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Uccidete lo Zar!” Questo fu l’ordine ricevuto da una dozzina di soldati lettoni dai loro superiori bolscevichi. Una volta che la sparatoria ebbe inizio, non ci volle molto tempo per portare la dinastia dei Romanov, vecchia di tre secoli, al suo termine. Caricarono i corpi dell’ultimo Zar, Nicola II, sua moglie, cinque bambini e i suoi ultimi fedeli servitori su di un autocarro. Lo scaricare i loro resti sfigurati e smembrati in una buca scavata nella foresta, a circa 25 chilometri da Ekaterinburg, si dimostrò un compito difficile per quegli uomini. Ma per i nuovi governanti bolscevichi, la notte del 17-18 luglio 1918 avrebbe dovuto significare davvero la fine di quella storia. E non solo di Nicola II e della dinastia dei Romanov, ma pure dell’intero, bonario e patriarcale, sistema sociale russo, con gli Zar, i preti e i contadini. Certamente la risposta del popolo russo non preoccupò i bolscevichi. Non gli fece mai temere che i loro nemici sarebbero risorti dalle tombe per perseguitarli. A Pietrogrado (come si chiamava nel 1918), Vladimir Kokovtsov, che aveva servito Nicola II e la Russia per oltre un decennio, come Ministro delle Finanze e come Presidente del Consiglio dei Ministri, ricordava una corsa fatta su di un tram nella vecchia capitale, il giorno successivo alla diffusione della notizia dell’esecuzione di Nicola II (all’inizio negarono che anche l’imperatrice e i figli fossero stati uccisi).
“Non si vedeva segno di lutto o dolore fra il popolo” raccontò. “La notizia della morte dello Zar fu letta ad alta voce con sorrisi, derisione e commenti volgari”.
I giovani, in particolare, giubilarono, mentre i vecchi tendevano a starsene in silenzio. In privato, una piccola parte degli aristocratici già alleggeriti delle loro sostanze compianse l’assassinio dello Zar e alcuni temevano il peggio per le proprie famiglie. In Siberia, fu riportato che i contadini giubilarono per le strade. Il ‘Secolo Rosso’ per la Russia poteva cominciare con il sacrificio della famiglia imperiale. Furono loro le prime vittime, seguite da altri milioni negli anni successivi, immolati sull’altare dell’utopia marxista-leninista. Per usare le parole di Trotzki: “La Nazione ha così radicalmente vomitato la monarchia che, giammai, questa potrà strisciare nuovamente giù per la gola del popolo”.
Nell’estate del 1918 Kokovtsov si trovò rinchiuso, come altri membri del governo zarista e della classe dominante, in una prigione bolscevica. Trascinato davanti al capo della Cheka di Pietrogrado, fu interrogato circa la propria partecipazione a un complotto anti-bolscevico, che si credeva imminente. Dopo che i suoi carcerieri si furono convinti della sua estraneità, il chekista che aveva potere di vita e di morte su di lui, gli rivolse una domanda straordinaria.
“Conoscevate bene lo Zar?” gli chiese “Pensate che egli avesse coscienza del male che stava arrecando alla Patria?” Kokovtsov rispose che non capiva il significato di quella domanda.
“Chiunque capisce che cosa significa” il chekista rispose “la sua persecuzione di tutto ciò che era equo, di ogni anelito verso la libertà, […] gli esili, la persecuzione contro ogni parola che gli fosse contraria e infine, questa terribile guerra. Ma che senso ha parlare di questo? Voi state facendo finta di non capire che cosa voglio dire”.
La risposta di Kokovtsov fu chiara ed enfatica: “Sono stato l’assistente dello Zar per dieci anni; conosco bene la sua natura, e vi dico in verità che egli non fece del male a creatura vivente con l’intento di ferirla. Per quanto riguarda il suo Paese e la sua gente, egli s’augurava solo la loro grandezza, felicità, pace e prosperità. Come ogni altro uomo fece i suoi errori […] ma durante i miei dieci anni di servizio […] non riesco a ricordare una sola occasione durante la quale non rispose con sincerità a tutto ciò che gli pareva equo e buono. Credeva nella Russia, nel popolo russo e nella lealtà dei sudditi nei suoi riguardi, e sempre espresse questa sua fede con la più profonda convinzione. Sono certo che non ci fu sacrificio al quale non si sarebbe assoggettato per il bene del suo Paese, a patto che avesse saputo che tal sacrificio fosse necessario.”
In un certo modo, da allora, Nicola II è stato a lungo sul banco degli imputati, non solo in Russia ma anche in Occidente. Etichettato come ‘tiranno’ da Lenin nel suo ‘Dittatura del Proletariato’ Nicola II e la sua famiglia furono dichiarati ‘nemici del popolo’. Per sette decadi l’ultimo monarca russo unto con l’olio sacro fu oggetto d’una brutale e spietata damnatio memoriae e il suo nome fu sfregiato con l’obbligatoria aggiunta dell’epiteto ‘sanguinario’. Poi, con lo scorrere degli anni e lo svanire delle memorie umane, il suo nome fu crudamente cancellato.
“Lentamente ma inesorabilmente” ricorda una donna cresciuta nell’Unione Sovietica, la memoria dei Romanov fu eliminata dalla psiche collettiva dei russi. Al tempo in cui crescevo nell’Unione Sovietica e studiavo storia a scuola, nei primi anni 80, i libri di testo di rado menzionavano il loro nome, preferendo termini impersonali come ‘zarismo’, ‘tirannia’ e ‘autocrazia’. A cento anni dalla rivoluzione russa e dalla nascita dello Stato sovietico, perlomeno nel suo Paese natale, Nicola II è stato riabilitato, glorificato con la moglie e i figli come Santi e ‘Portatori di Passione’ dalla Chiesa Ortodossa Russa. Laddove le immagini di Nicola II e della sua famiglia furono fortemente soppresse dai governanti comunisti, oggi invece, in chiese, santuari e cappelle, dal Baltico al Pacifico, esse guardano benignamente giù verso i fedeli. Ogni anno decine di migliaia di pellegrini viaggiano a Ekaterinburg per rendere omaggio e offrire le proprie preghiere allo ‘Zar-Martire’.
Non così è in Occidente. Considerato insicuro, debole, succube della moglie, ignorante del mondo moderno, Nicola II resta per la gran parte della storiografia occidentale un’epitome della inettitudine spesso mostrata dai governanti non eletti democraticamente. Pare un uomo che fu preda delle proprie fantasie circa l’unità fra il popolo e lo Zar. E il fatto che i discendenti dei suoi antichi sudditi, oggi, elevino tale disastroso sovrano agli altari, suscita un sentimento d’incredulità. Per molti versi, comunque, tale credenza riflette il fallimento di comprendere i cambiamenti che hanno avuto luogo in Russia dal tempo della caduta dell’Unione Sovietica. I discorsi ricorrenti di una nuova ‘Guerra Fredda’ hanno generato fiumi di analogie, con arditi paragoni fra la Russia di Putin con l’Unione Sovietica di Stalin e di Breznev. Eppure, la riabilitazione dei Romanov è un simbolo della risurrezione dell’antica visione della Russia Ortodossa, la ‘Santa Russia’ seppellita per settant’anni dall’ateismo comunista. La liturgia ufficiale scritta per onorare Nicola II e la sua famiglia descrive il bolscevismo come ‘autorità senza Dio’ che oppresse la Russia dopo che ‘molti iniqui… leader vollero sollevarsi contro la Fede, lo Zar e la Patria’.
Certamente qui l’accento è patriottico e conservatore, ma nonostante ciò non ci deve sfuggire il suo radicalismo. L’ideale del Principe santo e martire pervadeva la cultura della Russia medievale e il culto del XXI secolo dei ‘Reali portatori di Passione’ lo fa rivivere. Come martire e Zar, Nicola II offre al popolo russo l’immagine d’un monarca “umile e mansueto […] nella sofferenza in cui, volontariamente, abbandona i suoi poteri terreni, la gloria e gli onori, nel suo desiderio d’evitare un fratricidio alla Caino”. Non troviamo forse qui esattamente il modello dell ‘Anti-Stalin’ di cui la società russa viene così universalmente reputata bisognosa? Nel narrare la storia del contadino Ivan Susanis, il quale nel 1612 sacrificò la propria vita per salvare quella del primo Zar dei Romanov, durante l’occupazione dei polacchi, la famosa opera patriottica di Glinka ‘Una Vita per lo Zar’ fu un elemento essenziale per ogni festività nazionale negli ultimi giorni della Russia imperiale. Nicola II e Alexandra devono averla vista decine, se non centinaia, di volte. Elevando l’imperatore ucciso e la sua famiglia al livello dei Santi, la Chiesa russa ha comunque potuto accettare e anche invertire questa logica. Per i credenti la Russia cristiana sembra dirci – in maniera sovversiva – che il vero sacrificio non è richiesto solo dal governato per il governante, ma anche dal governante per il governato. La prova della grandezza del governante non consiste, come per Ivan il Terribile o Stalin, nel livello di terrore che essi incutono nei propri sudditi, o nella completezza della loro abilità nel dominarli. Piuttosto, la grandezza del governante consiste nella profondità del suo amore per il popolo e nella sua capacità d’immolarsi, al punto da rinunziare al proprio potere e alla propria vita. Infatti, se un’opera fosse scritta oggi per esprimere il significato del sacrificio di Nicola II e Alexandra, come ‘Portatori di Passione’ la si dovrebbe intitolare “Una vita dello Zar per il suo popolo”. I cinici diranno che l’idealizzazione contemporanea dell’autocrazia dei Romanov è solo un’apologia per favorire la reazione politica, una scusa per propiziare futuri giri di vite in Russia. Forse lo è, e sarebbe errato non prestare attenzione a questa possibilità. Ma ciò che è importante, per noi osservatori occidentali della Russia, è un’ampia visione della loro società e delle loro politiche, per poter valutare delle alternative. Questo non lo potremmo fare se continuassimo a dire che la ‘autorità senza Dio’ del totalitarismo sovietico è l’unica stella polare seguita dalla Russia moderna. Al contrario, dobbiamo pensare che la radicale idea russa di una divina unione tra uomo e Dio, assai più che il sogno di un ritorno di Stalin, passa per la riscoperta del glorioso passato imperiale della nazione.

Presentazione di Matthew Dal Santo per il libro di Luciano Garibaldi “Uccidete lo Zar!” edito da Gingko Edizioni.
(traduzione dall’inglese di Angelo Paratico)Uccidete lo Zar - LOCANDINA

16 luglio 2018 0 comment
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MILANO –  Giunge in un periodo non facile il libro di Giancarlo Mazzuca e di Stefano Girotti Mazzotti “Noi fratelli. La profezia del dialogo tra cristianesimo e islam”. (Mondadori) presentato all’Auditorium del CMC-Centro Culturale di Milano, storica istituzione cittadina –  tanto che la prefazione di papa Bergoglio  ringrazia i due giornalisti “per aver affrontato il tema della fratellanza tra cristiani e musulmani… Siete stati audaci e al tempo stesso realisti”- con l’obiettivo di ridurre la serie degli equivoci e dei pregiudizi che separano soprattutto oggi il mondo cristiano da quello islamico. Chi sa, per citare, che la prima religione degli immigrati in Italia è quella ortodossa (1.600.000 fedeli) mentre quella islamica è soltanto seconda (1.400.000)?

Giancarlo Mazzuca è giornalista, scrittore e membro del Consiglio di amministrazione della Rai; Stefano Girotti Zirotti è giornalista e vicecaporedattore Rai Vaticano

Ma l’ignoranza dei due mondi rispetto all’altro – nella quale sguazza la politica più deteriore – ha ben altre dimensioni. Noi riteniamo l’islam un mondo omogeneo e sostanzialmente ostile, lo stesso avviene dall’altra parte.  In realtà cristianesimo e islam presentano un mosaico che rende difficile il dialogo all’interno stesso dei due mondi (ne è testimonianza indiretta la scelta, a Milano, di non realizzare una sola grande moschea, ma sei moschee più piccole anche per rappresentare le diverse sensibilità religiose).

Il libro ne  narra, con la scrittura divulgativa ma documentata dei buoni giornalisti che la rende accessibile a tutti, la storia: assieme a guerre e persecuzioni, periodi di incontro e di dialogo, come lo scambio di ambascerie e di doni tra Carlo Magno e il califfo Harun al-Rashid, la «missione» di san Francesco presso il sultano, la tolleranza religiosa nella Spagna andalusa. Fino ai giorni molto più recenti che, aggiungiamo, videro per secoli la convivenza pacifica nel mondo arabo di islamici, cristiani ed ebrei prima che considerazioni geopolitiche innescassero una serie di conflitti e il sorgere del terrorismo.

E’ indispensabile che gli uomini e le donne di buona volontà siano in grado di purificare la religione, ogni religione, dalle incrostazioni che nel corso dei secoli possono averla ridotta a strumento di violenza e dominio, anziché di condivisione e di servizio.
E’ il senso dell’incontro tra  Papa Francesco e Ahmed al Tayyeb, Grande Imam di al-Azhar, l’Università del Cairo che rappresenta il cuore, intellettuale e religioso, dell’islam sunnita, come appare nella foto in copertina; e il costante rapporto ad altissimo livello con l’islam sciita testimoniato dalle interviste del Cardinale Jean Louis Tauran, presidente del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, e della guida spirituale Mohammad Majed Jamei, ex ambasciatore della Repubblica Islamica dell’Iran nei difficili anni novanta.

Ed è proprio la voce cattolica il principale strumento in grado di gettare nuovi ponti tra l’Europa cristiana e l’islam del dialogo,  bloccando fin che siamo in tempo ciò che, fomentato da altri interessi, potrebbe diventare una guerra di religione. Che, storia insegna, di religioso ha ben poco.

Alla presentazione del libro hanno partecipato, oltre agli autori: Camillo Fornasieri, direttore del CCM che, assieme a don Davide Milani, già responsabile comunicazione dell’Arcidiocesi milanese, hanno porto i saluti ai relatori: Venanzio Postiglione, vicedirettore del Corriere della Sera; Asfa Mahmoud, Casa della Cultura musulmana di via Padova, Milano; mons. Luca Bressan, Vicario Episcopale Ecumenismo e dialogo dell’ Arcidiocesi di Milano.  Ha introdotto il dibattito Anna Scavuzzo, vicesindaco di Milano, ha coordina Rolla Scolari, giornalista de La Stampa.

FOTO  Giancarlo Mazzuca con il presidente IEA Achille Colombo Clerici

7 luglio 2018 0 comment
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Mercoledì 13 giugno, presso il Teatro Carcano di Milano, si è tenuto il concerto “una scuola per Don Aldo”, dedicato all’inaugurazione della scuola di Amak Pape. La serata è stata organizzata dalla Luconlus, un’associazione umanitaria nata per tenere vivo il ricordo di Luca Grisolia, che si impegna in attività di solidarietà, beneficienza, formazione e assistenza umanitaria.

La Luconlus ha deciso di dare il suo contributo nella realizzazione di questa scuola, dedicata a Don Aldo Geranzani, rettore del Collegio San Carlo di Milano, in quanto fortemente influenzata dalle opere di Maristella Bigogno e Federica, missionarie laiche e suor Patrizia. Queste tre missionarie hanno cambiato la vita di moltissime persone in Togo, costruendo scuole, pozzi ed ospedali e alcuni membri della famiglia Grisolia, essendo stati testimoni oculari di queste opere, hanno deciso di dare il loro contributo.

Per portare a termine la costruzione della scuola, realizzare questo sogno e celebrare i propri dieci anni di attività, la Luconlus ha organizzato questo concerto di musica classica, con raccolta fondi.grisolia

“Abbiamo fatto del nostro meglio, i musicisti vengono gratuitamente, tutti si sono interessati a questo progetto che potrebbe cambiare la vita di tantissime famiglie. La speranza è che la gente conosca questa realtà” afferma Filippo Grisolia, uno degli organizzatori membri.

Qui, nel video, il discorso di Maristella e Patrizia.

18 giugno 2018 0 comment
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ANGELO PARATICO SCRIVE…La scoperta dei rotoli del Mar Morto, nelle grotte di Qumran, avvenne nel 1947 e da allora s’è molto speculato sul loro contenuto. I testi furono parzialmente resi pubblici nel 1991, ma fin qui è mancato un vero inquadramento storico ed esegetico. Alcune delle fantasiose ipotesi sul loro contenuto ricordano certi romanzi di Dan Brown, ma la speranza del mondo accademico è che tutto, o quasi, verrà presto chiarito. Il primo libro che raccoglie questi testi apparirà nel 2018 e a questo, nel giro di cinque anni, ne faranno seguito altri due o tre che completeranno l’opera.
Si tratta di circa 950 manoscritti, perlopiù in stato frammentario, scritti su pergamena e papiro, in lingua ebraica e aramaica, che coprono un periodo che va dalla metà del terzo secolo avanti Cristo sino al 68 dopo Cristo.
Il responsabile per la pubblicazione si chiama Marcello Fidanzio, ed è docente di Teologia all’università di Lugano. Fu lui a organizzare, proprio a Lugano nel 2014, il primo congresso internazionale dedicato a fare il punto sulle ricerche dedicate ai rotoli del Mar Morto e a permetterne la pubblicazione.
Fra i manoscritti ricostruiti, con enorme pazienza, ben 240 sono di argomento biblico e sono considerati fra i più interessanti, non solo dagli ebrei ma anche dal mondo cristiano. I protestanti potrebbero venirne turbati, dato che tendono a interpretare la Bibbia in senso letterale, a differenza dei cattolici che riconoscono pari valore alle sue interpretazioni, accumulate nel corso dei secoli dalla Chiesa romana.
Se pensiamo che i manoscritti biblici più antichi in nostro possesso risalgono all’anno 1000, possiamo intuire l’enorme interesse creato da questa pubblicazione, che sposta indietro d’un millennio le lancette dell’esegesi sacra.
Il ritardo nella pubblicazione dei manoscritti non è dovuto a oscure trame, bensì agli eventi bellici che hanno scosso il Medio Oriente. I primi rotoli di Qumran furono scoperti da pastori beduini e finirono sul mercato nero, venduti a collezionisti giordani ed ebrei. Successivamente alla guerra del 1948 le grotte di Qumran stavano entro i confini della Giordania, che s’avvalse di studiosi francesi della Ècole Biblique di Gerusalemme, fondata da Marie-Joseph Lagrange, per decifrarli. Nel 1956, con la crisi di Suez e forse per via d’una rinascita di nazionalismo arabo, i giordani allontanarono lo studioso britannico Gerald Lankester Harding, uno dei massimi esperti in tale materia. Con la guerra dei Sei Giorni del 1967 il materiale tornò in mani israeliane e tutti gli arabi che li avevano studiati si rifiutarono di collaborare.
Il lavoro per fare uscire il primo libro è stato coordinato con accademici israeliani, francesi, giordani e inglesi. Per tale motivo la scelta di porre il baricentro delle ricerche in Svizzera s’è rivelata la carta vincente.
Quando leggeremo questo primo volume di prossima pubblicazione sarà per noi come entrare nella biblioteca personale di Gesù Cristo, sfogliando le stesse pagine che lui ebbe a disposizione durante la sua breve ma intensissima vita.

Angelo Paratico

10 maggio 2018 0 comment
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Cuggiono (MI) 04/05/2018Villa Annoni Esf 2018 protagonisti della fotografiaNella foto :

Venerdì 4 maggio, la pioggia battente non ha tenuto a casa gli appassionati di fotografia, che sono convenuti numerosi alla Villa Annoni di Cuggiono per assistere alla inaugurazione della plurimostra EsF Esperienze fotografiche, giunta alla sua quarta edizione.

Da un’idea vincente del Collettivo Talpa di Cuggiono, che ha voluto quattro anni fa riunire gli appassionati e i gruppi fotografici della zona in una manifestazione non competitiva, per valorizzare i luoghi del territorio, è nata EsF. Ospitata nella splendida cornice della villa Annoni, questa manifestazione unica , è cresciuta negli anni , ottenendo sempre più riconoscimento dai Comuni dei gruppi partecipanti, il cui patrocinio, unito a quelli di Regione Lombardia, Città Metropolitana di Milano, Fondazione per Leggere, Fondazione Cariplo, Parco Ticino e al contributo di numerose aziende sponsor, hanno reso la manifestazione di quest’anno ancora più ricca di eventi.

I protagonisti di quest’edizione , oltre al Collettivo Talpa e al Gruppo Artistico Occhio di Cuggiono, sono i gruppi: The Framers di Gaggiano, Scattografiamo di Bareggio, ObiettivaMente di Arluno, Le Cascine di Oggiona S.Stefano, Chiaroscuro di Busto Garolfo e Il Tavolo Fotografico di Turbigo.

IL tema di quest’anno è “ I non Luoghi”, un termine introdotto nel 1992 dall’antropologo francese Marc Augè , nel suo libro “Non-lieux.Introduction à une anthropologie de la surmodernitè”. Il termine italiano, registrato come neologismo nel 2003, ora è accolto nei lessici di tutti i vocabolari italiani.

Marc Augè definisce “ non luoghi” tutti quegli spazi che hanno la prerogativa di non essere identitari, relazionali e storici. Fanno parte dei non luoghi sia le strutture necessarie per la circolazione accelerata delle persone e dei beni (autostrade, stazioni ), sia i mezzi di trasporto, i centri commerciali gli outlet, i campi profughe,le sale d’aspetto, le stazioni di servizio, i campi sportivi, gli ascensori eccetera. Spazi in cui milioni di individualità si incrociano senza entrare in relazione, sospinti o dal desiderio frenetico di consumare o di accelerare le operazioni quotidiane o come porta di accesso a un cambiamento (reale o simbolico). Un tema non facile, soprattutto se da sviluppare rimanendo legati al territorio di appartenenza, ma che tutti i gruppi partecipanti hanno saputo rendere con tecniche fotografiche e interpretazioni diverse, mai banali e, a volte, anche ironiche e surreali.

Oltre alle mostre dei gruppi, la manifestazione prevede serate gratuite a tema fotografico, tenute da esperti dei vari circoli partecipanti: un’occasione per approfondire tematiche legate al mondo della fotografia rivolte a tutti, anche a chi fotografo non è, ma ha un interesse artistico/culturale. Questi incontri,che si svolgono in villa Annoni, iniziati domenica 6maggio con Marzia Rizzo che, per The Framers ha parlato di come costruire un portfolio,proseguiranno nei giorni di martedi 8, giovedì 10, martedì 15, giovedì 17,sempre alle ore 21 e termineranno domenica 20 maggio alle ore 15,30.

La plurimostra in villa Annoni sarà aperta nelle giornate di: sabato 5/12/19 maggio e domenica 6/13/20 maggio, dalle 10/13 e dalle 15/18,30 .

9 maggio 2018 0 comment
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come-superare-la-dipendenza-affettiva

test-amore-e1405070126994Nessuno può completarci. Dobbiamo essere noi a completare noi stessi. Se non ci riusciamo la ricerca
dell’amore diventa autodistruzione. E noi ci illudiamo che questa autodistruzione sia amore” (Jong, 1973).
Se sentite che il vostro partner è tutto e non concepite alcuna esistenza senza quella persona, se vi sentite completi solo con lui/lei, mentre se lui/lei non c’è vi annullate, se pensate “senza di lui/lei non esisto”.. Se tutto gira interamente attorno alla persona che amate e il solo pensiero che vi possa abbandonare fa crollare il vostro mondo, se senza di lei vi sentite vulnerabili, abbandonati e soli, allora è bene che vi fermiate a riflettere su cosa significhi per voi stare in una relazione di coppia.
amore trasformistaSi sa che l’uomo è naturalmente inserito in una trama di relazioni e legami senza i quali non potrebbe esistere: ognuno di noi ha bisogno di empatia, approvazione, ammirazione e di calore, e qualsiasi legame con queste caratteristiche diventa esso stesso fonte di dipendenza (Maslow, 1954).
Tutti hanno esperienza più o meno diretta di avere accanto a sé persone a cui sono strettamente legate: si tratta di una questione naturale, innata e automatica che sorge nel momento stesso in cui veniamo alla luce. Ogni relazione e tipo diattaccamento porta con sé un senso di appartenenza e dipendenza, che è parte integrante della vita. Siamo dipendenti gli uni dagli altri perché siamo animali sociali: “non possiamo non entrare in relazione. Possiamo esprimerla in senso negativo o positivo, o tacere al suo interno, ma questo non ci toglie dalla relazione con gli altri” (Ferrario).
Una certa parte di sana e innata dipendenza non impedisce alle persone di emanciparsi, accettare momenti diallontanamento e distacco dalle persone care, di seguire la propria strada e le proprie scelte nonostante le aspettative degli altri: possiamo sentire lo stesso di saper vivere per noi stessi, possiamo avere altre sfere di interessi, possiamo svolgere numerose attività. Alcuni però non hanno tutte questa libertà: per alcuni le relazione a due diventa vitale, ne hanno bisogno in maniera ossessiva per colmare la loro solitudine, per calmare l’angoscia, per non “affondare” (Poudat, 1957).
A questo livello la relazione non è basata sull’amore, ma su una dipendenza disfunzionale che diventa l’unico modo di continuare a vivere: senza un altro a cui appoggiarsi manca la forza per andare avanti. L’altro diviene un’ancora disalvezza, la fonte di ogni interesse, la priorità su ogni altra cosa.klimt2
Si sceglie inizialmente qualcuno per il suo lato rassicurante o per la sua manifesta indipendenza, ma accade che un giorno non si tolleri più proprio il suo lato appiccicoso o le sue assenze. Questo succede perché più ci si lega ad una persona per soddisfare i propri bisogni temporanei, per alleviare le paure più nascoste, per ottenere ciò che non si è mai ricevuto, più la dipendenza sarà forte e disfunzionale (Poudat, 1957). Il confine fra la dipendenza sana e patologica è molto sottile: da una dipendenza sana, in grado di favorire la crescita, si può arrivare al suo estremo, ad una dipendenza patologica che al contrario impedisce lo sviluppo e l’autorealizzazione della persona.
D’altro canto le aspettative su noi stessi, sul nostro futuro, sul partner ideale sono fortemente influenzate dalle credenze sociali e culturali e si impara presto, nella visione comune, che per essere felici si deve avere un partner da amare sopra ogni cosa: si parte così alla ricerca di rapporti che compensino i nostri vuoti e le nostre carenze, rapporti di coppia fusionali, che dipendenza-affettiva-rapporto-morbosoci completino. In sintesi, “cerchiamo fuori, invece di guardarci dentro”.
Come definiamo, quindi, la dipendenza affettiva? Si tratta di una “una distorsione relazionale che implicaun’alterazione della rappresentazione di sé e dell’altro e un disequilibrio della risposta affettiva nell’area dell’intimità” (Borgioni, 2015). La dipendenza affettiva è una condizione relazionale negativa in cui uno (o entrambi) i partner mettono in atto comportamenti passivi stereotipati volti a mantenere le relazioni anche a costo di mettere in secondo piano i propri bisogni. La rigidità relazionale è uno degli aspetti fondamentali di questa modalità: il dipendente affettivo non riesce ad abbandonare l’illusione idealizzata dell’altro e vive nella costante angoscia che qualcosa possa cambiare, che qualcosa possa fargli perdere l’oggetto del proprio amore.
La dipendenza si colloca nella dimensione del bisogno, in quanto si percepisce una mancanza intollerabile: proprio come il bambino appena nato ha il bisogno innato della mamma per sopravvivere, nella dipendenza in età adulta la persona vuole fondersi con l’altro annullando la propria integrità dove ciò che la soddisfa è solo la realizzazione di un amore “simbiotico”, dove si tende ad avere un sentimento di controllo dettato dalla profonda paura di essere abbandonato e di rimanere solo. L’altro perde così la sua identità e non è più “altro da sè”, non è più una persona diversa e quindi autonoma nei pensieri, negli interessi: diventa il mezzo per soddisfare dei bisogni e colmare delle carenze.
Il legame dipendente genera in apparenza calore e benessere, ma in realtà porta con sé dolore, frustrazione, insicurezza, paura, ed ogni energia è consumata per mantenere l’altro vicino ed evitare che si allontani, visto che l’altro è l’unico mezzo che garantisce la sopravvivenza.
Ciò che differenzia le relazioni d’amore più sane e positive, è che in queste ultime viene mantenuta l’autonomia dei due soggetti e coesiste al tempo stesso un certo grado tollerato di dipendenza reciproca che non impedisce il distacco, bensì arricchisce le singole individualità e ne favorisce la crescita: infatti, l’indipendenza autentica è basata paradossalmente sulla capacità di dipendere dall’altro e allo stesso tempo consente all’altro di dipendere da noi (Lingiardi, 2005). Nella relazione sana possiamo dire: “Ho bisogno di te perché ti amo”. Nel suo contrario, “ti amo perchè ho bisogno di te”, si modellano, invece, le forme di dipendenza affettiva.
Nelle persone con dipendenza affettiva troviamo, in sintesi:
– una visione di sé come bisognoso di cure e sostegno e mai totalmente autonomo. In tale accezione il costrutto rigido della persona è del tipo “se sono vicino al mio partner sono capace, se sono solo sono vulnerabile e inadeguato” e crede che sia meglio non intraprendere nuove esperienze, tanto si prospetterebbe un fallimento.
-una visione del mondo esterno come pericoloso, minaccioso e non adatto a chi è fragile e quindi da evitare o da affrontare solo in compagnia di qualcun altro che possa prendere le proprie difese. La persona con questa forma di dipendenza si mostra compiacente, disponibile, evita i conflitti per paura di perdere l’altro e non riesce ad accettare i limiti e i cambiamenti naturali all’interno della coppia. Si vive nella convinzione che “se faccio il bravo, l’altro mi amerà”, pensando all’amore come qualcosa che si deve “guadagnare” adeguandosi ai bisogni del partner: l’altro è visto come una persona da gratificare e rendere felice. Si vive unicamente per il partner. Emerge così la difficoltà ad identificare i propri bisogni e la tendenza a subordinarli ai bisogni dell’altro: ogni energia spesa per amare l’altro non consente di ritagliarsi degli spazi personali.
Le persone con questa forma di dipendenza affettiva hanno difficoltà spesso a differenziare l’amore vero da un comportamento possessivo patologico del partner che cerca di invadere ogni spazio di libertà. “Pensavo che mi amasse perché voleva sapere sempre dove fossi, mi chiamava di continuo”: queste parole esprimono come si possa confondere così l’amore con il possesso, interpretando quest’ultimo come interesse amorevole. La persona dipendente arriva a sopportare più del dovuto, che siano commenti sgradevoli, rimproveri, bugie, sino all’aggressività verbale e fisica: l’idealizzazione del partner porta a giustificarne qualsiasi suo comportamento.
Un altro aspetto cruciale da considerare è che la rottura con il partner è impensabile in questa forma di dipendenza: la separazione porta un dolore inconcepibile e ingestibile. Non è contemplata alcuna forma di sana rassicurazione che faccia pensare al dolore come qualcosa di momentaneo e come qualcosa che col tempo potrà essere superato senza che questo significhi morire dentro. Perdere l’altro costringe la persona a sentire il proprio vuoto emotivo interno: la perdita è sperimentata non come perdita di una persona separata, ma come perdita di una parte di sé, come privazione del proprio valore, sicurezza, forza, volontà. Per questo a volte si tende a sopportare determinati comportamenti del
partner pur di non perdere una parte di sé.
genitori-che-amano-650x300Come si arriva a questa fragilità relazionale? Il modo in cui stabiliamo legami affettivi è condizionato dalle esperienze di attaccamento durante l’infanzia (Guix, 2011). Infatti, se i genitori sono stati in grado di soddisfare i bisogni di sicurezza e di autonomia in modo coerente e continuo, il bambino, e l’adulto poi, consoliderà un assetto emotivo e cognitivo sano.
Se, d’altro canto, i genitori si mostrano iperprotettivi, ciò potenzia invece il messaggio che “essere dipendenti è l’unico modo per mantenere un legame e, invece, individuarsi, crescere a rendersi autonomi significa perdere l’amore materno”. Così che il bambino prima e l’adulto poi, rinunciano all’autonomia affidandosi agli altri per ogni difficoltà. Si sviluppa così un’attesa e una ricerca esterna di qualcuno che offra quella sicurezza e sostegno di cui si sente il bisogno intenso (Lingiardi, 2005). Nelle famiglie soffocanti e iperprotettive viene trasmessa l’idea che il mondo è pericoloso e che, senza il proprio nido sicuro familiare, non si sopravvive. La persona dipendente fa propria l’idea di essere fragile e di non potercela fare da sola. Se, al contrario, i genitori non instaurano alcun legame autenticamente affettivo, si cercherà disperatamente qualcuno che dia, invece, l’affetto e accudimento di cui si sente il bisogno.
La ferita principale è legata in ogni caso al senso di abbandono e deprivazione, ad un senso di vergogna di di vuoto, ad un’immagine di sé come non meritevole d’amore.

Quindi, in conclusione..
In una relazione sana emerge un naturale desiderio di poter contare sull’altro, basandosi sulla fiducia e sul desiderio di condividere esperienze, di avere progetti in comune e di costruire con l’altro. Il rapporto con il partner accresce le proprie potenzialità e lo sviluppo della persona. L’eventuale rottura di una relazione è tollerata e non dà vita a reazioni patologiche (depressione, ansia, angoscia, altri comportamenti di dipendenza).
L’amore sano proietta dei desideri e non dei bisogni: in questo senso è legittimo darsi tempo e spazio di conoscere sé stessi e l’altra persona. E’ necessario riconoscere l’individualità dell’altro e la sua integrità: un amore maturo vede svilupparsi il desiderio di una crescita autonoma dell’altro. In una relazione affettiva sana troviamo momenti in cui un partner necessita il sostegno dell’altro senza mettere a rischio la propria individualità e autonomia (ad esempio, se uno dei due ha problemi di lavoro e si senta triste e sfiduciato, l’altro gli sarà vicino emotivamente e lo accudirà nel possibile;
al contrario, se uno della coppia ha dei progetti, l’altro lo supporterà nella sua realizzazione personale). La dipendenza patologica, invece, è una dipendenza assoluta basata sulla sfiducia, sul controllo e sul costante bisogno dell’altro per “sentire di esistere” e di essere qualcuno.
Uscire da questa modalità relazionale dipendente è possibile attraverso un lavoro di ricostruzione di sé: è fondamentale cercare di capire quali sono i bisogni che quel legame di dipendenza soddisfa. Si deve affrontare il dolore che la paura dell’abbandono porta con sé anche se si tratta di un dolore ritenuto ingestibile e insopportabile, si deve affrontare delusione e frustrazione. Solo questo permette di emanciparsi dalla dipendenza eccessiva dell’altro.
Mettere fine ad una dipendenza affettiva è possibile nel momento in cui si fa piena conoscenza di sé stessi, con i propri limiti e le proprie paure e si è in grado di trovare dentro sé ciò che si cercare disperatamente nell’altro. Ciò significa prendere coscienza della proprie fragilità, ma anche delle proprie risorse per vivere indipendentemente dalle aspettative altrui; si deve anche rischiare di accettare un po’ di solitudine e di fare anche ciò che fa paura, scoprendo magari che, in realtà, sperimentare e avventurarsi non è poi così spaventoso e scoprendo di essere in grado di farcela da soli con le proprie forze. Assumersi il rischio delle proprie scelte facilita un certo grado di indipendenza e permette di sperimentare situazioni liberamente “senza macigni sul cuore”, senza dare nulla per scontato, senza programmi prestabiliti. Solo questo permette alle persone ad imparare “ad andare oltre il proprio bozzolo protettivo”.

L’amore infantile segue il principio “Amo perché sono amato”.
L’amore maturo segue il principio “Sono amato perché amo”.
L’amore immaturo dice “Ti amo perché ho bisogno di te”.
L’amore maturo dice “Ho bisogno di te perché ti amo”
(E. Fromm, 1956)

24 aprile 2018 0 comment
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