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Copia di cimitero

TURBIGO  – Dopo la ‘Battaglia di Magenta’ e l’unione della Lombardia al Piemonte dei Savoia, nel maggio 1860 si svolsero le prime elezioni amministrative e venne eletto il primo Consiglio Comunale della storia. Risulta composto quasi esclusivamente da proprietari terrieri che altro non erano che gli antichi ‘estimati’ che avevano governato nei secoli precedenti. Difatti, tra gli eletti figurano i più bei nomi dell’aristocrazia e della borghesia terriera turbighese: De Cristoforis (massoni anticlericali), Bussola (primario ospedaliero), Della Porta (nobile decaduto ma ‘possidente’), ecc. Costoro, coadiuvati da alcuni elementi della piccola borghesia (artigiani, ma anche i primi dipendenti statali), sono parte di quella classe dirigente che avrebbe governato il paese fino all’avvento del fascismo.

Non si cambia il mondo in un momento, ma l’Unità d’Italia qualcosa cambiò. Innanzitutto allontanò definitivamente la chiesa dal potere temporale e aprì le porte ad altri ceti, industriali e professionisti (in particolare, ingegneri), che sarebbero diventati i protagonisti del nuovo contesto politico-sociale che avrebbe trasformato una nazione agricola in una potenza industriale. Segue l’albo dei consiglieri comunali, tratto da documenti d’archivio, personaggi che si alternarono per decenni alla guida del paese, in quanto allora c’era una sorta di turn-over ogni due anni  (Archivio Storico Civico, categoria 1, classe 4, fascicolo 15, Consiglieri comunali 1890-1925):

cimitero

ACQUADRO Giovanni fu Giuseppe nato il 3 febbraio 1863 a Biella, industriale, eletto nel 1902;

BIANCHI Isidoro fu Carlo nato il 21 maggio 1864 a Turbigo, falegname, eletto nel 1902;

BAGA Giovanni fu Carlo nato a Turbigo il 15 febbraio 1848, contadino, eletto nel 1909;

BRANCA Antonio fu Lodovico nato l’11 settembre 1833 a Turbigo, possidente, eletto  nel 1891(ha la tomba nel secondo campo);

BUSSOLA Fedele fu Giovanni nato il 20 marzo 1827 a Turbigo, possidente, eletto nel 1895 (tomba al confine tra il 1° e 2° campo);

BUSSOLA dottor Carlo fu Fedele nato a Turbigo il 6 aprile 1859, ‘dottor fisico’ domiciliato a Turbigo eletto in Consiglio Comunale il 23 luglio 1899 (decise di farsi cremare in ossequio a quanto stava predicando il milanese Malachia De Cristoforis che intendeva togliere il ‘servizio defunti’ alla chiesa cattolica);

CARNAGHI Ernesto fu Antonio nato a Turbigo il 12 marzo 1850, agente di campagna, domiciliato a Turbigo, eletto il 23 luglio 1899;

CAVAIANI Zefferino fu Giuseppe nato il 12 ottobre 1831 a Turbigo, possidente eletto il 14 luglio 1895;

COLOMBO Francesco fu Carlo nato il 7 febbraio 1850 a Turbigo, possidente, eletto il 23 luglio 1899;

COLZANI Giuseppe fu Giovanni nato a Turbigo il 3 maggio 1859, contadino, eletto nel 1909;

COMBI cav. Dottor Francesco fu Giuseppe nato a Milano il 17 settembre 1829, pensionato possidente, eletto il 14 luglio 1895;

CORMANI Carlo fu Giuseppe nato il 7 novembre 1838 a Turbigo, possidente, eletto il 23 luglio 1899;

CORMANI Giovanni fu Carlo nato il 18 ottobre 1861 a Turbigo, Salsamentario, eletto il 14 luglio 1895;

DE CRISTOFORIS nobile Giuseppe fu Tomaso nato il 4 aprile 1820 Milano eletto il 20 luglio 1890. Alla sua morte (16 gennaio 1892), al suo funerale (è sepolto a Turbigo, vedi foto) partecipò il gotha della massoneria milanese

DE CRISTOFORIS nobile Luigi fu Giuseppe nato l’11 settembre 1860 a Turbigo, possidente, eletto il 14 luglio 1895;

DELLA PORTA nobile Cesare fu Raffaele nato il 22 febbraio 1867 a Casorezzo, possidente,

eletto il 14 luglio 1895;

FARINA Giuseppe fu Paolo nato il 2 maggio 1837 a Turbigo, fittabile, eletto il 20 luglio 1890;

GENNARO Uberto di Federico nato 27 febbraio 1871 a Osnago, industriale, eletto il 23 luglio 1899;

GRASSI Paolo di Luigi nato il 31 gennaio 1872 a Inveruno, possidente, eletto il 23 luglio 1899;

MIRA Carlo fu Giuseppe nato a Turbigo il 17 dicembre 1864, cantoniere ferroviario, eletto nel 1902;

MOTTA Edoardo fu Giuseppe nato 22 aprile 1851 a Turbigo, ufficiale postale;

MOTTA Ermenegildo fu Vincenzo nato il 19 luglio 1860 a Turbigo, prestinaio-possidente, eletto il 23 luglio 1899;

PEDROLI Giovanni fu Carlo nato a Turbigo il 9 novembre 1840, possidente e collettore postale, eletto il 14 luglio 1895;

PEROTTA Giovanni Antonio fu Carlo nato il 3 agosto 1813 a Turbigo, Oste;

PEROTTA Carlo fu Giovanni Antonio, nato il 18 ottobre 1844 a Turbigo, oste-possidente, eletto il 14 luglio 1895;

POZZI Domenico fu Napoleone, nato il 2 aprile 1839 a Milano, possidente, eletto il 14 luglio 1895 con 127 voti ottenuti;

RE Carlo fu Gaetano nato il 5 gennaio 1830 a Turbigo, fabbro-ferraio, possidente, eletto il 23 luglio 1899;

SECCO SUARDO conte Giovanni di Gerolamo, nato il 5 settembre 1859 a Milano (morto nel luglio 1892), dottore in legge;

SERATONI Luigi fu Giuseppe nato il 29 agosto 1869, oste, eletto nel 1909:

TATTI ingegner Paolo fu Luigi nato il 13 dicembre 1838 a Milano, possidente, ingegnere civile, eletto il 14 luglio 1895.

 

FOTO Monumento funebre del marchese Giuseppe De Cristoforis e moglie, posto tra il primo e il secondo campo del cimitero comunale. Primo sindaco dopo l’unità d’Italia fu un grande

massone (come tutti membri della numerosa famiglia), cosicché al suo funerale (gennaio 1892) partecipò il gotha della massoneria milanese

23 aprile 2017 0 comment
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Castello-di-Gropparello-Parco-delle-Fiabe.

Un castello non può mai davvero stare tranquillo. E persino un maniero che credeva di aver già pagato il proprio tributo con la storia, in termini di battaglie e assedi, può trovarsi all’improvviso di nuovo nella condizione di doversi difendere dall’ennesimo e inaspettato assalto.

Castello-di-Gropparello-Parco-delle-fiabe-2Incantesimi e stregonerie si stanno destando dal loro torpore e domenica 23 e lunedì 24 aprile 2017, dalle 10.00 alle 17.30, i visitatori del Castello di Gropparello (PC) trovano un borgo vestito a festa, con la ricostruzione di un villaggio e di un accampamento intorno alle sue torri, i cui occupanti – bisognosi di protezione e raccomandati da un potentissimo mago, che ha convinto il Re ad accoglierli sotto la propria protezione. Il buon sovrano – colpito dall’abilità degli stranieri nella lavorazione del ferro e del cuoio, attività necessarie per armare un esercito – ha donato al loro capo una postazione d’onore e al gruppo un pezzo di terra vicino al ponte della fortezza, da cui consegnare le armi con facilità.

Ma sabato, nel villaggio, questa atmosfera di apparente serenità è guastata nella lite scoppiata tra due giovani, con il pretesto di un apprezzamento troppo spinto nei confronti di una dama. Ma è solo un escamotage per poter prendere le armi e sfidarsi in un duello, che poi si trasforma in uno scontro tra i pellegrini e le truppe del re. Un vero e proprio Assalto al Castello, nel corso del quale la giovane donna viene fatta prigioniera.

A risolvere la situazione è chiamato proprio il giovane esercito arruolato tra gli stranieri in visita: da un lato, gli assalitori che vogliono conquistare il castello e, dall’altro, i difensori, tra cui saranno arruolati anche i piccoli combattenti.

Nel villaggio, sarà un’esplosione di divertenti attività, tra tornei ed esercitazioni di tiro con l’arco. Si potrà provare a lavorare il cuoio e il ferro. E il Falconiere del Re mostrerà la sua abilità addestrando il falcone.

Il costo della manifestazione – comprensivo di visita al castello, visita all’accampamento e all’arcieria, visita al parco delle Fiabe con tutti i personaggi del bosco, avventura in costume da cavalieri per tutti i bambini – è di 19,50 euro a persona e di 16,00 euro per i bambini fino a 12 anni. Prenotazione obbligatoria.

22 aprile 2017 0 comment
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Antonio Rialti

TURBIGO – Antonio Rialti, un giovane di 18 anni, innamorato del Ticino e dei suoi anfratti più nascosti, nel febbraio scorso – in un periodo di particolare magra del fiume –  ha rinvenuto casualmente uno ‘spadino’ antico conficcato nell’alveo del fiume in località ‘Tre Salti’.

Insieme ad alcuni amici, aveva attraversato il ponte tibetano, girato a destra in un sentiero da poco delineato (prima della realizzazione del ponte tale area del Ticino era faticosamente raggiungibile) e raggiunto la sponda sinistra, poco a valle dal punto n cui le acque dello scaricatore ritornano al fiume.  Lì, sul bagnasciuga, contornato da alcuni sassi, si innalzava, per una decina di centimetri, quello che sembrava essere un pezzo di legno ma, una volta preso tra le mani e faticosamente estratto, è risultato essere uno spadino di rame, ricoperto dal verde dell’ossido.

Vista la storia del luogo si è pensato fosse una baionetta di una delle tante guerre che hanno funestato il territorio, ma poi si è cominciato ad andare più indietro. Google ha aiutato a trovare qualcosa di corrispondente. L’analisi più attenta da parte dello scopritore ha permesso di vedere simboli (sole, stelle…) presenti sulla lama. Da qui la certezza che si trattasse di qualcosa di importante dal punto di vista storico per cui lo spadino è stato consegnato al Comando della Polizia Locale e registrato come ‘Cosa Ritrovata’, in attesa di ulteriori approfondimenti.

Quando si dice che il Ticino è lo scrigno di antiche civiltà, si dice cosa vera e dobbiamo ringraziare i Sindaci che negli anni Settanta del secolo scorso si diedero da fare per tutelarlo, facendolo diventare il primo parco fluviale della Lombardia. L’idea degli amatori è che sia stato lo stesso fiume a far affiorare dalla nebbia dei tempi la spada, rimuovendo il fondo dell’alveo nel quale era stata sepolta (a qualche metro di profondità) per millenni.

Le ipotesi suffragate da alcuni studiosi affondano nella storia millenaria del territorio. Prima la cosiddetta cultura di Golasecca, poco a monte del punto in cui è avvenuto il ritrovamento.

Il lago Maggiore (Verbano) e il Ticino sono sempre stati vie di comunicazione importanti nell’età antica, luoghi particolarmente adatti a scambi commerciali. Qui le genti di derivazione etrusco-padana potevano incontrarsi con gli usi e le tradizioni dei popoli Oltralpe, una ‘comunione’ che durò secoli. Poi l’invasione celtica e la romanizzazione…

 

FOTO Antonio Rialti ci ha indicato oggi, 16 aprile 2017, il luogo dov’era conficcato lo spadino nell’alveo del Ticino

 

16 aprile 2017 0 comment
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affresco

ROBECCHETTO – Questi bei giorni di sole invitano a girare per i nostri boschi e le nostre contrade in compagnia dei nipotini che si entusiasmano nel vedere il colore dell’erba nuova e le foglie che spuntano – non si sa per quale strana ragione  – dai rami degli alberi.  Emozioni di quel grande fenomeno naturale che ci passa sotto gli occhi ogni anno, ma non sempre abbiamo avuto il tempo e la voglia di osservarlo.  In questi tempi di Jurassic park, l’altra sera ci siamo imbattuti sul dinosauro Rex. Era lì sulla riva destra del Naviglio Grande, poco a monte del ponte di pietra della Padregnana, ad aspettarci. Lo abbiamo postato su facebook e ha ricevuto una montagna di like.

Diversamente, non credo che l’affresco ‘morente’ che pubblichiamo abbia le stesse chances di successo, nel senso che non raccoglierà la medesima attenzione, ma ne parliamo lo stesso, riportando la lettura che fece l’architetto Angelo Vittorio Mira Bonomi (in questo modo adempiamo anche al voto di non dimenticarlo), profondo conoscitore del nostro territorio, recentemente scomparso alla bella età di 86 anni:

“ Grande affresco su parete con serie di figure di Santi intorno alla Madonna del Rosario, con in basso figure di oranti a fianco di un’urna contenente il corpo di un Santo, entro cornice architettonica fastigiata e grande drappeggio di fondo, con in alto l’Angelo e l’Annunziata e un Crocifisso al centro. In buona parte molto consunto, con cadute di intonaco sul bordo inferiore, la composizione è databile alla seconda metà del XVIII secolo, forse in concomitanza con l’arrivo dell’urna di San benedetto Martire a Cuggiono a cui sembra richiamarsi l’urna effigiata”.

 

11 aprile 2017 0 comment
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Vescovo Greselin del Mozambico e sullo sfondo Don Antonio Colombo

Ventotto sacerdoti e suore, catechisti e volontari cristiani hanno perso la vita nel 2016, mentre lavoravano nelle loro missioni sparse in tutto il mondo. Dallo Yemen alla Siria, dal Congo agli Stati Uniti. Il loro sacrificio è stato ricordato mercoledì 29 marzo nella veglia “Martiri missionari” a cui hanno partecipato gruppi provenienti da tutto il decanato di Magenta.

veglia 2La veglia si è svolta nella chiesa di San Remigio a Sedriano e si è aperta con la testimonianza di tre missionari molto conosciuti nel Magentino e nel Legnanese – Suor Dalmazia e don Antonio Colombo e Monsignor Elio Greselin – che, negli anni passati, hanno conosciuto di persona alcuni martiri. Alcuni casi furono seguiti all’epoca dalla stampa internazionale. . I nomi dei martiri sono stati appesi dai fedeli a un albero a forma di cuore sistemato di fronte all’altare. Alla lettura di ogni nome seguiva un rintocco sinistro, che ricordava il suono di una pallottola

Prendendo la parola, Suor Dalmazia Colombo – missionaria della Consolata in Mozambico recentemente nominata Cavaliere dell’Ordine della Stella d’Italia  – ha raccontato di padre Guerrino Prandelli, ucciso da una mina mentre trasportava un carico di alimenti al lebbrosario. E poi della dottoressa Graziella Fumagalli “Era una persona critica, anche verso la chiesa, ma di fede”. Il catechista Cipriano morì rifiutandosi di indicare ai guerriglieri il segretario del partito comunista locale. Padre Antonio Rocha, 29 anni, morì mentre raggiungeva la sua prima missione. Padre Estevão Mirassi era molto brillante. “Non andava bene per chi ci accusa di essere “oppio dei popoli”, ma il cristianesimo non è oppio, dice che sei un uomo libero, anche davanti al martirio”. Infine Suor Leonella Sgorbati: “L’unica del nostro istituto ad avere le qualità per fondare una scuola d’infermieri  in Somalia. Gli alunni aumentavano, fra loro le donne. E lei sapeva del pericolo, ci diceva scherzando che c’era una pallottola con scritto il suo nome. E’ morta perdonando i suoi assassini”. Io ho vissuto 26 veglia 3anni di guerra – ha concluso suor Dalmazia -Quando sei in un posto dove sparano la paura viene, ma c’è anche una voce interiore che ti dice: “rimani”. Nel quotidiano, possiamo essere martiri rimanendo in situazioni dolorose, testimoniando di credere nella libertà e nella giustizia.
E’ seguita la testimonianza di don Antonio Colombo, di Dolzago (Lecco) e missionario in Perù a Huacho (e già parroco a Seveso Altopiano, Milano Greco, Cologno Monzese e coadiutore a Cerro Maggiore). Da tanto tempo non bevo più limoncello – ha esordito il don – perché l’ultima volta chi me l’ha preparato dopo poco è stato ucciso. Saverio Torboli, frate cappuccino in Mozambico era stato cacciato dalla missione, ma è rimasto lo stesso e per Gesù, era diventato “contrabbandiere”: andava in Malawi, comprava le Bibbie e tornava indietro, un giorno l’hanno fermato e ucciso.
In Perù ho conosciuto missionari uccisi dal gruppo politico “Sendero Luminoso”: Padre Daniele Badiali, ha offerto la sua vita per salvare una volontaria. E poi il giovane Rocca, freddato mentre era in viaggio per comprare cipolla per i poveri delle Ande. E ancora, don Alessandro Dordi e due preti polacchi. Il vescovo gli aveva detto: “Siete nel mirino, siete bianchi, non vi vogliono’. Lui disse “Devo fare i battesimi, poi vado in città”. Non sono più tornati. Paura i missionari ce l’hanno. Che Signore ci aiuti.
Anche Monsignor Elio Greselin  ha voluto portare la sua testimonianza. “Sono vescovo in Mozambico. Vi tornai nel 1990, dopo aver passato 15 anni a Bologna. Stava finendo la rivoluzione marxista e la guerra. La gente viveva vestita di corteccia d’albero, isolata dal mondo, ma erano rimasti Gesù: abbiamo trovato una chiesa forte grazie  a chi ha difeso la propria comunità con il dono della vita”. Monsignor Gianpaolo Citterio, vicario episcopale, al termine delle testimonianze ha esortato tutti i presenti alla celebrazione “a chiedere a Gesù che ci ha donato la fede come posso donare la mia vita, come posso dedicare questa vita a fare testimonianza. Lo Spirito Santo ci suggerirà cosa dire”.

Foto di Copertina: il Vescovo Elio Greselin del Mozambico e sullo sfondo Don Antonio Colombo

11 aprile 2017 0 comment
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padregnano5

ROBECCHETTO – L’estate scorsa era sorta la volontà di fare diventare la chiesa di San Nicola al Padregnano uno dei ‘Luoghi del Cuore’ del Fai con l’intento futuro di restaurarla.

Il ‘sentiment’ c’è stato visto che sono stati raccolti ben 2393 voti, grazie all’impegno di Katia Negri, restauratrice, oggi abitante a Verbania, ma originaria di Robecchetto. Insieme a lei uomini  e donne di buona volontà si sono dati da fare per aprire quella che fu la città murata di Padregnano, di romana memoria, tant’è che nel settembre scorso ci fu una grande giornata di festa durante la quale il ‘luogo’ è stato mostrato agli astanti.

Abbiamo rinvenuto nelle carte che siamo intenti a ordinare in vista dell’ultimo trapasso, una descrizione che fece il già trapassato architetto Angelo Vittorio Mira Bonomi, che qui sotto riportiamo, essendo l’unica che conosciamo di tale chiesa. Il noto architetto-archeologo turbighese, una trentina di anni fa, aveva stilato una sorta di inventario delle presenze storico-artistiche esistenti nel nostro territorio, inserendolo in una visione più ampia che chiamò ‘Itinerari culturali nella Lombardia Occidentale’. Il grande lavoro di ricerca non fu mai pubblicato ed è rimasto nei cassetti de ‘La Selvaggia’. Alcuni frammenti il Nostro li mise a disposizione di chi scrive.  Da qui l’intento di tramandare tale ricerca attraverso i nuovi media. Qui sotto l’architetto descrive, con rara sapienza, l’interno della chiesa di San Nicola:

 

“Affreschi decorativi con ornati prospettici a cartoccio e volute, elementi architettonici fastigiati con vasi di fiori e ghirlande e tre medaglioni figurati: a sinistra con raffigurazione di San Nicola che scaccia i demoni da alcuni ossessi; a destra,  Sant’Antonio da Padova con il Bambino; al centro, grande ovale entro fastigio con timpano spezzato e due vasi ai lati raffigurante la Pietà affiancata da San Michele sulla sinistra e da San Nicola, inginocchiato, sulla destra. Il ciclo, databile alla metà del XVIII secolo, è ancora ben conservato e si impone per l’eleganza della composizione e soprattutto per l’estenuata dolcezza del colore e del tratto nei tre medaglioni figurati, condotti con toni rosati, verdi, violetti, su una base grigio perla.

Notevole il tratto compositivo sommario, ma efficace e sottilmente sensuale, nelle figurine degli ossessi, tra cui una donna piuttosto discinta, la dolcezza ambigua del sorriso di S, Antonio che abbraccia il bambino e il patetismo dell’Addolorata con il Cristo Morto e sanguinante disteso sulle ginocchia, mentre uno sfuggente S. Michele, armato di corazza con la bilancia e la spada fiammeggiante, guarda in tralice sull’angolo sinistro.

Questa decorazione andrebbe maggiormente valorizzata e studiata, impedendo il suo degrado, come è avvenuto nella navata dove è stata ricoperta da un intonaco posteriore.     

Notevole anche l’intento illusionistico tra ambiente reale e raffigurazione prospettica, come nel finto armadio di sinistra posto in correlazione con quello di destra, pur nelle ridotte dimensioni dell’insieme”.

 

FOTO Interno e esterno dell’oratorio di San Nicola da Bari alla cascina Padregnano

10 aprile 2017 0 comment
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