Home Storia Locale
Category

Storia Locale

San Carlo

1570

 

 

 

 

 

TURBIGO –  Il nostro tempo, segnato da orge in parrocchia, da alti prelati che vivono da nababbi, da sedicenni che uccidono i genitori per niente, avrebbe bisogno di una figura di alta moralità come fu quella di San Carlo Borromeo nato ad Arona (1538) e morto all’età di 46 anni. Fautore della Controriforma uscita dal Concilio di Trento assimilò le idee di un ritorno alla carità evangelica e alla dedizione verso il popolo, al punto che durante i difficilissimi momenti della peste, quando l’autorità politica si era dissolta, rimase  solo Lui, a croce alzata contro la tempesta.

Nell’ottobre 1484 si recò in ritiro spirituale al Sacro Monte di Varallo, poi passò ad Arona dove cominciò ad avere i sintomi di quella malattia che l’avrebbe portato alla tomba. Venne messo su una barca diretta a Milano: percorse un tratto di Ticino e poi, a Tornavento, la barca si infilò nel Naviglio Grande. Passò quindi, morente, nei nostri paesi che aveva visitato quindici anni prima e, poche ore dopo essere arrivato alla Darsena milanese, morì.

Il nostro territorio è rimasto segnato da quello che forse è il personaggio più importante della storia del milanese degli ultimi secoli: dagli innumerevoli quadri che lo ritraggono esposti nelle chiese, alle opere da lui ordinate e realizzate, come la chiesa di San Fedele a Milano e il Santuario di Rho. Prima di San Carlo immoralità e corruzioni la facevano da padroni: il Borrmeo applicò severe norme di comportamento dando per primo l’esempio.

Le Visite Pastorali – da Lui volute –  servirono anche a verificare la condotta morale dei parroci di campagna che spesso facevano i ‘padroni’ del paese. Il 9 aprile 1570 (dopo aver visitato la pieve di Corbetta), in una settimana, visitò tutte le parrocchie della pieve di Dairago: oltre alla capo pieve, Inveruno, Turbigo, Buscate, Magnago, Nosate, Borsano, Castano, Cuggiono, Villa Cortese, Arconate e Busto Garolfo. Nel corso delle Visite faceva esaminare accuratamente gli altari, il fabbricato della chiesa, descrivendone minutamente lo stato, faceva redigere l’inventario dei benefici annessi alle chiese. Vagliava con severità il tenore di vita dei sacerdoti, la loro istruzione. Tutto veniva scritto in verbali oggi conservati presso l’Archivio Arcivescovile di Milano dai quali abbiamo tratto la mappa che qui pubblichiamo.

Una mappa questa con indicazione approssimativa dei luoghi, delle distanze in miglia, dei corsi d’acqua. In un tempo in cui non esistevano ancora le carte geografiche (altro che il Gps attuale) queste carte manoscritte forniscono un importante contributo alla viabilità antica del nostro territorio. Il ‘Navilio’ circonscrive metà della carta e viene scavalcato da alcuni ponti, allora in legno. Nei pressi dei ponti di Turbigo e Castelletto di Cuggiono sono segnalate delle ‘bettole’, luoghi di ristoro dei passeggeri.

 

FOTO L’immagine di San Carlo è diffusa in tutto il nostro territorio (quella che pubblichiamo è un particolare della tela esistente nella chiesa dei SS. Cosma e Damiano, realizzata per volontà testamentaria del cardinale Flaminio Piatti, anch’egli animato da un grande fervore controriformistico) e, alcune volte, come nella tela conservata  nell’ex convento di S. Ambrogio della Vittoria di Parabiago, in momenti importanti, come quando posò la prima pietra per la chiesa di San Fedele a Milano, progettata dall’architetto Pellegrino Tibaldi, lo stesso del Santuario di Rho.

 

14 gennaio 2017 0 comment
0 Facebook Twitter Google + Pinterest
ferrrai

 

Braga-Ferrari-1170x878

TURBIGO – Di Turbighesi di qualità, che hanno attraversato le nostre strade – e che alla fine della loro vita ritornano sui loro passi – ne abbiamo conosciuti parecchi. Non facciamo l’elenco perché bisognerebbe aggiungere anche una breve biografia e non ne abbiamo il tempo, anche se il nostro archivio mentale è pieno di queste presenze. Però un ‘famedio virtuale turbighese’ sarebbe opportuno e non ricordare solamente i protagonisti della politica che, per la verità, sono in pochi quelli che hanno lasciato una traccia. 

Recentemente abbiamo avuto modo di incontrare il professor Giuseppe Ferrari. Una comune amica l’ha accompagnato e siamo stati insieme qualche ora, non prima di aver solcato insieme alcune strade turbighesi che lui ricordava perfettamente (per esempio la cinta dell’ex convento degli Agostiniani Scalzi di Via Pasubio-Volta).

Il professor Ferrari, già primario di Neonatologia e Pediatria presso l’Ospedale Mauriziano di Torino e Libero Docente di Clinica Pediatrica all’Università della medesima città, ha ricoperto importanti incarichi in seno alle istituzioni legate alla cura dell’infanzia ed è stato collaboratore dell’Unicef e del Ministero della Sanità. Ha curato e tradotto libri di divulgazione fra cui ‘Bambino 2000’ e ‘Il bambino dalla A alla Z’. Con De Agostini ha pubblicato ‘Il Bambino felice’ e ‘La mamma felice’, oltre a quello del quale pubblichiamo la copertina, ‘I bambini crescono nonostante gli adulti’ (2011).

Dicevamo dell’incontro con il professor Ferrari, classe 1937, che ha voluto ritornare (abita a Torino) a passeggiare nel paese in cui, nel secondo dopoguerra, aveva frequentato le elementari e, successivamente, il liceo classico ‘Carlo Alberto’ di Novara. Suo padre era il direttore della Rossari&Varzi e, Lino Braga, che ha frequentato la 5° elementare insieme, ci ha detto che già allora aveva una marcia in più. Qi questi Turbighesi che ritornano a vistare il nostro bel paese dobbiamo essere orgogliosi e cercare di ricordarli seguendo i comandamenti del grande Ugo Foscolo.       

 

FOTO il professore Ferrari a destra con Lino Braga, compagni di classe nel secondo dopoguerra

13 gennaio 2017 0 comment
0 Facebook Twitter Google + Pinterest
emigranti

TURBIGO. Sono stati circa 40 milioni gli emigranti che, dal 1861 al 1915, hanno lasciato l’Italia per migliorare le loro condizioni di vita. Dal Mandamento di Cuggiono (di cui faceva parte anche Turbigo) partirono in tanti, alcuni ce l’hanno fatta e sono rimasti là (ma poi ritornano, magari qualche generazione dopo), altri sono morti in miniera (1), in pochi hanno fatto il gruzzoletto e sono ritornati in paese per costruirsi la casa. Allora,  l’economia americana era in una fase di grande espansione industriale e, per chi veniva da un’economia agricola come la nostra – dove si rimaneva ad aspettare che il fagiolo maturasse – era un miraggio. Molti dei nostri connazionali che partirono non sapevano neanche scrivere e non si può dire che l’America abbia loro aperto le braccia, nonostante avesse bisogno di mano d’opera a basso costo.  Ellis Island è rimasta lì a documentarlo. Recentemente abbiamo ricevuto due segnalazioni da immigrati italiani, per dire che i legami affettivi con il paese d’origine rimangono:

TONI CARROLL nata a St. Louis il 20 maggio 1927, era figlia della turbighese Enrichetta Colombo, abitante in paese nei primi decenni del Novecento, la quale emigrò, nel 1923, a Castle Gate per raggiungere il marito, il minatore Antonio Garegnani che l’anno dopo morì. Si risposò con un certo Iadreschi ed ebbe due gemelli, uno dei quali è la famosa cantante. Di questa vicenda, che abbiamo pubblicizzato su Facebook – per andare alla ricerca dei cugini turbighesi – abbiamo ricevuto diverse segnalazioni tra cui l’ultima è la seguente:

Salve, ho letto un articolo scritto da Ernesto Milani nel quale si cercavano informazioni su una famiglia, Sono in possesso di circa 200 cartoline mandate da una certa Enrichetta Colombo, madre della signora che abita a New York e che cerca informazioni sulla sua famiglia. Sono tutte spedite intorno ai primi del Novecento e fino al 1925. Si capisce che erano di Cantù (Como) e che avevano una drogheria! Se foste interessati a visionarle per accertare se è lei vi lascio il mio riferimento sperando di essere stato utile nella vostra ricerca.

BRANDON RODNEY. I recently came across your article on the connections with Buscate and Herrin.  My  family came from Buscate and settled in Herrin.  I was wondering if there is a way to obtain Italian military records.  I would like to get military records for my great grandfather who served in the Italian military during World War 1.  Grazie!”

Questo signore (che scrive ‘grazie’ alla fine per farci intendere che sa leggere ancora l’italiano) vorrebbe la medaglia che spetta al nonno (buscatese) per aver partecipato alla prima guerra mondiale. E’ possibile, basta il nome, cognome e data di nascita, e noi lo abbiamo indirizzato sulla strada giusta.

C’è tutto un mondo sconosciuto che fa capo ai nostri paesi e, per quanto ci riguarda, passiamo il tempo libero a riscoprirlo. Facendo passare vecchie fotocopie, pazientemente conservate, abbiamo trovato:

GIUSEPPE E ROSETTA PARINI (1416 Francis ST Crockett – California). ‘Il Segno’ –  giornalino della parrocchia, fondato dal parroco don Lino Beretta al tempo del suo insediamento (1960) – veniva spedito anche all’estero. Da Crockett, il 5 marzo 1962, Giuseppe e Rosetta Parini, scrivevano al parroco: “Non saprei come ringraziarla. Dopo 46 anni che siamo in America è la prima volta che teniamo fra le nostre mani un giornaletto della parrocchia del nostro bel paese di Turbigo (…) Con molto piacere desidererei abbonarmi”.

EGILDO E CAROLINA BRAGA, superstiti dell’affondamento della ‘Empress of Ireland’ che si inabissò nelle acque del fiume San Lorenzo nella notte tra il 28-29 mggio 1914, ma dove perse la vita il loro figlio Rino. Su qusto tragico evento la Biblioteca Civica organizzò una serata il 10 aprile 2014.

E tanti altri sono i turbighesi che è bello ritrovare in giro per il mondo per dire loro che in paese c’è sempre qualcuno che li aspetta …

 

NOTE

1 – DAWSON, New Messico, 22 ottobre 1913. Un’esplosione di gas nella miniera numero 2 dello Stag Canyon uccide 263 minatori. Tra loro i turbighesi: FRANCESCO MERLOTTI, emigrato nel 1902; GIOVANNI CAVAIANI, emigrato nel 1906; EGILDO PORETTI, emigrato nel 1906. Dieci anni dopo, nel 1923, sempre nella stessa dannata miniera un incendio provocò la morte di 123 minatori tra cui due dei nostri, Antonio e Alessandro Zanoni.

 

FOTO Emigranti in Argentina dell’inizio degli anni Sessanta del secolo scorso. La prima a sinistra è una Marcoli. Furono parecchi, a quel tempo, i turbighesi che lasciarono il paese per l’America del Sud (foto Erminio Motta)

 

 

6 gennaio 2017 0 comment
0 Facebook Twitter Google + Pinterest
padregnano-2017

ROBECCHETTO CON INDUNO Ha creato qualche stupore scoprire che, in un libro del Settecento, scritto da un frate agostiniano, si dicesse che il cenobio turbighese si trovava nelle vicinanze della città murata di Paterniana, un agglomerato urbano che faceva capo a Torbigo e Paregnano.

L’ipotesi è interessante e conferma precedenti idee. Per esempio, Giampaolo Cisotto, vent’anni fa aveva ipotizzato che il toponimo Villaria (vicus ilario o villa ilario), oggi in territorio di Turbigo, fosse da collegare alla presenza della chiesa di S. Ilario censita in Padregnano nell’elenco di Goffredo da Bussero del XIII secolo e, in quella zona, c’è la famosa pila del ponte sul Ticino. Nel libro il frate descrive la città di Paterniana murata (potrebbe essere il documentato Castello inferiore?) e divisa in due da un ramo del Ticino (nella zona Villaria dove c’è la pila di un ponte?). Sostiene, inoltre, che sia stata distrutta a seguito di un incendio causato dalle lotte tra viscontei e torriani (guelfi contro ghibellini) e noi sappiamo che Turbigo fu soggetto alla Signoria di Napoleone Della Torre nel XIII secolo.

Quindi una tale ipotesi fa supporre che, nel primo millennio, sulla riva sinistra del medio Ticino, ci fossero solamente delle città ‘murate’(ovviamente per sicurezza), che le leggende, in parte, hanno tramandato: la città di Binda all’altezza di Castelnovate; La città di Paterniana al confine del Seprio, praticamente in corrispondenza di quelli che furono gli attraversamenti del Ticino.

Per quanto riguarda ‘Binda’ (il cui toponimo è rimasto in una chiesetta di Nosate), la città potrebbe essere sorta – come ha scritto Marco Balbi su Contrade Nostre qualche decennio fa – come accampamento o deposito militare in connessione con il Ticino (porto di Castelnovate) e con la Aquileia-Eporedia, strada importante che transitava in loco. L’insediamento è stato messo in relazione al potenziamento della rete viaria e dei trasporti fluvio-lacuali operato nel IV secolo, realizzati per i rifornimenti e i rincalzi delle linee di difesa dei confini. A quel tempo il Nord era ancora protetto dai limites sul Reno e sul Danubio e Milano era la capitale dell’Impero, ma era necessario che le truppe nelle retrovie potessero intervenire velocemente in caso di necessità. E’ un discorso che vale anche per Castelseprio perché è stato dimostrato come Castelnovate e Castelseprio siano distanti esattamente una giornata di viaggio, l’uno dall’altro, e anche per quest’ultimo è stata ipotizzata una origine come accampamento e deposito militare.

Nel V secolo, quindi, il progressivo crollo dei limites europei determinò la necessità di difendere i confini italiani, ma anche i preesistenti insediamenti con l’erezione di cinte murarie. E’ molto probabile che anche i preesistenti accampamenti siano stati trasformati in veri e propri castelli. A Padregnano – come abbiamo già detto –  sono documentati ben due castelli: Castello superiore all’altezza di San Vittore e Castello inferiore i cui resti sono stati definitivamente smantellati dall’azione della vecchia cava Mira. Risulta che, ad un certo momento (XI-XII secolo), queste cinte murarie che delimitavano le aree vaste dei castelli, vengono abbandonate, si isolano delle aree più ristrette che vengono a loro volta fortificate per la difesa della poplazione locale. Probabilmente quello che resta del Padregnano (vedere foto), proprio per la tecnica muraria ancora visibile, è ricondubile a questo periodo, mentre dei due castelli non rimane più nessun traccia evidente, anche se casuali ritrovamenti (sesterzi) attestano con forza la presenza romana. Non solo, ma le tracce archeologiche   indicano una continuità di frequentazione della zona per tutta l’epoca romana e anche prima. Infine l’attestazione del Longobardi la troviamo nella denominazione delle antiche chiese (San Martino, San Ilario) di quello che fu, propabilmente, il borgo più importante del medio Ticino nel primo Millennio, accanto al quale transitava certamente la Como-Novara, ma probabilmente anche la Milano-Novara.

 

FOTO Quello che fu il Padregnano ormai destinato a scomparire

5 gennaio 2017 0 comment
0 Facebook Twitter Google + Pinterest
malvaglio

MALVAGLIO – Quella che oggi è una frazione del Comune di Robecchetto con Induno, un tempo era parte del Comune di Induno, di antica memoria e tradizione. Al tempo dell’Unità d’Italia il Comune di Induno fu unito a quello di Robecchetto, ma fu un matrimonio forzato, al punto che gli abitanti cercarono sempre di distinguersi. E lo fecero con la loro chiesa parrocchiale, con l’Asilo infantile ‘Vincenzo Ronzoni’ e via dicendo.

Su corrierealtomilanese.com il toponimo Malvaglio è privilegiato, perché ha dato i natali al suo fondatore, la cui famiglia originaria abita ancora lì. Per cui, quando ci è passata fra le mani questa mappa della seconda metà dell’Ottocento, dove è indicato chiaramente quale fu il ‘territorio’ di Malvaglio, affiancato a quello di Induno, abbiamo pensato bene di pubblicarla, proprio per documentare il fatto che – a naso – sembra essere più esteso di quello di Robecchetto. Infine, Malvaglio non entrò nella denominazione del Comune al tempo dell’Unità d’Italia  perché Induno era più antico, di epoca celtica, mentre Padregnano è romano.

INDUNO oltre che a Robecchetto, un toponimo simile ‘Linduno’, c’è anche nella campagna di Bellinzago e indica la chiesetta di Santa Maria alla cascina Linduno, nel comune di Momo, un tempo dipendente dalla parrocchia della Badia di Dulzago, oggi da Bellinzago. Scrive lo storico Molosso: “Nella terminazione della voce celtica ‘duno’, si fondono due significati: il primo indica una posizione sopraelevata, l’altra un villaggio fortificato”. Possiamo aggiungere che lo scopo era quello di una posizione di controllo sul guado del Ticino.  Questo ‘status’ ha permesso a Induno di entrare nella denominazione del Comune a scapito di Malvaglio.

MAPPA pubblicata, desunta dall’originale, del Comune Amministrativo di Robecchetto, sezione Malvaglio, Mandamento di Cuggiono, provincia di Milano

 

3 gennaio 2017 0 comment
0 Facebook Twitter Google + Pinterest
castelletto-centrale_o

CUGGIONO – L’inizio della storia di questo impianto idroelettrico risale a fine Ottocento (0) quando Cuggiono fu illuminato – primo paese del Castanese, gli altri andavano ancora a gas o acetilene –  dalla “Letiga” (l’elettrica), grazie all’ing. Carlo Cornelli, un industriale bustocco (1), che per primo aveva creduto nella novità (la prima centrale in Italia è solamente di qualche anno prima e quella di Castelletto è probabilmente la seconda). Cornelli ci mise un paio d’anni a mettere in esercizio la centrale, per il ‘revamping’ ci si avvicina al ventennio!

1898-99. La centrale prese il posto di un antico mulino, detto delle ‘Baragge’ (2), ed aveva un salto disponibile di circa 6-7 metri e una portata superiore ai 3 metri cubi al secondo (mc/sec). Nel 1920, l’azienda a cui faceva capo la centrale, passò alla ‘Società Anonima Elettrica Cuggionese’ sino a quando tale società, nel 1929, fu assorbita dalla ‘Est Ticino’. Nel 1935, l’impianto fu potenziato e successivamente, nel 1963, con la nazionalizzazione dell’energia elettrica, anche la centrale di Cuggiono passò all’Enel, rimanendo attiva fino all’agosto 1965 con una produzione annua che, nel frattempo, si era ridotta a 360.000 Kwh, rispetto a quella precedente che superava il milione di chilowattora.

Siamo in linea con la storia generale: fino alla fine degli anni Cinquanta, le acque dei canali di irrigazione della pianura padana (ma anche gli ex mulini) furono attrezzati in modo da produrre energia elettrica (prima,da cinquecento anni mettevano a disposizione forza motrice). E’ ancora possibile per il viaggiatore attento, che percorra la zona di Oleggio irrigata dalla roggia molinara, vedere qualche ‘rudere’ che contiene quelle strutture produttive che il basso costo del petrolio avevano messo fuori uso. Difatti, la centralina idroelettrica in questione – grazie alla portata dell’Arno – produsse chilowattora fino alla fine degli anni Sessanta quando l’Enel decise di disfarsene, in quanto conveniva produrre energia termoelettrica. Chi scrive – allora dipendente dell’Enel – ricorda di essere stato mandato a fare qualche lavoro di manutenzione quando ancora la turbina di Castelletto girava. 

In seguito la situazione cambiò. La prima associazione a rendersi conto della nuova situazione fu l’Est Sesia la quale incaricò – dopo la crisi petrolifera del 1973 –  gli ingegneri Aldo Porcellana e Paolo Mosca della ‘Hydrodata’ di Torino per una studio sulla fattibilità economica sull’utilizzo a fini energetici delle acque dei canali che attraversano la pianura novarese. In seguito, a partire dal 1986, fu attivato il recupero dei salti disponibili e messo in esercizio 30 centrali idroelettriche. Ora sono un centinaio.

1999 – Sull’onda del successo dell’Est Sesia, anche sulla sponda sinistra del Ticino qualcuno si accorse che potevano essere riattivati i vecchi impianti.  La centralina di Castelletto era rimasta lì, abbandonata, scaricando le sue acque dolenti nel Ticino. Giusto un secolo dopo la sua costruzione, i Comuni di Cuggiono e Bernate incaricarono la ‘Coop Arch. G1 Scarl Novara – arch. Pacifico Aina, Giovanni Gramegna, Giulio Rigotti, Valeria Gatti’, in collaborazione dell’Associazione Irrigazione Est Sesia, (nell’ambito del progetto Arge Alp) per la realizzazione di un progetto di recupero del fabbricato e di riattivazione della centrale. Il progetto preliminare denunciava la scarsa portata d’acqua che, negli anni, si era ridotta a 0,5 mc/sec dai 4 originari (ci volevano almeno 2,5 metri cubi al secondo per far ruotare la turbina) e sarebbe stato necessario dirottarne dell’altra nell’alveo.

I DIRITTI SULL’ACQUA. Le carte d’archivio dicono che il D.M. 8442 dell’11.8.1926 concedeva alla Soc. An. Elettrica di Cuggiono il diritto a derivare dal Colatore Arno, in comune di Turbigo, moduli 9 di acqua per produrre con salto di m. 7,5 la potenza nominale in HP 88, pari a KW 64,68 per uso industriale. Successivamente, nel 1935, la Esticino divenne titolare sulla citata derivazione, che successivamente passò a Edisonvolta (1956) per incorporazione della stessa Esticino. Nel 1971, l’Enel rinunciò alla concessione dichiarando che “non era più utilizzabile a fini elettrici” e la mise a disposizione del Ministero dei Lavori Pubblici. Nel 1990, ‘Sistemi di Energia’  chiese la detta concessione, consistente in una portata d’acqua di 900 mc/sec dalla roggia Arno (3) attraverso il Canale del Latte (4) (che attraversa i Comuni di Turbigo, Robecchetto con Induno e Cuggiono) allo scopo di alimentare la centrale di Castelletto.  E così fu, ma le cose non andarono benissimo.

2011 – Il consigliere comunale della Lega Nord di Cuggiono, Gianfranco Ronchi, che ha seguito sin dall’inizio le vicende di questo impianto ha dichiarato: “E’ trascorso quasi un anno dall’entrata in funzione della centralina di Castelletto. L’opera è costata 1.373.000 euro e il Comune avrebbe dovuto introitare 90mila euro all’anno. L’Amministrazione, rispondendo alla nostra interpellanza del febbraio 2011, dichiarava che la centralina produce solamente un terzo di quanto previsto per mancanza di portata d’acqua. La cittadinanza – dopo aver appreso le causa – attende di conoscere i rimedi, oltre alle eventuali responsabilità. Ricordo che il Comune di Cuggiono deve restituire 19mila euro ogni anno, per vent’anni, alla Regione Lombardia”.

  

NOTE

0 – Fu quello il periodo in cui il territorio Medio Ticino prese l’acqua e la fece diventare energia. Non è un caso che, qualche tempo fa, si parlò di istituire un ‘Parco dell’energia’ perché è proprio in questa fetta di territorio che nacque l’energia elettrica. Molte le centrali che presero vita di qua e di là del Ticino: oltre ai cosiddetti ‘impianti del Ticino’ (Vizzola, Turbigo), ci furono centrali come la ‘Dinamo’ (1902), alimentata da un canale di proprietà Edison della portata di 23 mc/sec, sorta nelle vicinanze della raffineria di S. Martino; la centrale di Boffalora Ticino (1906) della società Conti.

1 – Carlo Cornelli (1851-1928) a cui Cuggiono ha denominato una Via a Castelletto, era nato a Busto Arsizio, ma divenne cuggionese di adozione. Le sue molteplici attività si concretizzarono nella realizzazione della strada che collega la ‘Crocetta’ (scansciò) al ponte del Naviglio, realizzata come alternativa a quella del Catenazzone; all’edificazione dell’Asilo; all’installazione di un rivoluzionario impianto di pilatura del riso nel cortile delle vecchie carceri austriache (allora site in Via Fratelli Piazza); alla conduzione di uno stabilimento tessile nel palazzo Clerici.

2 – Il mulino delle ‘Baragge’ faceva parte del tenimento di Castelletto di Cuggiono sito nei Comuni di Cuggiono Maggiore e Minore, Induno, Malvaglio e Mesero di proprietà del cavaliere Giorgio Clerici. Della cospicua proprietà faceva parte anche il palazzo Clerici (il castello di Castelletto) che nel 1871era stato proposto per la realizzzione del manicomio provinciale. Non se ne fece niente e l’anno successivo l’intera proprietà fu acquistata da Carlo Cornelli per 230mila lire.

3 – Storicamente della roggia Arno (che altro non è che il proseguimento di un antico affluente del Ticino che inondò Turbigo nell’Ottocento e che oggi è imbrigliato in alcuni vasconi a Sant’Antonino) è stato scaricato di tutto: 1 – scarico ex conceria Cedrati e acque di drenaggio marcita, 2 – scarico di un canale sulla destra rispetto al ponte di Via Roma; 3 – scarico acque del Navigglio dal vecchio sottopasso di Via Roma. Ora l’Arno viaggia all’esterno del sedime della centrale, ma prima di questa spostamento avvenuto negli anni Novanta, nella roggia entravano le acque del depuratore della centrale e anche quelle del colatore di S. Antonio (azionando una semplice paratia).   

4 – Il Canale del Latte, costruito nel 1922, è una derivazione del colatore Arno (corso d’acqua pubblico iscritto al n. 4 dell’elenco della provincia di Milano) realizzato al tempo con lo scopo di alimentare la centralina idroelettrica di Castelletto di Cuggiono. Non essendo un’acqua pubblica fu il Parco Ticino (1990) a chiedere alla Regione l’iscrizione del canale del Latte nell’elenco delle Acque pubbliche. Da misure eseguite nel 1987 risultava avere una portata di 2,5 mc/sec.

 

FOTO I ruderi dell’impianto idroelettrico di Castelletto di Cuggiono prima che fosse avviato il ‘revamping’

 

2 gennaio 2017 0 comment
0 Facebook Twitter Google + Pinterest
Newer Posts