei classificate hanno ottenuto il pass per il Mondiale under 18 del 2019. Quali sono le squadre che temete di più per questa manifestazione?

In questo momento è molto difficile conoscere le squadre che ne prenderanno parte, soprattutto quelle fuori i confini dell’Europa. Dipende tutto dalle annate, tuttavia pensiamo che saranno molto ostiche le compagini di Brasile, Stati Uniti, Cina e qualche formazione proveniente dal Sudamerica, come ad esempio Cuba.

Le squadre italiane nelle competizioni europee non sfigurano mai; lo dimostrano, infatti, Perugia e Civitanova al maschile, Conegliano al femminile, tutte in lizza per la conquista della Champions League. Da quali solide basi e sani principi sono derivati questi ottimi risultati? 

Ci sono molti fattori che hanno portato ad avere una tale competitività a livello europeo: restando fedele alle mie parole l’organizzazione del gioco e il lavoro svolto in palestra sono quelli più importanti, assieme alla bravura dei nostri tecnici che contribuisce enormemente alla formazione dei giocatori e delle giocatrici. Il talento senza il lavoro, soprattutto nelle giovanili, non porta a risultati sperati. Assumere un’etica di lavoro corretta è una caratteristica principale di un professionista. Inoltre ci deve essere un buon apporto della società, tramite degli innesti che rendono più lunga e ricca di talento una squadra che punta a vincere molti trofei.

Ringraziamo ancora Michele Fanni per la disponibilità mostrata nel rispondere alle nostre domande e porgiamo nuovamente i complimenti alle ragazze della Nazionale under 17 per l’ottimo percorso fatto in un’importante manifestazione quale è l’Europeo.

24 aprile 2018 0 comment
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come-superare-la-dipendenza-affettiva

test-amore-e1405070126994Nessuno può completarci. Dobbiamo essere noi a completare noi stessi. Se non ci riusciamo la ricerca
dell’amore diventa autodistruzione. E noi ci illudiamo che questa autodistruzione sia amore” (Jong, 1973).
Se sentite che il vostro partner è tutto e non concepite alcuna esistenza senza quella persona, se vi sentite completi solo con lui/lei, mentre se lui/lei non c’è vi annullate, se pensate “senza di lui/lei non esisto”.. Se tutto gira interamente attorno alla persona che amate e il solo pensiero che vi possa abbandonare fa crollare il vostro mondo, se senza di lei vi sentite vulnerabili, abbandonati e soli, allora è bene che vi fermiate a riflettere su cosa significhi per voi stare in una relazione di coppia.
amore trasformistaSi sa che l’uomo è naturalmente inserito in una trama di relazioni e legami senza i quali non potrebbe esistere: ognuno di noi ha bisogno di empatia, approvazione, ammirazione e di calore, e qualsiasi legame con queste caratteristiche diventa esso stesso fonte di dipendenza (Maslow, 1954).
Tutti hanno esperienza più o meno diretta di avere accanto a sé persone a cui sono strettamente legate: si tratta di una questione naturale, innata e automatica che sorge nel momento stesso in cui veniamo alla luce. Ogni relazione e tipo diattaccamento porta con sé un senso di appartenenza e dipendenza, che è parte integrante della vita. Siamo dipendenti gli uni dagli altri perché siamo animali sociali: “non possiamo non entrare in relazione. Possiamo esprimerla in senso negativo o positivo, o tacere al suo interno, ma questo non ci toglie dalla relazione con gli altri” (Ferrario).
Una certa parte di sana e innata dipendenza non impedisce alle persone di emanciparsi, accettare momenti diallontanamento e distacco dalle persone care, di seguire la propria strada e le proprie scelte nonostante le aspettative degli altri: possiamo sentire lo stesso di saper vivere per noi stessi, possiamo avere altre sfere di interessi, possiamo svolgere numerose attività. Alcuni però non hanno tutte questa libertà: per alcuni le relazione a due diventa vitale, ne hanno bisogno in maniera ossessiva per colmare la loro solitudine, per calmare l’angoscia, per non “affondare” (Poudat, 1957).
A questo livello la relazione non è basata sull’amore, ma su una dipendenza disfunzionale che diventa l’unico modo di continuare a vivere: senza un altro a cui appoggiarsi manca la forza per andare avanti. L’altro diviene un’ancora disalvezza, la fonte di ogni interesse, la priorità su ogni altra cosa.klimt2
Si sceglie inizialmente qualcuno per il suo lato rassicurante o per la sua manifesta indipendenza, ma accade che un giorno non si tolleri più proprio il suo lato appiccicoso o le sue assenze. Questo succede perché più ci si lega ad una persona per soddisfare i propri bisogni temporanei, per alleviare le paure più nascoste, per ottenere ciò che non si è mai ricevuto, più la dipendenza sarà forte e disfunzionale (Poudat, 1957). Il confine fra la dipendenza sana e patologica è molto sottile: da una dipendenza sana, in grado di favorire la crescita, si può arrivare al suo estremo, ad una dipendenza patologica che al contrario impedisce lo sviluppo e l’autorealizzazione della persona.
D’altro canto le aspettative su noi stessi, sul nostro futuro, sul partner ideale sono fortemente influenzate dalle credenze sociali e culturali e si impara presto, nella visione comune, che per essere felici si deve avere un partner da amare sopra ogni cosa: si parte così alla ricerca di rapporti che compensino i nostri vuoti e le nostre carenze, rapporti di coppia fusionali, che dipendenza-affettiva-rapporto-morbosoci completino. In sintesi, “cerchiamo fuori, invece di guardarci dentro”.
Come definiamo, quindi, la dipendenza affettiva? Si tratta di una “una distorsione relazionale che implicaun’alterazione della rappresentazione di sé e dell’altro e un disequilibrio della risposta affettiva nell’area dell’intimità” (Borgioni, 2015). La dipendenza affettiva è una condizione relazionale negativa in cui uno (o entrambi) i partner mettono in atto comportamenti passivi stereotipati volti a mantenere le relazioni anche a costo di mettere in secondo piano i propri bisogni. La rigidità relazionale è uno degli aspetti fondamentali di questa modalità: il dipendente affettivo non riesce ad abbandonare l’illusione idealizzata dell’altro e vive nella costante angoscia che qualcosa possa cambiare, che qualcosa possa fargli perdere l’oggetto del proprio amore.
La dipendenza si colloca nella dimensione del bisogno, in quanto si percepisce una mancanza intollerabile: proprio come il bambino appena nato ha il bisogno innato della mamma per sopravvivere, nella dipendenza in età adulta la persona vuole fondersi con l’altro annullando la propria integrità dove ciò che la soddisfa è solo la realizzazione di un amore “simbiotico”, dove si tende ad avere un sentimento di controllo dettato dalla profonda paura di essere abbandonato e di rimanere solo. L’altro perde così la sua identità e non è più “altro da sè”, non è più una persona diversa e quindi autonoma nei pensieri, negli interessi: diventa il mezzo per soddisfare dei bisogni e colmare delle carenze.
Il legame dipendente genera in apparenza calore e benessere, ma in realtà porta con sé dolore, frustrazione, insicurezza, paura, ed ogni energia è consumata per mantenere l’altro vicino ed evitare che si allontani, visto che l’altro è l’unico mezzo che garantisce la sopravvivenza.
Ciò che differenzia le relazioni d’amore più sane e positive, è che in queste ultime viene mantenuta l’autonomia dei due soggetti e coesiste al tempo stesso un certo grado tollerato di dipendenza reciproca che non impedisce il distacco, bensì arricchisce le singole individualità e ne favorisce la crescita: infatti, l’indipendenza autentica è basata paradossalmente sulla capacità di dipendere dall’altro e allo stesso tempo consente all’altro di dipendere da noi (Lingiardi, 2005). Nella relazione sana possiamo dire: “Ho bisogno di te perché ti amo”. Nel suo contrario, “ti amo perchè ho bisogno di te”, si modellano, invece, le forme di dipendenza affettiva.
Nelle persone con dipendenza affettiva troviamo, in sintesi:
– una visione di sé come bisognoso di cure e sostegno e mai totalmente autonomo. In tale accezione il costrutto rigido della persona è del tipo “se sono vicino al mio partner sono capace, se sono solo sono vulnerabile e inadeguato” e crede che sia meglio non intraprendere nuove esperienze, tanto si prospetterebbe un fallimento.
-una visione del mondo esterno come pericoloso, minaccioso e non adatto a chi è fragile e quindi da evitare o da affrontare solo in compagnia di qualcun altro che possa prendere le proprie difese. La persona con questa forma di dipendenza si mostra compiacente, disponibile, evita i conflitti per paura di perdere l’altro e non riesce ad accettare i limiti e i cambiamenti naturali all’interno della coppia. Si vive nella convinzione che “se faccio il bravo, l’altro mi amerà”, pensando all’amore come qualcosa che si deve “guadagnare” adeguandosi ai bisogni del partner: l’altro è visto come una persona da gratificare e rendere felice. Si vive unicamente per il partner. Emerge così la difficoltà ad identificare i propri bisogni e la tendenza a subordinarli ai bisogni dell’altro: ogni energia spesa per amare l’altro non consente di ritagliarsi degli spazi personali.
Le persone con questa forma di dipendenza affettiva hanno difficoltà spesso a differenziare l’amore vero da un comportamento possessivo patologico del partner che cerca di invadere ogni spazio di libertà. “Pensavo che mi amasse perché voleva sapere sempre dove fossi, mi chiamava di continuo”: queste parole esprimono come si possa confondere così l’amore con il possesso, interpretando quest’ultimo come interesse amorevole. La persona dipendente arriva a sopportare più del dovuto, che siano commenti sgradevoli, rimproveri, bugie, sino all’aggressività verbale e fisica: l’idealizzazione del partner porta a giustificarne qualsiasi suo comportamento.
Un altro aspetto cruciale da considerare è che la rottura con il partner è impensabile in questa forma di dipendenza: la separazione porta un dolore inconcepibile e ingestibile. Non è contemplata alcuna forma di sana rassicurazione che faccia pensare al dolore come qualcosa di momentaneo e come qualcosa che col tempo potrà essere superato senza che questo significhi morire dentro. Perdere l’altro costringe la persona a sentire il proprio vuoto emotivo interno: la perdita è sperimentata non come perdita di una persona separata, ma come perdita di una parte di sé, come privazione del proprio valore, sicurezza, forza, volontà. Per questo a volte si tende a sopportare determinati comportamenti del
partner pur di non perdere una parte di sé.
genitori-che-amano-650x300Come si arriva a questa fragilità relazionale? Il modo in cui stabiliamo legami affettivi è condizionato dalle esperienze di attaccamento durante l’infanzia (Guix, 2011). Infatti, se i genitori sono stati in grado di soddisfare i bisogni di sicurezza e di autonomia in modo coerente e continuo, il bambino, e l’adulto poi, consoliderà un assetto emotivo e cognitivo sano.
Se, d’altro canto, i genitori si mostrano iperprotettivi, ciò potenzia invece il messaggio che “essere dipendenti è l’unico modo per mantenere un legame e, invece, individuarsi, crescere a rendersi autonomi significa perdere l’amore materno”. Così che il bambino prima e l’adulto poi, rinunciano all’autonomia affidandosi agli altri per ogni difficoltà. Si sviluppa così un’attesa e una ricerca esterna di qualcuno che offra quella sicurezza e sostegno di cui si sente il bisogno intenso (Lingiardi, 2005). Nelle famiglie soffocanti e iperprotettive viene trasmessa l’idea che il mondo è pericoloso e che, senza il proprio nido sicuro familiare, non si sopravvive. La persona dipendente fa propria l’idea di essere fragile e di non potercela fare da sola. Se, al contrario, i genitori non instaurano alcun legame autenticamente affettivo, si cercherà disperatamente qualcuno che dia, invece, l’affetto e accudimento di cui si sente il bisogno.
La ferita principale è legata in ogni caso al senso di abbandono e deprivazione, ad un senso di vergogna di di vuoto, ad un’immagine di sé come non meritevole d’amore.

Quindi, in conclusione..
In una relazione sana emerge un naturale desiderio di poter contare sull’altro, basandosi sulla fiducia e sul desiderio di condividere esperienze, di avere progetti in comune e di costruire con l’altro. Il rapporto con il partner accresce le proprie potenzialità e lo sviluppo della persona. L’eventuale rottura di una relazione è tollerata e non dà vita a reazioni patologiche (depressione, ansia, angoscia, altri comportamenti di dipendenza).
L’amore sano proietta dei desideri e non dei bisogni: in questo senso è legittimo darsi tempo e spazio di conoscere sé stessi e l’altra persona. E’ necessario riconoscere l’individualità dell’altro e la sua integrità: un amore maturo vede svilupparsi il desiderio di una crescita autonoma dell’altro. In una relazione affettiva sana troviamo momenti in cui un partner necessita il sostegno dell’altro senza mettere a rischio la propria individualità e autonomia (ad esempio, se uno dei due ha problemi di lavoro e si senta triste e sfiduciato, l’altro gli sarà vicino emotivamente e lo accudirà nel possibile;
al contrario, se uno della coppia ha dei progetti, l’altro lo supporterà nella sua realizzazione personale). La dipendenza patologica, invece, è una dipendenza assoluta basata sulla sfiducia, sul controllo e sul costante bisogno dell’altro per “sentire di esistere” e di essere qualcuno.
Uscire da questa modalità relazionale dipendente è possibile attraverso un lavoro di ricostruzione di sé: è fondamentale cercare di capire quali sono i bisogni che quel legame di dipendenza soddisfa. Si deve affrontare il dolore che la paura dell’abbandono porta con sé anche se si tratta di un dolore ritenuto ingestibile e insopportabile, si deve affrontare delusione e frustrazione. Solo questo permette di emanciparsi dalla dipendenza eccessiva dell’altro.
Mettere fine ad una dipendenza affettiva è possibile nel momento in cui si fa piena conoscenza di sé stessi, con i propri limiti e le proprie paure e si è in grado di trovare dentro sé ciò che si cercare disperatamente nell’altro. Ciò significa prendere coscienza della proprie fragilità, ma anche delle proprie risorse per vivere indipendentemente dalle aspettative altrui; si deve anche rischiare di accettare un po’ di solitudine e di fare anche ciò che fa paura, scoprendo magari che, in realtà, sperimentare e avventurarsi non è poi così spaventoso e scoprendo di essere in grado di farcela da soli con le proprie forze. Assumersi il rischio delle proprie scelte facilita un certo grado di indipendenza e permette di sperimentare situazioni liberamente “senza macigni sul cuore”, senza dare nulla per scontato, senza programmi prestabiliti. Solo questo permette alle persone ad imparare “ad andare oltre il proprio bozzolo protettivo”.

L’amore infantile segue il principio “Amo perché sono amato”.
L’amore maturo segue il principio “Sono amato perché amo”.
L’amore immaturo dice “Ti amo perché ho bisogno di te”.
L’amore maturo dice “Ho bisogno di te perché ti amo”
(E. Fromm, 1956)

24 aprile 2018 0 comment
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