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Al termine delle celebrazioni ufficiali per il 25 aprile, la Sindaca Chiara Calati, accompagnata dalla Banda Civica, ha guidato il corteo delle sezioni locali di ANPI, UDI, Croce Bianca ,Ass.Soccorritori, AIDO e altre associazioni magentine, tra cui una rappresentanza dei ragazzi della Vincenziana e un folto numero di cittadine e cittadini, fino  alla Casa Giacobbe. Nel cortile di questo luogo, da sempre simbolo di libertà e unione  della Città, è stato allestito lo spettacolo”Storie di Donne Partigiane a Magenta” a cura DSCF6934DSCF6936

dell’associazione Ciridì Teatri in Movimento.   Sotto un caldo sole primaverile Vaninka Riccardi e Roberta Villa, accompagnate  da Matteo Curatella e Teo Rootical Riccardi, hanno allestito una toccante performance per ricordare l’importanza che le donne hanno avuto nella lotta di liberazione del territorio magentino e di tutto il Paese. Non semplici gregarie, ma vere partigiane, coscienti dell’importanza delle proprie azioni e dei rischi cui andavano incontro, che smisero i panni di madri, mogli e figlie, per indossare quelli di cittadine in difesa del territorio in cui vivevano e in nome di un ideale di libertà per se stesse, i propri figli e le generazioni future.

Queste donne sono state ricordate anche dalla bella mostra allestita all’interno della Casa Giacobbe, che ne illustra il percorso di vita prima e dopo la Liberazione. Alcune di loro hanno fatto parte dell’assemblea Costituente e hanno contribuito alla stesura della nostra Carta Costituzionale .

La manifestazione, sponsorizzata dalla sezione locale ANPI, si è conclusa con un bel discorso della Sindaca Calati che ha ricordato come il 25 aprile sia patrimonio di tutti, e dev’essere di monito in questi tempi, dove esistono ancora molti conflitti, anche sociali, perchè tutti si adoperino a pensare alla nostra comunità libera come a un bene faticosamente conquistato, quindi prezioso e da salvaguardare.

La mostra sulle Donne della Resistenza rimarrà aperta   giovedì 26 e venerdì 27    h 20,30-22 ;  sabato28  h16-18,30  ; domenica 29  h10-12 / 15,30-18

25 aprile 2018 0 comment
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31180027_1626688007449972_8704893104696989034_nQuindicimila chilometri per attraversare tutta l’Europa. Da Milano a Capo Nord per ritornare seguendo un’altra rotta. E’ l’impresa che Cristian Malagnino di Turbigo, disabile al quale è stato amputato il braccio, ha voluto fortemente. Domenica 6 maggio alle 10 partirà da via Della Commenda (zona Policlinico di Milano) alla volta della Darsena e, quindi, lungo la strada alzaia passerà da Robecco, Magenta, Boffalora e via via più su fino ad Arona. “Alla prima tappa invito tutti a venire con me – ha detto Cristian che abbiamo avuto ospite in redazione – Questo viaggio ha anche un’altra finalità che è quella di sostenere la ricerca contro la sclerodermia avviando 30697842_831203930401398_2896752824967654858_nuna raccolta fondi da devolvere al Gils, il Gruppo Lotta alla Sclerodermia”. Malagnino è un cicloturista. Non fa agonismo. Pedala per il gusto di scoprire posti nuovi. Tutto senza avversari e senza alcun tempo da battere. Passerà da numerose capitali europee, una più bella dell’altra. Fino a raggiungere Capo Nord, uno dei luoghi più belli del mondo. Evento che è reso possibile grazie alla partecipazione di numerosi sponsor che hanno fornito un contributo. Cristian oggi ha raggiunto la redazione di CAM con la sua bicicletta che userà per l’impresa. Viaggerà carico di bagagli. Con la sua tenda che utilizzerà se sarà possibile, altrimenti alloggerà nel primo ostello che troverà. Potete seguire Cristian nella sua impresa direttamente dalla sua pagina Facebook. Riordiamo che ha già compiuto due imprese in Italia. Questa sarà di gran lunga più dura. Ascoltiamolo nel video che vi proponiamo:

25 aprile 2018 0 comment
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TURBIGO – ‘Petit à petit’, il gruppo d’In Giò, in splendida autonomia, alimenta il suo impegno per la chiesa dei SS. Cosma e Damiano, con lo scopo di tramandarne la memoria e la storia. In questi giorni è stato sistemato il selciato del sagrato, che ‘sgranava’ in più punti, ed è stata posta una scritta che ricorda la millenaria storia della chiesa.

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Ricordiamo che tale acciottolato fu realizzato dal Comune nel 1890  e fu delimitato un secolo dopo, sempre dal Comune, con i ‘colonnini’ (che stabilivano lo ‘status’  della strada) recuperati dall’ex provinciale (Via Roma).

La ‘rizzada’ gentile, com’è quella del sagrato della chiesa, è un selciato tipicamente milanese, costruito con ciottoli di fiume di forma approssimativamente ovale, messi ritti uno accanto all’altro, con poca terra tra gli interstizi. Più che un selciato sarebbe dunque un acciottolato. Sfruttando il colore dei ciottoli (biancastri, grigiastri, rossastri) il risciadin componeva dei disegni, che nel caso del nostro sagrato compaiono nell’entrata principale, con il segno della croce e la cornice ‘bianca’, che segnalano la sacralità del luogo. Cornice che il nostro signor Dal Lago (nella foto) ha sistemato gratuitamente.

 

24 aprile 2018 0 comment
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TURBIGO – Da vecchio cronista, avevamo scritto una sorta di ‘amarcord’ di quando frequentavamo le elementari. L’unica notizia certa che avevamo nell’archivio mentale, impolverato dal tempo, era la presenza di un coscritto biondo, figlio del farmacista, in classe. Avevamo tutti il grembiulino nero… e la nostalgica rievocazione ci era venuta in mente dopo aver visto la vetrina della farmacia n. 2. Così è chiamata, la ‘San Francesco’, nello scritto che qui sotto pubblichiamo, che rettifica nostre notizie inesatte (delle quali chiediamo venia) per cui molto volentieri pubblichiamo.

Aggiungiamo solamente che già Tiziana Ferrari, classe 1953, vista la pubblicazione su facebook, ci aveva scritto dicendo di ‘non trovarsi’ con quanto avevamo scritto e ricordava le due sorelle Pavanetto: Mariangela e Franca. Comunque, non era nostro intendimento far aumentare la secrezione acida a nessuno. Abbiamo scritto quello che ricordavamo, senza alcun approfondimento della notizia (la n. 2!),  e abbiamo ‘ottenuto’ un’altra notizia ‘storica': la data di apertura della ‘Pavanetto’! Grazie dell’attenzione.

 

“La scrivente Pavanetto dr.ssa Antonia, titolare e direttore responsabile della Farmacia pertinente alla sede n. 1 del Comune di Turbigo, con riferimento ai contenuti della pubblicazione a Sua firma, riportati all’interno del sito www.corrierealtomilanese.com nella rubrica ‘Storia Locale’ in data 30/3/18, rappresenta l’esigenza di rendere noto con la medesima modalità le rettifiche su talune notizie, ivi contenute, in quanto destituite da fondamento e quindi meritevoli di essere poste a conoscenza dei cittadini turbighesi, mediante analoga forma di pubblicazione.

Coerentemente a tali premesse, precisa che:

  • la titolare e direttrice responsabile della farmacia pertinente alla sede n. 1 del Comune di Turbigo, in regolare esercizio dal 1939, è la scrivente e non il dr. Roberto Molinari, che è mio coniuge e collaboratore nella nostra impresa familiare; ciò giusta formali autorizzazioni amministrative adottate dalla competente Autorità sanitaria pubblica;
  • la farmacia pertinente alla sede n. 2 di detto Comune, allo stato, “non appartiene” alla catena Admenta Italia SpA bensì ai due farmacisti in gestione associata, regolari assegnatari nel connesso concorso straordinario;
  • il servizio di consegna dei farmaci a domicilio dei cittadini è formalmente operativo a far data dal gennaio 2018;
  • infine, in relazione alle diverse notizie “storiche” e personali errate e non veritiere, sarebbe bastato chiedere a noi personalmente e avremmo sicuramente collaborato alla stesura di un testo corretto.

Cordiali saluti

Antonia Pavanetto”

 

 

24 aprile 2018 0 comment
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MILANO – Primo evento Organizzato dalla rete di Retake Italia, i cittadini volontari che si occupano di riqualificare la città dal degrado, importano dalla Svezia il plogging, attività ambientale che coniuga un’attività di jogging alla raccolta dei rifiuti (“plocka upp” è un verbo svedese che indica raccogliere).

L’evento è accreditato al “EUGREENWEEK, città verdi per un futuro più verde” promosso dalla Commissione Europea, ma anche ottenuto il patrocinio gratuito del Comune di Milano, Comune di Buccinasco e Comune di Corsico.

Retake Milano e Retake Buccinasco, insieme con Verde Pisello e Milano da Vedere, si sono impegnati a organizzare il primo plogging meneghino il prossimo 28 aprile alle ore 9.00, con partenza dalla Chiesa di San Cristoforo, sull’Alzaia Naviglio Grande con arrivo a Corsico. Il percorso, lungo circa quattro chilometri, sarà “ripulito” dai runner che saranno muniti di sacchetti biodegradabili e guanti, offerti direttamente da AMSA, l’azienda che si occupa della raccolta dei rifiuti sia a Milano che a Corsico.
A tutti gli iscritti saranno forniti una maglia e dei guanti da “Verde Pisello – La Casa dei Trop Runner”, partner dell’iniziativa e specializzato in abbigliamento per runner.
“Il Plogging non è una gara, non c’è nessun vincitore premiato all’arrivo: vincono tutti, vince Milano che dopo il passaggio degli atleti sarà più pulita e più bella!” dicono soddisfatti gli organizzattori dell’evento.
Per iscriversi (iscrizione gratuita): su Eventbrite “Plogging sul Naviglio”.

Ma non solo a Milano! Saranno in molti questa settimana ad allacciarsi le scarpe da ginnastica e a correre con guanti e sacchetto per ripulire le strade della propria città, attraverso un nutrito calendario di appuntamenti. Ecco l’elenco:

– Taranto: 25 Aprile, ore 9:00, Villa Peripato
– Grottaglie: 25 Aprile, ore 9:00, Piazza Principe di Piemonte
– Milano/Buccinasco: 28 Aprile, ore 9:00, Chiesa di San Cristoforo sul Naviglio
– Palermo: 28 Aprile, ore 10:00, Parco della Salute
– Roma (Appio Latino Tuscolano): 28 Aprile, ore 10:00, Parco degli Acquedotti
– Roma (Torresina): 29 Aprile, ore 9:00, Viale I. Montanelli
– Roma (Dragoncello): 29 Aprile, ore 9:00, Viale O. Fattiboni
– Napoli: 29 Aprile, ore 10:00, Orto Botanico
– Agrigento: 29 Aprile, ore 10:00, Porticciolo San Leone
– Bari: 29 Aprile, ore 10:30, Piazza Enrico de Nicola (Modugno)
– Brescia: 27 Maggio, ore 10:00, Via del Castello

24 aprile 2018 0 comment
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come-superare-la-dipendenza-affettiva

test-amore-e1405070126994Nessuno può completarci. Dobbiamo essere noi a completare noi stessi. Se non ci riusciamo la ricerca
dell’amore diventa autodistruzione. E noi ci illudiamo che questa autodistruzione sia amore” (Jong, 1973).
Se sentite che il vostro partner è tutto e non concepite alcuna esistenza senza quella persona, se vi sentite completi solo con lui/lei, mentre se lui/lei non c’è vi annullate, se pensate “senza di lui/lei non esisto”.. Se tutto gira interamente attorno alla persona che amate e il solo pensiero che vi possa abbandonare fa crollare il vostro mondo, se senza di lei vi sentite vulnerabili, abbandonati e soli, allora è bene che vi fermiate a riflettere su cosa significhi per voi stare in una relazione di coppia.
amore trasformistaSi sa che l’uomo è naturalmente inserito in una trama di relazioni e legami senza i quali non potrebbe esistere: ognuno di noi ha bisogno di empatia, approvazione, ammirazione e di calore, e qualsiasi legame con queste caratteristiche diventa esso stesso fonte di dipendenza (Maslow, 1954).
Tutti hanno esperienza più o meno diretta di avere accanto a sé persone a cui sono strettamente legate: si tratta di una questione naturale, innata e automatica che sorge nel momento stesso in cui veniamo alla luce. Ogni relazione e tipo diattaccamento porta con sé un senso di appartenenza e dipendenza, che è parte integrante della vita. Siamo dipendenti gli uni dagli altri perché siamo animali sociali: “non possiamo non entrare in relazione. Possiamo esprimerla in senso negativo o positivo, o tacere al suo interno, ma questo non ci toglie dalla relazione con gli altri” (Ferrario).
Una certa parte di sana e innata dipendenza non impedisce alle persone di emanciparsi, accettare momenti diallontanamento e distacco dalle persone care, di seguire la propria strada e le proprie scelte nonostante le aspettative degli altri: possiamo sentire lo stesso di saper vivere per noi stessi, possiamo avere altre sfere di interessi, possiamo svolgere numerose attività. Alcuni però non hanno tutte questa libertà: per alcuni le relazione a due diventa vitale, ne hanno bisogno in maniera ossessiva per colmare la loro solitudine, per calmare l’angoscia, per non “affondare” (Poudat, 1957).
A questo livello la relazione non è basata sull’amore, ma su una dipendenza disfunzionale che diventa l’unico modo di continuare a vivere: senza un altro a cui appoggiarsi manca la forza per andare avanti. L’altro diviene un’ancora disalvezza, la fonte di ogni interesse, la priorità su ogni altra cosa.klimt2
Si sceglie inizialmente qualcuno per il suo lato rassicurante o per la sua manifesta indipendenza, ma accade che un giorno non si tolleri più proprio il suo lato appiccicoso o le sue assenze. Questo succede perché più ci si lega ad una persona per soddisfare i propri bisogni temporanei, per alleviare le paure più nascoste, per ottenere ciò che non si è mai ricevuto, più la dipendenza sarà forte e disfunzionale (Poudat, 1957). Il confine fra la dipendenza sana e patologica è molto sottile: da una dipendenza sana, in grado di favorire la crescita, si può arrivare al suo estremo, ad una dipendenza patologica che al contrario impedisce lo sviluppo e l’autorealizzazione della persona.
D’altro canto le aspettative su noi stessi, sul nostro futuro, sul partner ideale sono fortemente influenzate dalle credenze sociali e culturali e si impara presto, nella visione comune, che per essere felici si deve avere un partner da amare sopra ogni cosa: si parte così alla ricerca di rapporti che compensino i nostri vuoti e le nostre carenze, rapporti di coppia fusionali, che dipendenza-affettiva-rapporto-morbosoci completino. In sintesi, “cerchiamo fuori, invece di guardarci dentro”.
Come definiamo, quindi, la dipendenza affettiva? Si tratta di una “una distorsione relazionale che implicaun’alterazione della rappresentazione di sé e dell’altro e un disequilibrio della risposta affettiva nell’area dell’intimità” (Borgioni, 2015). La dipendenza affettiva è una condizione relazionale negativa in cui uno (o entrambi) i partner mettono in atto comportamenti passivi stereotipati volti a mantenere le relazioni anche a costo di mettere in secondo piano i propri bisogni. La rigidità relazionale è uno degli aspetti fondamentali di questa modalità: il dipendente affettivo non riesce ad abbandonare l’illusione idealizzata dell’altro e vive nella costante angoscia che qualcosa possa cambiare, che qualcosa possa fargli perdere l’oggetto del proprio amore.
La dipendenza si colloca nella dimensione del bisogno, in quanto si percepisce una mancanza intollerabile: proprio come il bambino appena nato ha il bisogno innato della mamma per sopravvivere, nella dipendenza in età adulta la persona vuole fondersi con l’altro annullando la propria integrità dove ciò che la soddisfa è solo la realizzazione di un amore “simbiotico”, dove si tende ad avere un sentimento di controllo dettato dalla profonda paura di essere abbandonato e di rimanere solo. L’altro perde così la sua identità e non è più “altro da sè”, non è più una persona diversa e quindi autonoma nei pensieri, negli interessi: diventa il mezzo per soddisfare dei bisogni e colmare delle carenze.
Il legame dipendente genera in apparenza calore e benessere, ma in realtà porta con sé dolore, frustrazione, insicurezza, paura, ed ogni energia è consumata per mantenere l’altro vicino ed evitare che si allontani, visto che l’altro è l’unico mezzo che garantisce la sopravvivenza.
Ciò che differenzia le relazioni d’amore più sane e positive, è che in queste ultime viene mantenuta l’autonomia dei due soggetti e coesiste al tempo stesso un certo grado tollerato di dipendenza reciproca che non impedisce il distacco, bensì arricchisce le singole individualità e ne favorisce la crescita: infatti, l’indipendenza autentica è basata paradossalmente sulla capacità di dipendere dall’altro e allo stesso tempo consente all’altro di dipendere da noi (Lingiardi, 2005). Nella relazione sana possiamo dire: “Ho bisogno di te perché ti amo”. Nel suo contrario, “ti amo perchè ho bisogno di te”, si modellano, invece, le forme di dipendenza affettiva.
Nelle persone con dipendenza affettiva troviamo, in sintesi:
– una visione di sé come bisognoso di cure e sostegno e mai totalmente autonomo. In tale accezione il costrutto rigido della persona è del tipo “se sono vicino al mio partner sono capace, se sono solo sono vulnerabile e inadeguato” e crede che sia meglio non intraprendere nuove esperienze, tanto si prospetterebbe un fallimento.
-una visione del mondo esterno come pericoloso, minaccioso e non adatto a chi è fragile e quindi da evitare o da affrontare solo in compagnia di qualcun altro che possa prendere le proprie difese. La persona con questa forma di dipendenza si mostra compiacente, disponibile, evita i conflitti per paura di perdere l’altro e non riesce ad accettare i limiti e i cambiamenti naturali all’interno della coppia. Si vive nella convinzione che “se faccio il bravo, l’altro mi amerà”, pensando all’amore come qualcosa che si deve “guadagnare” adeguandosi ai bisogni del partner: l’altro è visto come una persona da gratificare e rendere felice. Si vive unicamente per il partner. Emerge così la difficoltà ad identificare i propri bisogni e la tendenza a subordinarli ai bisogni dell’altro: ogni energia spesa per amare l’altro non consente di ritagliarsi degli spazi personali.
Le persone con questa forma di dipendenza affettiva hanno difficoltà spesso a differenziare l’amore vero da un comportamento possessivo patologico del partner che cerca di invadere ogni spazio di libertà. “Pensavo che mi amasse perché voleva sapere sempre dove fossi, mi chiamava di continuo”: queste parole esprimono come si possa confondere così l’amore con il possesso, interpretando quest’ultimo come interesse amorevole. La persona dipendente arriva a sopportare più del dovuto, che siano commenti sgradevoli, rimproveri, bugie, sino all’aggressività verbale e fisica: l’idealizzazione del partner porta a giustificarne qualsiasi suo comportamento.
Un altro aspetto cruciale da considerare è che la rottura con il partner è impensabile in questa forma di dipendenza: la separazione porta un dolore inconcepibile e ingestibile. Non è contemplata alcuna forma di sana rassicurazione che faccia pensare al dolore come qualcosa di momentaneo e come qualcosa che col tempo potrà essere superato senza che questo significhi morire dentro. Perdere l’altro costringe la persona a sentire il proprio vuoto emotivo interno: la perdita è sperimentata non come perdita di una persona separata, ma come perdita di una parte di sé, come privazione del proprio valore, sicurezza, forza, volontà. Per questo a volte si tende a sopportare determinati comportamenti del
partner pur di non perdere una parte di sé.
genitori-che-amano-650x300Come si arriva a questa fragilità relazionale? Il modo in cui stabiliamo legami affettivi è condizionato dalle esperienze di attaccamento durante l’infanzia (Guix, 2011). Infatti, se i genitori sono stati in grado di soddisfare i bisogni di sicurezza e di autonomia in modo coerente e continuo, il bambino, e l’adulto poi, consoliderà un assetto emotivo e cognitivo sano.
Se, d’altro canto, i genitori si mostrano iperprotettivi, ciò potenzia invece il messaggio che “essere dipendenti è l’unico modo per mantenere un legame e, invece, individuarsi, crescere a rendersi autonomi significa perdere l’amore materno”. Così che il bambino prima e l’adulto poi, rinunciano all’autonomia affidandosi agli altri per ogni difficoltà. Si sviluppa così un’attesa e una ricerca esterna di qualcuno che offra quella sicurezza e sostegno di cui si sente il bisogno intenso (Lingiardi, 2005). Nelle famiglie soffocanti e iperprotettive viene trasmessa l’idea che il mondo è pericoloso e che, senza il proprio nido sicuro familiare, non si sopravvive. La persona dipendente fa propria l’idea di essere fragile e di non potercela fare da sola. Se, al contrario, i genitori non instaurano alcun legame autenticamente affettivo, si cercherà disperatamente qualcuno che dia, invece, l’affetto e accudimento di cui si sente il bisogno.
La ferita principale è legata in ogni caso al senso di abbandono e deprivazione, ad un senso di vergogna di di vuoto, ad un’immagine di sé come non meritevole d’amore.

Quindi, in conclusione..
In una relazione sana emerge un naturale desiderio di poter contare sull’altro, basandosi sulla fiducia e sul desiderio di condividere esperienze, di avere progetti in comune e di costruire con l’altro. Il rapporto con il partner accresce le proprie potenzialità e lo sviluppo della persona. L’eventuale rottura di una relazione è tollerata e non dà vita a reazioni patologiche (depressione, ansia, angoscia, altri comportamenti di dipendenza).
L’amore sano proietta dei desideri e non dei bisogni: in questo senso è legittimo darsi tempo e spazio di conoscere sé stessi e l’altra persona. E’ necessario riconoscere l’individualità dell’altro e la sua integrità: un amore maturo vede svilupparsi il desiderio di una crescita autonoma dell’altro. In una relazione affettiva sana troviamo momenti in cui un partner necessita il sostegno dell’altro senza mettere a rischio la propria individualità e autonomia (ad esempio, se uno dei due ha problemi di lavoro e si senta triste e sfiduciato, l’altro gli sarà vicino emotivamente e lo accudirà nel possibile;
al contrario, se uno della coppia ha dei progetti, l’altro lo supporterà nella sua realizzazione personale). La dipendenza patologica, invece, è una dipendenza assoluta basata sulla sfiducia, sul controllo e sul costante bisogno dell’altro per “sentire di esistere” e di essere qualcuno.
Uscire da questa modalità relazionale dipendente è possibile attraverso un lavoro di ricostruzione di sé: è fondamentale cercare di capire quali sono i bisogni che quel legame di dipendenza soddisfa. Si deve affrontare il dolore che la paura dell’abbandono porta con sé anche se si tratta di un dolore ritenuto ingestibile e insopportabile, si deve affrontare delusione e frustrazione. Solo questo permette di emanciparsi dalla dipendenza eccessiva dell’altro.
Mettere fine ad una dipendenza affettiva è possibile nel momento in cui si fa piena conoscenza di sé stessi, con i propri limiti e le proprie paure e si è in grado di trovare dentro sé ciò che si cercare disperatamente nell’altro. Ciò significa prendere coscienza della proprie fragilità, ma anche delle proprie risorse per vivere indipendentemente dalle aspettative altrui; si deve anche rischiare di accettare un po’ di solitudine e di fare anche ciò che fa paura, scoprendo magari che, in realtà, sperimentare e avventurarsi non è poi così spaventoso e scoprendo di essere in grado di farcela da soli con le proprie forze. Assumersi il rischio delle proprie scelte facilita un certo grado di indipendenza e permette di sperimentare situazioni liberamente “senza macigni sul cuore”, senza dare nulla per scontato, senza programmi prestabiliti. Solo questo permette alle persone ad imparare “ad andare oltre il proprio bozzolo protettivo”.

L’amore infantile segue il principio “Amo perché sono amato”.
L’amore maturo segue il principio “Sono amato perché amo”.
L’amore immaturo dice “Ti amo perché ho bisogno di te”.
L’amore maturo dice “Ho bisogno di te perché ti amo”
(E. Fromm, 1956)

24 aprile 2018 0 comment
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