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Polidor solo

TURBIGO – E’ ancora lì che distribuisce pacchetti di sigarette dei quali conosce a memoria i prezzi, seppur mutanti ad ogni governo. Lui non sbaglia: è un professionista di 92 anni che parla poco, ma lavora ancora al banco dando una mano ai suoi figli. Anche il negozio resiste, reinventandosi, sopperendo alla crisi grazie alle ‘figurine’, specializzandosi in giochi per bambini, ma anche lasciando spazio all’editoria religiosa, l’unica che si vende ancora bene.

In una chiacchierata di qualche tempo fa ci diceva che quest’anno sono ottant’anni che la ‘fabbrica’ è aperta, tra Via Matteotti e Via Fredda: “Era il 1937 quando ho acquisito la licenza dall’Azzimonti”. Oggi, tra un’infinità di periodici e riviste, sono i figli che passano le ore a fare i resi, lui si annoierebbe. Preferisce servire il cliente di cui conosce i gusti.  

“Al tempo in cui eravamo la ‘Valle dei Milioni’ – ci dice – avevo in mano un centinaio di concerie alle quali fornivo il sale. Facevo arrivare il Tir e avevo dei posti fissi nella zona in cui scaricavo il sale e poi lo distribuivo alle singole concerie. Altri tempi, si guadagnava bene, adesso invece si fa fatica a mandare avanti il negozio. Troppe tasse!”.

Meriterebbe il premio che la Regione Lombardia attribuisce ogni anno a chi riconosce l’impegno, la storia e il valore che questi esercizi commerciali sono stati in grado di tramandare.

 

14 luglio 2017 0 comment
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colori 1

DSC06409TURBIGO – Ci telefonano per dirci che in Via Patrioti c’è un genio che sta collaborando con il Museo Civico di Cuggiono (1) per il recupero di alcuni orologi antichi. Ci dicono di intervistarlo e noi ci presentiamo lì, a casa sua, martedì 4 luglio 2017,  per conoscerlo e farci raccontare le sue passioni.

Una storia lunga settant’anni quella di Gianfranco Colori, classe 1944. All’inizio degli Anni Cinquanta la sua famiglia, proveniente dal Veneto, si trasferisce a Turbigo. “Ho fatto le scuole che potevo dopo le Medie, ma mentre lavoravo frequentavo delle scuole serali a Milano, dove insegnavano termodinamica e chimica. Avevo fame di conoscenza e seguivo anche corsi cui non ero nemmeno iscritto, al punto che riuscii a prendere il patentino di primo grado senza alcuna fatica. Mi aiutò il signor Ermenegildo Poli, allora capo della centrale termica di Turbigo, che mi permise di fare il tirocinio sulla caldaia Sulzer di Ponente. Così divenni conduttore di un generatore di vapore della superficie di 15mila metri quadrati! Avrei potuto farmi assumere dalla Vizzola (poi Enel), ma preferii correre dietro alle mie voglie, come quella – al tempo –  di condurre un treno a vapore!

IL LAVORO. La vita, poi, ci porta dove vuole e Gianni Colori andò a lavorare alla Ital Lastik di Turbigo. “Lavoravo in stabilimento dalle 4 del mattino alle 12, poi nel pomeriggio continuavo a frequentare le scuole a Milano”. Poi cercò di crescere partecipando ad una selezione della ditta ‘Cavallero Gomma’, poi dall’87 alla ‘Argo spa’ di Baranzate. Diventò responsabile di produzione di un laboratorio dov’erano impiegate 40 persone. Il loro compito era quella di studiare mescole aventi proprietà di resistenza all’olio, all’ocolori 2zono, agli idrocarburi, utilizzabili nei diversi campi: medicale, petrolifero, automobilistico, aereospaziale.   “Abbiamo creato guarnizioni che sono state montate sui satelliti. Guarnizioni che viaggiano nello spazio siderale, polimeri speciali. Il nostro lavoro era quello di risolvere problemi, trovando le ‘ricette’ giuste per realizzare guarnizioni di tenuta e protezione, secondo l’utilizzo a cui erano destinate: alimentare, medicale, automobilistico, oleodinamico”.

Nel 2000 lasciò il suo appassionante lavoro firmando un ‘patto di non concorrenza’.

LA GENIALITA’ – Non c’è alcun dubbio che Gianfranco Colori sia un creativo. “La genialità è un dono di famiglia. Mio nonno, classe 1888, aveva il talento che ci ha tramandato.  Faceva il fabbro a Gorgo al Monticano (Treviso). Era capace di aggiustare tutto, ma anche di costruire aratri, ferri di cavallo, cerchiare le ruote di legno con metallo. Inventò una ‘chiave nella chiave’ per il tabernacolo della chiesa del nostro paese per evitare che rubassero, un’opera di raro ingegno. Un artista, dal quale ha preso mio padre (classe 1919) e anch’io da piccolo ero incuriosito dai macchinari dell’officina: trapano, tornio, mole maglio, fucina. E’ lì che il mio carattere si forgiò, mi prese quella voglia di conoscere che mi ha accompagnato per tutta la vita, proprio al fine di affrontare e risolvere i problemi tecnici con grande determinazione, senza la quale è facile arrendersi alle prime difficoltà”.

LA PASSIONE.  Dieci anni fa, lo scoppio di una bomboletta di ossigeno, (2) che gli serviva per delle saldature, gli ha provocato l’amputazione della gamba sinistra e da allora, avendo necessità di rimanere maggiormente seduto, ha coltivato il suo hobby che è quello della riparazione degli orologi antichi. “Successe che, nel 2003, in occasione dello sposalizio della figlia, decisi di regalargli un orologio a pendolo antico. All’Epifania la figlia mi dice che l’orologio non va, per cui lo porto dall’orologiaio. Dopo due mesi mi viene restituito dicendomi che non c’era modo di ripararlo. A casa sono stato preso dal fomento, dalla voglia di ripararlo. Lo smonto, passo dopo passo, mettendo su un tavolo tutti gli ingranaggi secondo la sequenza di smontaggio, individuando così il pezzo difettoso. L’orologio funziona ancora oggi. Da allora ho raccolto una marea di orologi non funzionanti e li ho riparati, diventando uno specialista nel campo al punto che la ditta Dival (azienda milanese che produce orologi in stile) mi chiede qualche piccola riparazione. Non solo, ma quando si sa che c’èun buon riparatore il lavoro non manca e ti portano i cucù da riparare. Anche il museo di Cuggiono mi ha chiesto di riparare un orologio antico”.

L’abitazione del Nostro è costellata di orologi, ogni pezzo ha una storia: da quello in bagno montato in maniera tale da vedere le ore ribaltate nello specchio; al pendolo tedesco; all’orologio ‘usa e getta’, datato 1880, che davano agli immigrati per la traversata dell’oceano (nella foto); alla pendola occhio di bue d’inizio Ottocento con movimento ‘Moubier’ proveniente da Magenta, probabile lascito dei francesi della seconda guerra d’indipendenza.  Un museo dell’orologio antico e funzionante in casa, che abbiamo avuto il piacere di visitare.

NOTE

1 – Il contatto con il museo di Cuggiono è avvenuto tramite il club Satellite Parabiago-Naviglio Grande del Lions Club Parabiago ‘Giuseppe Maggiolini’

2 – La bomboletta esplose senza fiamma, senza produzione di calore. Fece saltare in aria alcune piastrelle del pavimento, piegò la piantana di un tavolo da lavoro e sfondò il plafond dell’officina. “A tal proposito – aggiunge Colori – ho letto in questi giorni su un quotidiano che una soubrette, è stata uccisa dallo scoppio di un’identica bomboletta di ossigeno. La Procura ha indagato, ma dopo dieci anni nessuno mi ha detto niente sulle cause dello scoppio.”

 

 

6 luglio 2017 0 comment
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bardi

Turbigo nel '500

TURBIGO – Oggi, ‘Il Giornale’ dedica una pagina a Bardi, nel cui territorio c’è la rocca dei Landi, baroni di Turbigo. Bardi è un paesino dell’Appennino di circa duemila abitanti, messo in evidenza sul giornale d’oggidì per un questione di tasse. A noi, però, interessa parlare della vicenda storica rimasta graffita all’interno della rocca dei Landi (situata nel Comune di Bardi), dove compare la famosa vista a volo d’uccello che qui pubblichiamo. Ma andiamo per gradi.

CRONACA DI UNA VISITA – Il 13 agosto 2004 andammo a Bardi (autostrada A15 Parma-La Spezia, uscita Fornovo) per visitare la fortezza dei Landi. Tra le tante terre che possedevano i membri di questa nobile famiglia c’era anche Turbigo. Difatti abbiamo avuto la possibilità di ritrovare scritto ‘Turbigo’ sia nella sala cosiddetta quadrata – fatta decorare da don Federico Landi tra il 1595 e il 1604 – che nella mappa posta in una sala antistante dov’erano rappresentati tutti i possedimenti dei Landi.

A parte il maniero arroccato sull’Appennino che merita da solo una vista (5 euro, allora), ritrovare nella meravigliosa sala quadrata, coperta da una volta a padiglione, decorata ad affresco, anche la vista a volo d’uccello del nostro paese con scritto ‘Turbigo’ è stato emozionante. Ma l’intero soffitto è eccezionale: al centro campeggia lo stemma della famiglia Landi con aquile a due teste, corona principesca, toson d’oro e altri piccoli stemmi (lo stesso che si ritrova nella mappa turbighese). Poi, intorno al riquadro centrale, sono disposti, in bell’ordine geometrico, un gran numero di cartigli, incorniciati da un modello floreale, in cui sono rappresentate le diverse località che costituivano il marchesato di Bardi e la contea di Compiano.

Le vedute rappresentate nei cartigli delle volte sono le stesse che vennero fatte incidere e riunire in volume a stampa nel 1617 da Federico Landi, opera diffusa a ragion veduta presso le principali corti e famiglie nobiliari italiane e europee insieme alla genealogia dei Landi (stampata nel 1603, sempre da Federico), con lo scopo di ‘farsi conoscere’. Un’incessante azione diplomatica, quella portata avanti da Federico nei primi anni del Seicento, che aveva le sue ragioni ‘politiche’, ma che comunque a Turbigo ha ‘regalato’ una veduta a volo d’uccello secentesca che pochi paesi possono vantare.

Infine, sui quattro angoli della volta della sala quadrata, grandi aquile bicipiti ricordano l’investitura imperiale della valle di Taro e della val Ceno ricevute da Agostino Landi direttamente dall’imperatore Carlo V nel 1551. Da qui il toson d’oro, simbolo che i Landi poterono vantare nello stemma nobiliare, proprio perché il loro feudo proveniva da un’investitura imperiale e non dalla Regia Camera.

Consigliamo alla Pro-Loco di organizzare una visita a questa fortezza proprio per le tracce turbighesi che in essa sono conservate.

 

 

 

2 luglio 2017 0 comment
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Via Lonate

Via Lonate 1

 

Continua la nostra ‘Storia delle Vie’ con l’unica strada turbighese ancora segnata da un cippo settecentesco della Lombardia Austriaca riportante l’indicazione in miglia.

78 – LONATE (1951)

Collega la piazzetta ‘Cinque Vie’ alla Via Molinara e fu denominata dal Consiglio Comunale il 12 agosto 1951, per distinguerla dal tratto che collega sempre la piazzetta alla Via Nosate, realizzato al tempo della costruzione della conceria Barengo (1945). Si tratta di una via antichissima che collegava Turbigo a Lonate Pozzolo, attraversando i territori di Castano-Nosate.

La Via ha subito nel tempo diverse denominazioni per ritornare, alla fine, a quella originaria: fu chiamata ‘Via al Monte’, poi durante il periodo fascista, Via Vittorio Emanuele III, ma durante il periodo del Fascio repubblicano fu variata ancora in via ‘Ettore Muti’. Una lettera del Partito Fascista Repubblicano conservata nell’Archivio Storico Civico, datata 20 febbraio, 1944 dice: “Oggi la salma dell’eroe Ettore Muti riposa nella sua terra natale. Perché “il più bel guerriero della nostra razza” veng degnamente onorato anche a Turbigo, i Fascisti repubblicani esprimono il desidrio che sia dedicata una Via a suo nome”.

La Via fu nuovamente denominata ‘Via per Lonate’ dal Commissario Prefettizio, Piero Franceschini, nel 1945. Infine, una decina di anni fa su questa antica strada – a documentarne la vetrustà –  fu rinvenuto un cippo settecentesco che riporta l’indicazione in miglia da Turbigo a Lonate. Recuperato dal Comune indica come il ‘Sistema Metrico decimale’ non fosse ancora in uso nelle nostre contrade. Adottato dal Piemonte con una legge del 1845 venne in seguito esteso a tutti i territori milanese, anche se alcune realtà l’avevano già adottato all’inizio dell’Ottocento.L’Austria cercò di opporsi alla diffusione del nuovo ‘Sistema’, favorendo l’uso della metrologia viennese, documentata  da questi cippi  standard dell’altezza di un metro, larghezza 60 centimetri, spessore 20, realizzati in granito e portanti le rispettive frecce indicatrici.

 

NOTE

1 – Chi scrive ricorda di aver letto un documento nel quale il Cln locale, il 27 luglio 1945, autorizzava la costruzione della conceria Barengo, con il solo vincolo della realizzazione di una strada che collegasse la piazzetta Cinque Vie con la Via per Nosate. Non ci fu neanche il tempo di aspettare la nomina del Sindaco.

2 – Adriano Azzimonti ci raccontò di aver visto, nella zona di Via per Lonate, il famoso dirigibile Norge negli anni 1924-25 ‘parcheggiato’ proprio nel cielo turbighese,  probabilmente ‘alloggiato’ al campo di aviazione che al tempo si chiamava ‘di Turbigo’. Si trattava di un dirigibile italiano, pilotato da Umberto Nobile, con il quale il 12 maggio 1926 Roald Amundsen, insieme ad altri, sorvolò il Polo Nord effettuando la completa traversata del bacino artico fino all’Alasca.

 

79 – LONATE (Vicolo)

Breve tratto di strada che si dirama a sinistra della Via per Lonate

 

29 giugno 2017 0 comment
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TURBIGO. Ci fu una grande battaglia il 31 maggio 1800, nella quale Napoleone corse il rischio di perdere la vita. L’ha raccontata magistralmente il turbighese Giovanni Baga, consultando documenti d’archivio francesi e austriaci. Si tratta di una battaglia misconosciuta perché quindici giorni dopo ci fu Marengo e i ‘media’ del tempo si concentrarono tutti su quest’ultimo scontro, anche se Parigi non dimenticò il migliaio di soldati francesi morti nel nostro territorio e li ricordò denominando una via centrale: ‘Rue de Turbigo”.

Ma dove passarono i francesi? Dove avvenne  il combattimento? Il territorio turbighese è pieno i pallettoni di piombo e di ferro che ogni tanto affiorano dal terreno in memoria degli antichi scontri ottocenteschi, ma non è stato ancora definito il percorso che i francesi fecero dopo aver attraversato il Ticino.

Oggi, domenica 25 giugno 2017, abbiamo esplorato un’ipotesi che vedeva nel ‘Cavaoss’ (un’isola del Ticino delimitata dal corso del fiume e dal canale del Treccione) un eventuale punto di contatto tra Austriaci e Francesi. Alcuni elementi fanno pensare che una mitraglia austriaca fosse stata postata nel cosiddetto bosco Vedro, alias Cavaoss, ma niente di più.

Inoltre, sull’attraversamento del Ticino effettuato con barche ha già scritto Giovanni Baga, ma c’era anche un’alternativa percorribile dalla fanteria, protagonista della battaglia, e siamo andati a cercarla.  Era possibile arrivare direttamente al ‘Cavaoss’ (territorio di Turbigo) senza l’utilizzo delle barche che, oltretutto, scarseggiavano. Sì, c’è una strada diritta che parte dalla cascina Picchetta in territorio di Cameri, scende in un canalone lungo la costa della vallata e imbocca decisamente il Cavaoss, dove abbiamo ipotizzato il primo scontro tra Austriaci e Francesi a suon di pallettoni di ferro. Nella stessa direzione si trova il Molino del Pericolo e l’antica strada del porto che portava al centro del paese.

FOTO 1 – foto in evidenza, sul ciglio della vallata, in lontananza la cascina Picchetta; 2 – l’imbocco della strada che porta al Cavaoss dove oggi – 25 giugno – ci siamo imbattuti in due fumatori di narghilè che festeggiavano la fine del ramadan; 3 – la passerella sopra il Naviglio Langosco che porta alla costa della vallata faticosamente percorsa fino al ciglio dovìè apparso un panorama paradisiaco.        

 

 

 

25 giugno 2017 0 comment
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TURBIGO – Tanti i messaggi inviati dalla grande manifestazione organizzata dal Comune per onorare la la Repubblica Italiana. La tradizionale sfilata ha interessato l’anello più esteso del territorio comunale (Via Roma, Via Volta, Via Fredda, Via Matteotti, Allea Comunale) che ha visto transitare mezzi e gonfaloni delle diverse associazioni, oltre a quelli delle istituzioni militari, civili e religiose. Oltre al padrone di casa, presenti i sindaci di Magnago, Buscate, Magnago, Nosate Robecchetto con Induco (foto).

In appendice alla manifestazione sono stati inaugurati due musei che raccolgono la memoria storica del paese, come mostrato dalla foto in evidenza: un museo raccoglie gli strumenti di vita e di lavoro della civiltà contadina, realizzato da Lino Braga con un indefesso lavoro durato anni (foto); il secondo museo è quello dell’Italia – dalle guerre d’indipendenza a quelle mondiali, ricordando che il grande Napoleone il primo passo in Italia lo fece a Turbigo – dove è stato esposto il materiale raccolto da Ermanno Solivardi nella sua lunga vita. Artefice di questa iniziativa è stato Daniele Solivardi con il supporto di altri (tra cui Paolo Solivardi) e l’aiuto della ditta Bama. Un gran bel regalo ai giovani di Turbigo che si è concretizzato in un’ala del vecchio palazzo municipale (un tempo c’era la biblioteca) dove in un ‘bunker’ (foto) sono state raccolte le parole d’onore riguardanti i 46 giovani turbighesi morti sul campo, nel corso della prima guerra mondiale. Dicevamo del bel regalo che la comunità ha ricevuto da per l’impegno di tanti turbighesi che hanno messo a disposizione tempo e conoscenze, convinti come sono che solamente la memoria storica può valorizzare il territorio, proprio perché è un patrimonio universale. Sono queste persone che, al di là delle diatribe politiche, attestano quello che magistralmente scrisse Cesare Pavese: “Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente c’è qualcosa di tuo che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.

   museo 2museo caduti

2 giugno 2017 0 comment
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