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Dino Messina del ‘Corriere’ ha pubblicato questa opinione del turbighese Angelo Paratico, premettendo di non condividerla.

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Angelo Paratico

L’uscita dall’euro in Italia vien vista come una cosa da leghisti o da neofascisti, non degna d’esser presa sul serio. Eppure il buon senso ci dovrebbe guidare verso uno studio più attento sui pro e sui contro di tale scelta, senza farci intimorire da accademici e uomini politici che pretendono di conoscere l’economia. La matematica non è né di destra né di sinistra, anche se viviamo in un’epoca nella quale gli economisti vengono scambiati per scienziati e statisti, mentre in realtà son solo delle persone che hanno razionalizzato la propria sete di lusso e di denaro. Questo fatto, a ben guardare, inficia la loro indipendenza di giudizio e a tal proposito citiamo l’economista JK Galbraith, il quale disse che: “In economia, speranza e fede coesistono con grandi pretese di scientificità e un forte desiderio di essere rispettati.” Infatti, una scienza incapace di predire eventi generali non è una scienza, ma una fede.

V’è chi dice che ai tempi di Roma un cittadino poteva viaggiare da un angolo all’altro dell’impero usando i propri denari d’argento, dunque una specie di euro sarebbe già esistito ma, in realtà, questo non è vero. Tale viandante aveva comunque bisogno dei banchi dei cambiavalute, proprio coloro che Gesù buttò fuori dal Tempio di Gerusalemme.

L’impero romano durò circa 500 anni e se analizziamo in dettaglio la loro politica monetaria scopriamo che esistevano diverse monete nelle varie province e che, pur avendo potuto unificarle tutte con un semplice decreto imperiale, non lo fecero mai e anzi incoraggiarono queste diversità.

Gaio (130 – 180) un celebre giurista romano, notò che: “La moneta, sebbene debba possedere lo stesso potere d’acquisto ovunque, è più facile averla in certe località con interessi inferiori, mentre è difficile da trovare in altri dove gli interessi sono alti.”

Un esempio fra i tanti, nel regno di Pergamo, che i romani conquistarono nel II secolo a.C. usavano monete d’argento note come cistofori e che continuarono a essere battute con poche differenze per secoli, infatti le troviamo ancora ai tempi di Adriano e Settimio Severo.

I romani fecero il contrario di quanto stanno facendo gli euroburocrati: lasciarono libere le province di far come gli pareva, purché non si ribellassero e osservassero il corpus delle leggi romane. Inoltre, ai tempi di Roma, la creazione di moneta era legata alla disponibilità di metalli preziosi, oro e argento e vili, come il rame e lo stagno, dunque per loro la ricchezza era una conseguenza del aggiungere valore e non del aggiungere nuova moneta.

crisi-29-616x280-1371726327L’idea dominante nel mondo, prima della grande depressione del 1929, fu che i singoli stati dovessero mantenere un cambio fisso e il successo dello standard aureo in vigore dal 1870 al 1913 aveva radicalizzato questa fallace opinione, rendendola diffusissima.

Con la crisi del 1913, che raggiunse poi l’apice nel 1929, s’ebbe la dimostrazione che questa teoria era sbagliata. Eppure, nel luglio 1944 a Bretton Wood, la mentalità dei legislatori era ancora a favore di un ritorno a un mitico Eden dei cambi fissi, e fu proprio lì che l’IMF fu concepito, per permettere un certo grado di flessibilità nei cambi. Com’era prevedibile, l’accordo non resse ai colpi di successive crisi e nel 1953 Milton Friedman propose di passare a un nuovo sistema di cambi flessibili.

Nel marzo1969, Harry Johnson – della London School of Economics e della University of Chicago – ribadì l’argomento di Friedman, ovvero che solo un alto grado di flessibilità nei cambi potrà permettere ai vari stati nazionali una tranquillità fiscale e che le svalutazioni e l’inflazione restavano il male minore, rispetto agli inutili tentativi di mantenere la parità.

PrintEbbene, la creazione del euro va esattamente in direzione opposta a questo, e fu la Francia la nazione europea che più di ogni altra spinse per attuarla, convincendo una riluttante Germania a seguirla. Georges Pompidou ne fece il perno della propria politica e nonostante tutte le crisi che avrebbero dovuto scoraggiare i presidenti francesi nel continuare a battere quella strada, essi perseverarono, credendolo uno strumento di contenimento della Germania. Il trattato di Maastricht del 1992, che segnò la nascita dell’ euro, non tenne conto del principio di sussidiarietà, ossia il principio per il quale un’autorità di livello gerarchico superiore si sostituisce ad una di livello inferiore quando quest’ultima vien percepita come non in grado di compiere gli atti di sua competenza. Il resto è storia dei nostri giorni e, come disse Roland Barbou, parafrasando Orwell, in quegli anni si diede inizio al “groupthink” europeo, diviso in quattro parti: serve un leader che porta avanti la bandiera; vanno silenziate le critiche esterne (Nicholas Kaldor, Fiedman, Harry Johnson e molti altri studiosi anglosassoni); vanno silenziate le critiche interne (molti si allinearono dopo aver espresso dissenso, come il presidente della Bundesbank, Karl Otto Pohl); e, come conseguenza, si procede verso una operazione che comporta un grande – e irragionevole – rischio.

Ecco cosa disse Francois Mitterrand a Margareth Thatcher nel 1989: “Senza una valuta comune siamo tutti, noi e voi, alla mercé della Germania. Se alzano i tassi di interesse siamo costretti a seguirli e voi, che pure non siete nel sistema monetario, dovete fare lo stesso. L’unico modo per aver voce in capitolo è avere una banca centrale europea, così possiamo decidere insieme.

margaretMargareth Thatcher capì meglio di molti economisti che sedevano nel suo gabinetto che l’euro era un errore. Le bastò usare il buonsenso dei propri genitori che vendevano verdura e spinse la Gran Bretagna a restarne fuori: grazie a ciò non fecero la fine di Spagna e Irlanda nel 2009. Un’altra assurdità proposta dagli euroburocrati e poi accettata dai nostri legislatori è stato il pareggio di bilancio, addirittura posto nella Carta Costituzionale. Ogni artigiano avrebbe potuto spiegare ai legislatori che per lavorare e investire è obbligatorio far dei debiti, ma quella decisione fu un effetto del panico provocato dalla crescita dello “spread” causato da manovre speculative ancora non ben chiarite.

Chi sostiene che l’uscita dall’euro sia un salto nel buio potrebbe aver ragione, ma si dimentica di dire che anche chi vuol restare nell’euro brancola nelle tenebre, non sapendo che succederà ma dato che chi vi spiega le cose in televisione ci sta facendo soldi, a scapito della cessione della sovranità del proprio Paese, conquistata con il sangue dai nostri padri e dai nostri nonni, e preferisce mantenere le cose come stanno, sperando che poi le cose s’aggiusteranno strada facendo.

Otmar-Issing-729476Uno degli architetti dell’euro, Otmar Issing, scrisse nel suo “The 50 Days That Changed Europe” che a Strasburgo, il 9 dicembre 1989, subito dopo la caduta del Muro di Berlino, la Germania disse sì all’unione monetaria per ottenere il permesso dal presidente Mitterrand per andare avanti con la propria riunificazione, anche se sapevano che senza una unificazione politica non si potrà avere divisa comune. Oggi anche Issing è pessimista sul futuro dell’euro e ammette: “Un giorno il castello di carte verrà giù.”

Angelo Paratico

8 settembre 2017 0 comment
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014_Orphan_Train_to_Texas_in_1910

Alcuni giorni fa il Times di Londra ha riportato la notizia di una bambina cristiana affidata ad una famiglia musulmana fondamentalista, poi ritornata alla famiglia naturale cui era stata tolta dai servizi sociali in seguito a proteste di vario genere.

Una notizia sensazionale che assume un’altra connotazione se si consulta la storia dei bambini orfani oppure sottratti illegalmente ai genitori e affidati a persone o istituzioni che non avevano niente a che vedere con il background culturale dei bambini stessi.

La storia che sto per raccontare inizia in un orfanotrofio di New York ai primi del Novecento quando le suore cattoliche che per anni avevano assistito alla collocazione da parte della Children’s Aid Society (Società per l’assistenza all’infanzia) di bambini messi sugli Orphan Trains diretti verso le zone rurali del Midwest. Se è pur vero che i bambini venivano tolti dai problemi degli slum di New York è altrettanto vero che la loro origine irlandese, italiana o polacca sarebbe stata cancellata in quanto gli affidamenti erano presso famiglie di agricoltori protestanti.

La chiesa cattolica tentò, quindi, di gestire in altro modo le proprie adozioni dirigendosi verso le comunità cattoliche sparse al di fuori delle grandi città dove la crescita dei bambini sarebbe stata senz’altro migliore esattamente come faceva la Children’s Aid Society ma mantenendo la cultura e la religione originale.

Ad esempio, 1e Sisters of Mercy del Foundling Hospital di New York (Sorelle della Carità dell’Ospedale dei Trovatelli di New York) si misero in contatto con il parroco del centro minerario di Clifton-Morenci al confine tra Arizona e Messico, una company town dove si estraeva il rame di proprietà della Phelps–Dodge, che assicurò loro la presenza di famiglie cattoliche in grado di allevare gli orfani nel migliore dei modi. Al sacerdote, appena trasferitosi dalla Francia, sfuggirono le considerazioni sullo stato di apartheid in cui vivevano questi cattolici ovvero minatori messicani sia di nazionalità americana sia frontalieri in transito che pur costituendo il 70% della popolazione non erano rappresentati quasi a nessun livello. Firmato l’accordo con le famiglie messicane, senza rendersi conto che la vita in un campo minerario in mezzo al deserto dell’Arizona non poteva essere paragonata a quella pur dura delle fattorie delle pianure centrali, le suore, un accompagnatore e 40 bambini di origine irlandese di carnagione chiara e occhi azzurri intrapresero un viaggio in treno di oltre 3200 da New York a Clifton-Morenci dove giunsero il 1 ottobre 1904.

Ad accogliere l’arrivo del treno oltre alle famiglie cattoliche interessate c’erano pure molte donne cosiddette anglo-americane al corrente delle pratiche del Midwest quando all’arrivo dei treni degli orfani si potevano scegliere quelli da portare a casa.

In questo caso la situazione era diversa ma soltanto le donne messicane ne erano al corrente perché le anglo-americane non frequentavano la loro chiesa cattolica.

Un gruppo di sedici bambini fu alloggiato in parrocchia in attesa di essere ridistribuiti il giorno seguente mentre i rimanenti 24 rimasero sul treno in attesa di proseguire l’indomani per la vicina Morenci.

Le donne anglo-americane non gradirono il conferimento di bambini di carnagione bianca, occhi cerulei e capelli chiari alle famiglie di messicani, e il giorno seguente riuscirono a convincere il vice sceriffo a formare un posse ovvero un gruppo di cittadini, diciamo benpensanti, come quelli che abbiamo spesso visto nei film western inseguire i fuorilegge, che si munì pure di catrame, piume e corde nel caso potessero servire. Le suore e il loro assistente furono di fatto prese in ostaggio, e i bambini strappati a viva forza dalle famiglie messicane.

La medesima situazione si creò a Clifton dove soltanto gli interventi pacificatori dello sceriffo, del giudice e di un funzionario della miniera garantirono la fuga precipitosa delle suore e del loro assistente che avevano tentato in tutti i modi di opporsi alla prepotenza della folla anglo-americana rischiando pure la pelle.

Qualche mese dopo il loro ritorno a New York, le suore denunciarono i rapitori presso la Territorial Supreme Court di Phoenix (L’Arizona divenne stato federale nel 1910) ma persero la causa perché la corte decretò che tutto era stato fatto nell’interesse dei bambini.

Nell’aprile del 1906 la Corte Suprema americana sentenziò che i messicani non erano idonei a garantire un modo di vivere e un’istruzione adeguata a bambini bianchi.

In entrambi i casi nessuna famiglia messicana fu visitata o investigata e tutti i giurati e rappresentanti della corte erano anglo – americani.

Il primo processo fu contro Lucia Gatti, la moglie di origine tedesca di John Gatti, macellaio in Chase Street, la via principale di Clifton che viene ritenuta l’istigatrice delle dimostrazioni. Il censimento del 1910 addirittura mostra il figlio William come proprio, nato nel 1903 a New York da padre italiano e madre nata in Arizona. È soltanto la consultazione del censimento del 1920 che conferma la verità. John Gatti è adesso sposato con Lucia Patritti di Bene Vagienna, Cuneo e vive con John, figlio adottivo che risulta nato a New York nel 1903 da madre newyorkese, padre sconosciuto e fa consegne per il padre adottivo. Adesso la famiglia abita in Wards Canyon a Clifton: mirabilmente le 30 famiglie del vicinato sono quasi tutte messicane.

L’analisi di quanto successo non è semplice, e nemmeno Linda Gordon, l’autrice di The Great Arizona Orphan Train Abduction ha una risposta completa. Tuttavia, dopo aver parlato con lei e ascoltato le sue conferenze, penso che i pregiudizi e le supposte superiorità di alcuni gruppi etnici siano le cause principali di quanto successo non solo a Clifton-Morenci ma anche in altri campi minerari –  company town e non solo dell’Arizona.

Ad esempio, se agli anglo-americani erano concesse dalla compagnia mineraria abitazioni con tre stanze e servizi sanitari interni e ai messicani con nuclei più numerosi due stanze e nessun servizio sanitario interno, facile poi sentenziare che questi ultimi vivevano stipati e in cattive condizioni igieniche.

Inoltre, la povertà non ha niente a che fare con la rispettabilità, e che cosa ne sapevano gli altri della vita familiare messicana? Mancò anche una solidarietà tra donne che avrebbe potuto gettare le basi per una maggiore coesione all’interno della comunità. Le messicane desiderose di integrarsi attraverso uno sbianchettamento pur artificiale e le anglo americane restie ad accettare una cultura che aveva segnato il territorio da secoli.

Si conoscevano un po’ meglio gli uomini, cui in miniera erano riservati i lavori più generici e comunque sottopagati perché la scala remunerativa privilegiava gli anglo-americani, gli immigrati dalla Cornovaglia, gli altri nord europei, gli italiani e subito dopo i messicani ed infine i cinesi. Ma la società messicana era molto matriarcale e la decisione delle adozioni fu soprattutto femminile anche perché avevano un maggiore contatto con la chiesa e con sacerdote.

Parte della scarsa collaborazione tra i messicani e gli anglo-americani fu innescata poi dallo sciopero generale dell’anno precedente, 1903, indetto per ottenere le otto ore di lavoro che fu sostenuto alla fine soltanto dai messicani e da uno sparuto gruppo di italiani – guidati da Frank Salerno e Frank Colombo. Lo sciopero fallì ma dimostrò almeno l’unità dei minatori messicani.

Un quadro generale poco noto all’esterno e non facilitato dal comportamento della compagnia mineraria Phelps-Dodge che tendeva a dividere i minatori. Basti ricordare che il 12 luglio 1917  la medesima Phelps-Dodge con l’aiuto di un posse di circa 2000 persone rispose a uno sciopero generale con la deportazione illegale di circa 1300 minatori dal centro minerario di Bisbee, poco lontano da Clifton-Morenci,  caricati su carri bestiame e spediti 320 chilometri a est verso le Tres Hermanas Mountains nel New Mexico, abbandonati a se stessi e diffidati dal tornare a Bisbee.

Oggi, la guida della società storica della contea di Greenlee elenca tutto quanto si può visitare nel museo locale, con un accenno en passant alle conferenze che si tengono periodicamente sugli avvenimenti storici come le “adozioni etniche” (sic!), scioperi, sparatorie e arte della frontiera.

L’opuscolo di Charles A. Spezia che promuove, invece, la storia e la visita della storica Chase Creek di Clifton, Arizona riporta la solita amnesia riguardo al treno degli orfani ormai entrato nelle pieghe nascoste del tempo. È interessante sapere dei molti cuggionesi, che dopo aver appreso il mestiere in Michigan o in Missouri, si stabilirono a Clifton-Morenci sia come minatori sia come imprenditori. Antonio Spezia gestiva un consorzio agrario mentre Ambrose Spezia era proprietario dell’Old Buffet Bar. Ma è evidente che la loro è un’altra storia.

Gli angoli dell’incomprensione non furono mai completamente smussati ed ancora oggi dobbiamo citare il comportamento poco ortodosso dello sceriffo dell’Arizona, pure di origine italiana, Joe Arpaio che proprio non sopporta gli immigrati messicani. Per non parlare del muro tra Arizona e Messico che il presidente americano Donald Trump vorrebbe ergere sulla scia del protezionismo padronale della Phelps-Dodge in vigore oltre un secolo fa.

 

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N.B. Per evitare la confusione tra orfani  (orphan) e trovatelli (foundling), gli orfani sono bambini i cui genitori sono deceduti, mentre i trovatelli sono stati abbandonati dai loro genitori. In genere la società ha avuto meno rispetto per i trovatelli ritenuti meno degni di essere aiutati.

 

ERnesto R Milani

1 settembre 2017

ernesto.milani at gmail.com

5 settembre 2017 0 comment
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The European House Ambrosetti

Nella nostra storia contemporanea i terremoti più devastanti per numero di vittime e distruzioni (Belice, Irpinia, L’Aquila, Centro Italia-Amatrice per citare) hanno riproposto il problema della fragilità edilizia di borghi e città. Situazione frutto di una cultura urbanistica piu’ romantica ed estetica che non razionale; basata sulla esigenza filologica di una aprioristica conservazione del manufatto edilizio come testimonianza della cultura del Paese anche a scapito, oltrechè della sicurezza, di ogni logica di convenienza economica.

Le polemiche rozze e prevenute, dopo gli accadimenti di Ischia, ne sono la triste prova.

La visione di cui si diceva non ha permesso quel graduale rinnovamento ed adeguamento degli immobili (riuso e sostituzione) alle nuove esigenze di vita; rinnovamento che avrebbe comportato anche il conseguimento di standard qualitativi maggiormente idonei a garantire condizioni adeguate di sicurezza.
Andiamo a vedere quante sostituzioni edilizie ( demolizione e ricostruzione ) sono state realizzate in città e borghi nell’arco di mezzo secolo; ma soprattutto quante se ne sarebbero potute realizzare.

Ben poche, con la normativa rigida di cui si era dotato il nostro Paese; e poche anche con le norme attualmente vigenti. Ed allora, le conclusioni sono facili da trarre.

Siamo andati avanti per decenni con interventi edilizi tampone, causa anche di parte dell’abusivismo. Come dice il proverbio, peggio il rimedio del male.

Nelle polemiche si dice: mancano un’analisi, una mappature ed un monitoraggio dei rischi naturali, idrologici e geologici ; manca una
definizione di piani sistematici di gestione delle emergenze in caso di disastri naturali e via dicendo.

Ma, considerando lo stato della legislazione nazionale in materia, manca ben altro. Manca una normativa unitaria addirittura in tema di principi fondamentali: conseguenza della incapacita’ della politica di conciliare la cultura con l’economia.

Solo da pochi mesi abbiamo un regolamento edilizio tipo, le cui norme valgono per tutto il territorio nazionale, ed i Comuni stanno adeguandovisi gradualmente.

Oggi la situazione italiana e’ a macchia di leopardo. In assenza di leggi nazionali ogni regione legifera a modo suo.

Servono una legge nazionale sul regime dei suoli, che disciplini il diritto di costruire codificandone i principi, ed una legge sul consumo del suolo, che tenga conto della peculiarita’ della situazione italiana.

Leggi che siano ispirate ai principi di razionalita’, economicita’, liberta’ individuale, prestazionalita’ e funzionalita’ delle strutture edilizie; che favoriscano i processi di rigenerazione urbana.

Che fissino le norme per disciplinare gli interessi legittimi ed i diritti soggettivi in relazione alla pianificazione territoriale (Jus aedificandi ) e istituiscano il principio di perequazione
obbligatoria nelle aree di espansione; con la facolta’ di traslazione dei diritti edificatori o volumetrici all’intermo di ambiti territoriali omogenei.

Che risolvano la dicotomia tra piani non conformativi e piani conformativi, ad esempio in relazione alla zonizzazione funzionale o alla attribuzione degli indici edificatori o volumetrici.

E bisogna cominciare a pensare di superare il livello comunale ( che e’ storico convenzionale ) come parametro-scala per la pianificazione urbanistica.

Leggi dunque che mirino ad un effettivo rinnovamento del Paese alla luce della esigenza di competitivita’ internazionale.
E infine, last but not least, bisogna riflettere seriamente sulla massiccia presenza, nelle nostre realta’ urbane, del “condominio”, un soggetto che si sta dimostrando tra i meno reattivi di fronte alle esigenze di rinnovamento di paesi e citta’.

 

FOTO Achille Clerici al tradizionale incontro di Cernobbio

5 settembre 2017 0 comment
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stupro

«Lo stupro è un atto peggio, ma solo all’inizio, poi la donna diventa calma e si gode come un rapporto sessuale normale»: queste sono le parole, riportate alla lettera, di Abid Jee, studente di Giurisprudenza e mediatore culturale. Il post su Facebook, a commento della violenza di gruppo accaduta a Rimini, è stato opportunamente cancellato, ma ormai il danno è fatto e la cooperativa presso la quale lavora Jee ha giustamente avviato un procedimento disciplinare verso il suo dipendente.

donne noLa bestialità scritta si commenta da sé, eppure fa riflettere, perché troppe volte la violenza, di qualsiasi tipo, è giustificata da improbabili avvocati del diavolo non all’altezza del compito che si sono affidati. La violenza sessuale in particolare è stata spesso minimizzata con gli espedienti più assurdi e, con un bizzarro rovesciamento dei ruoli, la vittima diventa una sorta di “agente provocatore”, colpevole, in modo più o meno esplicito, quanto il suo carnefice.

Chiunque dovrebbe essere consapevole che, durante uno stupro, non «si gode come un normale rapporto sessuale» perché è un atto di sopraffazione ed è anche un crimine, dal 1996 contro la persona e non solo contro la  morale. Tale riconoscimento è arrivato sicuramente tardi, nonostante i progressi compiuti in termini giuridici durante gli anni Settanta del secolo scorso, durante i quali la legislazione riflette e cristallizza, seppur con poca celerità, il cambiamento di mentalità che si afferma in Italia a partire dal decennio precedente. D’altronde, la sensibilità collettiva e il riconoscimento pubblico di particolari istanze non vanno necessariamente di pari passo, come dovrebbe sapere uno studente di Giurisprudenza consapevole- e non è il caso di Jee-. Infine, avere empatia è il minimo sindacale richiesto a chi si occupa di mediazione culturale.

31 agosto 2017 0 comment
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Riceviamo e Pubblichiamo

Napoli, 21 febbraio 2017 – In relazione alle notizie riportate oggi da alcune fonti di stampa sui fatti avvenuti a bordo del traghetto Janas, in servizio ieri notte tra Cagliari e Napoli, Tirrenia Compagnia Italiana di Navigazione conferma tra i 221 passeggeri a bordo erano presenti alcuni cittadini extracomunitari, tra cui 29 di nazionalità algerina colpiti da un decreto di respingimento dal territorio nazionale emesso dalla Questura di Cagliari, non accompagnati dalle forze di polizia. Il loro imbarco è avvenuto secondo le procedure previste, previa verifica della documentazione predisposta dalla Questura secondo le disposizioni di legge.

Nel corso della traversata sono state registrate dal personale di bordo tensioni all’interno del gruppo creando disagio tra le altre persone. Uno dei passeggeri ha denunciato il furto di un cellulare. La situazione ha indotto il Comandante a richiedere l’intervento delle forze di polizia all’arrivo della nave a Napoli per le necessarie verifiche.

“Non si sono verificati danni alla nave ne’ lesioni a passeggeri o equipaggio – riferisce Massimo Mura, AD di Tirrenia –. Tirrenia tiene a sottolineare l’operato del personale di bordo (tutto italiano, così come in tutte le Compagnie del Gruppo Onorato Armatori) che ha gestito con la consueta professionalità la situazione delicata, come sempre avviene in questi casi, a garanzia della sicurezza di tutti i passeggeri”.

22 febbraio 2017 0 comment
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buffoni

GALLARATE – Ho appena finito di leggere il libro di Andrea Buffoni, sindaco di Gallarate dal 1975 al 1983, poi senatore della Repubblica. Fu vicino  Craxi negli ultimi passaggi, e lo incontrò per l’ultima volta nel marzo del 1994 in piazza del Pantheon., poco prima delle elezioni politiche.

“Mi appare irriconoscibile, senza energia, come spento il fuoco della passione che lo aveva animato per anni. Anche la sua fisicità, la sua mole sembra rimpicciolita. Lo smarrimento della solitudine e dell’abbandono nello sguardo. Parliamo, o meglio parla molto lui, la voce tremante, gli occhi lucidi:

- Per la prima volta, dopo cento anni di storia, dalle elezioni sono esclusi i socialisti e il loro simbolo!

Ribadisce che si sente ingiustamente colpito, accerchiato e indifeso e che ‘A Milano aspettano solo di potermi arrestare il giorno dopo le elezioni!’

L’uomo è rassegnato e furioso e, ovviamente, angosciato, ma non domo”.

Qualche giorno dopo una tale tortura di stato Craxi emigrò in Tunisia e lì morì. Una vergogna per l’Italia, ancora in attesa di essere cancellata dalla storia. E i protagonisti di un tale misfatto non si sono ravveduti. Paolo Bracalini ha scritto (Il Giornale, 1° luglio 2016) che ogni anno mille innocenti vanno a finire in carcere (un sito errorigiudiziari.com ne fa l’elenco) e RAI 3, sabato scorso, ha messo in piedi addirittura una trasmissione andando a cercare gli innumerevoli imprigionati per niente che costellano la recente storia politica e non dell’Italia. Ma in questa Italia, che ci sia gente che toglie la libertà individuale perché non ha fatto bene il suo lavoro, sembra non interessare a nessuno.

Anche Andrea Buffoni, autore di Ricordare con gli occhi della mente, cinquecento pagine dov’è raccolta la sua esperienza politica che si chiude, anche nel suo caso, con un avviso di garanzia, per il quale, dopo dieci anni, è stato giudicato innocente (‘Il fatto non sussiste’). Una malagiustizia normale in Italia, con una magistratura di intoccabili che nessun potere politico osa mettere in discussione. Renzi si è limitato a ridurre le ferie e non siamo neanche sicuri se c’è riuscito…

 

FOTO Andrea Buffoni, nipote di Francesco Buffoni che fu senatore del Regno all’inizio del Novecento

 

8 gennaio 2017 0 comment
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