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come-superare-la-dipendenza-affettiva

test-amore-e1405070126994Nessuno può completarci. Dobbiamo essere noi a completare noi stessi. Se non ci riusciamo la ricerca
dell’amore diventa autodistruzione. E noi ci illudiamo che questa autodistruzione sia amore” (Jong, 1973).
Se sentite che il vostro partner è tutto e non concepite alcuna esistenza senza quella persona, se vi sentite completi solo con lui/lei, mentre se lui/lei non c’è vi annullate, se pensate “senza di lui/lei non esisto”.. Se tutto gira interamente attorno alla persona che amate e il solo pensiero che vi possa abbandonare fa crollare il vostro mondo, se senza di lei vi sentite vulnerabili, abbandonati e soli, allora è bene che vi fermiate a riflettere su cosa significhi per voi stare in una relazione di coppia.
amore trasformistaSi sa che l’uomo è naturalmente inserito in una trama di relazioni e legami senza i quali non potrebbe esistere: ognuno di noi ha bisogno di empatia, approvazione, ammirazione e di calore, e qualsiasi legame con queste caratteristiche diventa esso stesso fonte di dipendenza (Maslow, 1954).
Tutti hanno esperienza più o meno diretta di avere accanto a sé persone a cui sono strettamente legate: si tratta di una questione naturale, innata e automatica che sorge nel momento stesso in cui veniamo alla luce. Ogni relazione e tipo diattaccamento porta con sé un senso di appartenenza e dipendenza, che è parte integrante della vita. Siamo dipendenti gli uni dagli altri perché siamo animali sociali: “non possiamo non entrare in relazione. Possiamo esprimerla in senso negativo o positivo, o tacere al suo interno, ma questo non ci toglie dalla relazione con gli altri” (Ferrario).
Una certa parte di sana e innata dipendenza non impedisce alle persone di emanciparsi, accettare momenti diallontanamento e distacco dalle persone care, di seguire la propria strada e le proprie scelte nonostante le aspettative degli altri: possiamo sentire lo stesso di saper vivere per noi stessi, possiamo avere altre sfere di interessi, possiamo svolgere numerose attività. Alcuni però non hanno tutte questa libertà: per alcuni le relazione a due diventa vitale, ne hanno bisogno in maniera ossessiva per colmare la loro solitudine, per calmare l’angoscia, per non “affondare” (Poudat, 1957).
A questo livello la relazione non è basata sull’amore, ma su una dipendenza disfunzionale che diventa l’unico modo di continuare a vivere: senza un altro a cui appoggiarsi manca la forza per andare avanti. L’altro diviene un’ancora disalvezza, la fonte di ogni interesse, la priorità su ogni altra cosa.klimt2
Si sceglie inizialmente qualcuno per il suo lato rassicurante o per la sua manifesta indipendenza, ma accade che un giorno non si tolleri più proprio il suo lato appiccicoso o le sue assenze. Questo succede perché più ci si lega ad una persona per soddisfare i propri bisogni temporanei, per alleviare le paure più nascoste, per ottenere ciò che non si è mai ricevuto, più la dipendenza sarà forte e disfunzionale (Poudat, 1957). Il confine fra la dipendenza sana e patologica è molto sottile: da una dipendenza sana, in grado di favorire la crescita, si può arrivare al suo estremo, ad una dipendenza patologica che al contrario impedisce lo sviluppo e l’autorealizzazione della persona.
D’altro canto le aspettative su noi stessi, sul nostro futuro, sul partner ideale sono fortemente influenzate dalle credenze sociali e culturali e si impara presto, nella visione comune, che per essere felici si deve avere un partner da amare sopra ogni cosa: si parte così alla ricerca di rapporti che compensino i nostri vuoti e le nostre carenze, rapporti di coppia fusionali, che dipendenza-affettiva-rapporto-morbosoci completino. In sintesi, “cerchiamo fuori, invece di guardarci dentro”.
Come definiamo, quindi, la dipendenza affettiva? Si tratta di una “una distorsione relazionale che implicaun’alterazione della rappresentazione di sé e dell’altro e un disequilibrio della risposta affettiva nell’area dell’intimità” (Borgioni, 2015). La dipendenza affettiva è una condizione relazionale negativa in cui uno (o entrambi) i partner mettono in atto comportamenti passivi stereotipati volti a mantenere le relazioni anche a costo di mettere in secondo piano i propri bisogni. La rigidità relazionale è uno degli aspetti fondamentali di questa modalità: il dipendente affettivo non riesce ad abbandonare l’illusione idealizzata dell’altro e vive nella costante angoscia che qualcosa possa cambiare, che qualcosa possa fargli perdere l’oggetto del proprio amore.
La dipendenza si colloca nella dimensione del bisogno, in quanto si percepisce una mancanza intollerabile: proprio come il bambino appena nato ha il bisogno innato della mamma per sopravvivere, nella dipendenza in età adulta la persona vuole fondersi con l’altro annullando la propria integrità dove ciò che la soddisfa è solo la realizzazione di un amore “simbiotico”, dove si tende ad avere un sentimento di controllo dettato dalla profonda paura di essere abbandonato e di rimanere solo. L’altro perde così la sua identità e non è più “altro da sè”, non è più una persona diversa e quindi autonoma nei pensieri, negli interessi: diventa il mezzo per soddisfare dei bisogni e colmare delle carenze.
Il legame dipendente genera in apparenza calore e benessere, ma in realtà porta con sé dolore, frustrazione, insicurezza, paura, ed ogni energia è consumata per mantenere l’altro vicino ed evitare che si allontani, visto che l’altro è l’unico mezzo che garantisce la sopravvivenza.
Ciò che differenzia le relazioni d’amore più sane e positive, è che in queste ultime viene mantenuta l’autonomia dei due soggetti e coesiste al tempo stesso un certo grado tollerato di dipendenza reciproca che non impedisce il distacco, bensì arricchisce le singole individualità e ne favorisce la crescita: infatti, l’indipendenza autentica è basata paradossalmente sulla capacità di dipendere dall’altro e allo stesso tempo consente all’altro di dipendere da noi (Lingiardi, 2005). Nella relazione sana possiamo dire: “Ho bisogno di te perché ti amo”. Nel suo contrario, “ti amo perchè ho bisogno di te”, si modellano, invece, le forme di dipendenza affettiva.
Nelle persone con dipendenza affettiva troviamo, in sintesi:
– una visione di sé come bisognoso di cure e sostegno e mai totalmente autonomo. In tale accezione il costrutto rigido della persona è del tipo “se sono vicino al mio partner sono capace, se sono solo sono vulnerabile e inadeguato” e crede che sia meglio non intraprendere nuove esperienze, tanto si prospetterebbe un fallimento.
-una visione del mondo esterno come pericoloso, minaccioso e non adatto a chi è fragile e quindi da evitare o da affrontare solo in compagnia di qualcun altro che possa prendere le proprie difese. La persona con questa forma di dipendenza si mostra compiacente, disponibile, evita i conflitti per paura di perdere l’altro e non riesce ad accettare i limiti e i cambiamenti naturali all’interno della coppia. Si vive nella convinzione che “se faccio il bravo, l’altro mi amerà”, pensando all’amore come qualcosa che si deve “guadagnare” adeguandosi ai bisogni del partner: l’altro è visto come una persona da gratificare e rendere felice. Si vive unicamente per il partner. Emerge così la difficoltà ad identificare i propri bisogni e la tendenza a subordinarli ai bisogni dell’altro: ogni energia spesa per amare l’altro non consente di ritagliarsi degli spazi personali.
Le persone con questa forma di dipendenza affettiva hanno difficoltà spesso a differenziare l’amore vero da un comportamento possessivo patologico del partner che cerca di invadere ogni spazio di libertà. “Pensavo che mi amasse perché voleva sapere sempre dove fossi, mi chiamava di continuo”: queste parole esprimono come si possa confondere così l’amore con il possesso, interpretando quest’ultimo come interesse amorevole. La persona dipendente arriva a sopportare più del dovuto, che siano commenti sgradevoli, rimproveri, bugie, sino all’aggressività verbale e fisica: l’idealizzazione del partner porta a giustificarne qualsiasi suo comportamento.
Un altro aspetto cruciale da considerare è che la rottura con il partner è impensabile in questa forma di dipendenza: la separazione porta un dolore inconcepibile e ingestibile. Non è contemplata alcuna forma di sana rassicurazione che faccia pensare al dolore come qualcosa di momentaneo e come qualcosa che col tempo potrà essere superato senza che questo significhi morire dentro. Perdere l’altro costringe la persona a sentire il proprio vuoto emotivo interno: la perdita è sperimentata non come perdita di una persona separata, ma come perdita di una parte di sé, come privazione del proprio valore, sicurezza, forza, volontà. Per questo a volte si tende a sopportare determinati comportamenti del
partner pur di non perdere una parte di sé.
genitori-che-amano-650x300Come si arriva a questa fragilità relazionale? Il modo in cui stabiliamo legami affettivi è condizionato dalle esperienze di attaccamento durante l’infanzia (Guix, 2011). Infatti, se i genitori sono stati in grado di soddisfare i bisogni di sicurezza e di autonomia in modo coerente e continuo, il bambino, e l’adulto poi, consoliderà un assetto emotivo e cognitivo sano.
Se, d’altro canto, i genitori si mostrano iperprotettivi, ciò potenzia invece il messaggio che “essere dipendenti è l’unico modo per mantenere un legame e, invece, individuarsi, crescere a rendersi autonomi significa perdere l’amore materno”. Così che il bambino prima e l’adulto poi, rinunciano all’autonomia affidandosi agli altri per ogni difficoltà. Si sviluppa così un’attesa e una ricerca esterna di qualcuno che offra quella sicurezza e sostegno di cui si sente il bisogno intenso (Lingiardi, 2005). Nelle famiglie soffocanti e iperprotettive viene trasmessa l’idea che il mondo è pericoloso e che, senza il proprio nido sicuro familiare, non si sopravvive. La persona dipendente fa propria l’idea di essere fragile e di non potercela fare da sola. Se, al contrario, i genitori non instaurano alcun legame autenticamente affettivo, si cercherà disperatamente qualcuno che dia, invece, l’affetto e accudimento di cui si sente il bisogno.
La ferita principale è legata in ogni caso al senso di abbandono e deprivazione, ad un senso di vergogna di di vuoto, ad un’immagine di sé come non meritevole d’amore.

Quindi, in conclusione..
In una relazione sana emerge un naturale desiderio di poter contare sull’altro, basandosi sulla fiducia e sul desiderio di condividere esperienze, di avere progetti in comune e di costruire con l’altro. Il rapporto con il partner accresce le proprie potenzialità e lo sviluppo della persona. L’eventuale rottura di una relazione è tollerata e non dà vita a reazioni patologiche (depressione, ansia, angoscia, altri comportamenti di dipendenza).
L’amore sano proietta dei desideri e non dei bisogni: in questo senso è legittimo darsi tempo e spazio di conoscere sé stessi e l’altra persona. E’ necessario riconoscere l’individualità dell’altro e la sua integrità: un amore maturo vede svilupparsi il desiderio di una crescita autonoma dell’altro. In una relazione affettiva sana troviamo momenti in cui un partner necessita il sostegno dell’altro senza mettere a rischio la propria individualità e autonomia (ad esempio, se uno dei due ha problemi di lavoro e si senta triste e sfiduciato, l’altro gli sarà vicino emotivamente e lo accudirà nel possibile;
al contrario, se uno della coppia ha dei progetti, l’altro lo supporterà nella sua realizzazione personale). La dipendenza patologica, invece, è una dipendenza assoluta basata sulla sfiducia, sul controllo e sul costante bisogno dell’altro per “sentire di esistere” e di essere qualcuno.
Uscire da questa modalità relazionale dipendente è possibile attraverso un lavoro di ricostruzione di sé: è fondamentale cercare di capire quali sono i bisogni che quel legame di dipendenza soddisfa. Si deve affrontare il dolore che la paura dell’abbandono porta con sé anche se si tratta di un dolore ritenuto ingestibile e insopportabile, si deve affrontare delusione e frustrazione. Solo questo permette di emanciparsi dalla dipendenza eccessiva dell’altro.
Mettere fine ad una dipendenza affettiva è possibile nel momento in cui si fa piena conoscenza di sé stessi, con i propri limiti e le proprie paure e si è in grado di trovare dentro sé ciò che si cercare disperatamente nell’altro. Ciò significa prendere coscienza della proprie fragilità, ma anche delle proprie risorse per vivere indipendentemente dalle aspettative altrui; si deve anche rischiare di accettare un po’ di solitudine e di fare anche ciò che fa paura, scoprendo magari che, in realtà, sperimentare e avventurarsi non è poi così spaventoso e scoprendo di essere in grado di farcela da soli con le proprie forze. Assumersi il rischio delle proprie scelte facilita un certo grado di indipendenza e permette di sperimentare situazioni liberamente “senza macigni sul cuore”, senza dare nulla per scontato, senza programmi prestabiliti. Solo questo permette alle persone ad imparare “ad andare oltre il proprio bozzolo protettivo”.

L’amore infantile segue il principio “Amo perché sono amato”.
L’amore maturo segue il principio “Sono amato perché amo”.
L’amore immaturo dice “Ti amo perché ho bisogno di te”.
L’amore maturo dice “Ho bisogno di te perché ti amo”
(E. Fromm, 1956)

24 aprile 2018 0 comment
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BUSTO ARSIZIO CELEBRA LA FESTA DELLA DONNA PARLANDO DI FEMMINILITÀ E PSICOLOGIA

Busto Arsizio, 08 marzo 2018 – 8 marzo per parlare di psicologia e femminilità: per celebrare la Giornata Internazionale delle Donne dell’8 Marzo, Il Festival della Filosofia, Filosofarti 2018, si è appoggiato all’Associazione “Caffè Letterario – Esperimenti per una Nuova Cultura” per parlare del ruolo della donna nel percorso storico dello sviluppo della psicologia. Un intervento che sposa alla perfezione il tema di quest’anno di Filosofarti, PAIDEIA, l’educazione, e una delle tematiche più sentite e care alla dottoressa Rosa Versaci, Presidentessa dell’Associazione “Caffè Letterario”, progetto culturale che porta a Busto Arsizio iniziative culturali ed ospiti di fama mondiale da quasi 10 anni. Un appuntamento speciale, tenutosi presso la Biblioteca di Busto Arsizio, in compagnia di due donne speciali: l’artista e scrittrice Elisa Bollazzi e la Psicologa, Psicoterapeuta e Presidentessa di “Caffè Letterario”, Rosa Versaci.

“Abbiamo pensato ad una serata per parlare di donne, con le donne, ma, speriamo, non solo alle donne “ha spiegato la dottoressa Versaci. “Tutti gli uomini che vogliono prendere parte alla discussione sono assolutamente incoraggiati a farlo!”.

Il pre-serata delle ore 21 è stato aperto dall’intervento dell’artista Elisa Bollazzi, dal titolo “L’arricchimento invisibile del sé”. Nota artista e scrittrice, dal 1990 si dedica con devozione al progetto Microcollection, la sua collezione di frammenti di opere d’arte contemporanea sottratti all’oblio e presentati al microscopio durante mostre in Italia e all’estero. Microcollection rappresenta la parte invisibile dell’arte ed è un’esperienza artistica mentale. Durante la serata, l’artista ha avuto l’occasione di far sperimentare in prima persona al pubblico un aspetto della tematica della costruzione dell’identità. A seguire, è stata la Presidentessa dell’Associazione “Caffè Letterario” in persona, la dottoressa Rosa Versaci, a mettere al centro le abilità e la forza creativa femminile, aspetti troppo spesso sottovalutati: psicologa, Dottore di Ricerca in Psicobiologia, Psicoterapeuta della Gestalt, Direttrice di Centro Talea, terapeuta EMDR, la dottoressa Versaci è membro del board dell’Istituto Internazionale di Psicopatologia e Psicoterapia della Gestalt (IPsiG), nonché Presidente e Direttore scientifico dell’Associazione Caffè Letterario Esperimenti per una nuova cultura, Docente e supervisore Federazione Italiana delle scuole e degli Istituti di Gestalt (FISIG). La dottoressa ha voluto condurre il pubblico attraverso un “percorso di indagine del ruolo educativo delle donne nel percorso storico dello sviluppo della psicologia”: attraverso la storia di psicologhe donne e di artiste a loro contemporanee, i partecipanti hanno intrapreso un viaggio alla scoperta di come il linguaggio e le scoperte femminili abbiano lasciato un segno importante nell’educazione e nello sviluppo della psicologia. Durante la serata, è stato possibile conoscere Claudia Giussani, la nuova direttrice della Biblioteca di Busto.

 

 

10 marzo 2018 0 comment
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Organizzato da “Caffè Letterario- Esperimenti per una nuova cultura”

Busto Arsizio, 10 novembre 2017 – La città di Busto Arsizio ha accolto un ospite d’eccezione: scrittrice di gialli, già presente alle serate di Caffè Letterario nella sua veste professionale di Psichiatra e Psicoterapeuta lo scorso anno,  Michela Gecele.

Il progetto Caffè Letterario- esperimenti per una nuova cultura, nato per portare cultura e psicoterapia fuori dagli studi e renderla alla portata dgecele versacii tutti, in questa stagione ha organizzato eventi FuoriCaffè, “Appuntamenti speciali, che si svolgono alle 18.30, e non come consuetudine alle 21.00- spiega la dottoressa Versaci, presidente dell’associazione “Caffè Letterario”- con colleghi che oltre alla loro professione si occupano di scrittura ed arte. Venerdì 10 Novembre avremo il piacere di ospitare Michela Gecele e con lei faremo insieme un viaggio virtual/letterario da Ischia a Busto Arsizio. Si è appena concluso, infatti, il Festival Gialli a Ischia, laboratori gastronomici e del pensiero e il trait union è Michela Gecele, promotrice del festival e a breve ospite del FuoriCaffè per presentare il suo giallo “Morte di cioccolato”.

“Il festival di Ischia- racconta Michela Gecele- realizzatosi grazie al sostegno della casa editrice Forme libere di Trento e alla squisita ospitalità, sempre discreta ma avvolgente e attenta a ogni particolare, del Park Hotel & Terme Romantica è un vero e proprio laboratorio, gastronomico e del pensiero. Vengono cucinati, dagli chef del Romantica e da chef ospiti, piatti più o meno creativamente tratti dai libri gialli presentati al festival. Parallelamente, il giallo stesso è considerato come una riuscita combinazione di ingredienti: elementi, saperi, forme di pensiero tratti da discipline e contesti diversi e sapientemente amalgamati per accompagnare il lettore in un avvincente esercizio cognitivo ed emozionale. Saperi diversi, dicevamo. Non a caso gli autori presenti al festival, insieme a Michela Gecele, psichiatra e psicoterapeuta, sono avvocati, ingegneri, economisti, giornalisti, esperti di comunicazione. Parliamo di Piera Carlomagno, Grazia Corte, Andrea Esposito, Carmine Montuori, Nicola Oddati. Inoltre,  le scuole dell’isola hanno attivamente partecipato al Festival, a partire dalla scuola media Giovanni Scotti e damorte di cioccolatoll’IPS Telese, rendendo viva e attuale l’idea che il romanzo di genere può essere uno strumento educativo utilizzabile in diverse prospettive ed angolature”.

Da Ischia a Busto Arsizio, da Sud a Nord senza perdere questa sottile e tenace trama letteraria, passando dagli scenari incantati del Park Hotel & Terme Romantica alle atmosfere dei vicoli, delle sfuggenti corti e delle suggestive ville evocative di un’eleganza e un fascino di inizio Novecento, tra i rossi, gli arancioni e i gialli dei colori autunnali Busto mostra la sua bellezza incastonata a sud delle Prealpi Varesine.

In questa cornice la scrittrice, Michela Gecele presenterà il suo terzo libro “Morte di cioccolato”. La protagonista Ada Hartmann sembra essere lontana da delitti e misteri. Il romanzo inizia in rosa, con un incontro in alta quota, sulla rotta Londra-Berlino. Un rosa che si tinge subito dei colori del cacao. Ada, e i lettori, entrano con leggerezza nei mondi del cioccolato. I luoghi di produzione, le fasi di lavorazione, l’arte e le declinazioni del gusto. Sembra un viaggio di puro piacere. Un viaggio che sfiora il Venezuela e che tocca, naturalmente, anche Catania. Poi, improvvisamente, come spesso capita in un romanzo giallo, lo scenario cambia e Ada si trova, ancora una volta, a indagare. Il cacao, non più piacere quasi immateriale, precipita, diventando merce preziosa. Merce circondata da intrecci economici e finanziari. E il rosa dei rapporti umani si incupisce. Si corrode.

Nella serata, una golocenasa sorpresa per tuti i presenti.

“E’ un onore ed una gioia – afferma la dottoressa Versaci – poter ospitare la dottoressa Michela Gecele” ed anticipa che il 15 Dicembre presso l’osteria La Rava e La Fava, sempre in compagnia di Michela Gecele ci sarà una Cena con Delitto. Una occasione conviviale e divertente – continua la dottoressa Versaci- per raccogliere fondi per l’Associazione Caffè Letterario. Le iscrizioni si apriranno durante le serate del Caffè Letterario del 10 novembre e del 23 Novembre e scrivendo a: infocaffèletterariobusto@gmail.com e www.centrotalea.com

Se vi siete persi la serata potrete rivederla sul profili Facebook di Caffè Letterario!!

Menù e costi della cena con delitto nella foto in allegato.

 

13 novembre 2017 0 comment
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TITOLO AMMICCANTE QUELLO DEL NOSTRO ANGELO PARATICO PUBBLICATO SUL SITO DEL CORRIERE GESTITO DA DINO MESSINA.

Ricordo la mia sorpresa in chiesa, ancora bambino, nel sentire che a Gesù in croce i suoi carnefici offrirono aceto. Tale fatto m’impressionò negativamente, come una crudeltà nella crudeltà nei confronti del nostro Salvatore. Tale episodio appare in forma diversa in tutti e quattro i Vangeli.
“Gli diedero aceto da bere mischiato a della bile. E quando lo assaggiò smise di berlo” Matteo (27:34). E poi, sempre Matteo, aggiunge (27:48) “Uno di loro corse da lui, prese una spugna e la immerse nell’aceto, poi la infilò su una canna e gliela diede da bere.”
In Luca (23:36): “E i soldati lo derisero, gli andarono sotto e gli offrirono aceto” e in Marco (15:36): “Uno corse e riempì la spugna di aceto, la mise su una canna e gliela diede da bere, dicendo, vediamo se Elia verrà a tirarlo giù di qui.”
Giovanni (19:30) scrive: “Gesù disse: ho sete. Sistemarono un recipiente pieno d’aceto; ci immersero una spugna e poi la misero su un di un ramo d’issopo e l’alzarono alle sue labbra. Gesù ricevette l’aceto e poi disse: È finita, chinò il capo e rese l’anima.”
Secondo Matteo, all’inizio gli fu offerto aceto mischiato a bile ma Gesù rifiutò l’intruglio. Eppure quello fu un atto di pietà, vedremo fra poco perché, da parte degli addetti al supplizio, che quasi sicuramente non erano cittadini romani ma dei provinciali, forse siriani o ausiliari locali (qualcuno crede addirittura che San Paolo fu uno di loro).
La bile estratta da certi animali ha un effetto anestetico e secondo antiche tradizioni tale bile era fornita da pie donne di Gerusalemme per lenire gli atroci dolori dei condannati a morte. Fra l’altro le secrezioni della bile animale sono presenti anche nella farmacopea antica cinese. Pur essendo amarissima, ha un effetto sedativo, ipnotico e disinfettante. Un po’ come un bicchiere di whisky. Nella Bibbia (Numeri 6:13 e Ruth 2:14) si parla di una bevanda rinfrescante, amara e mischiata con aceto, ma simili bevande erano comunemente usate anche in Grecia e a Roma, soprattutto dai soldati e dagli schiavi che facevano lavori pesanti. I romani chiamavano posca tale bevanda.
Dunque la spugna con quella bevanda non fu un atto ostile o uno scherzo, ma era la bevanda standard dei soldati romani e degli ausiliari.
Quel giorno fatidico fu quasi certamente il 3 aprile del 33, secondo il Calendario Giuliano. Siamo abbastanza sicuri di questa data per via d’una parziale eclisse di luna, visibile a Gerusalemme alle 18 e 20, come racconta Pietro (Atti 2:20).
Gerolamo Cardano (1501-1577?) un medico e filosofo milanese, indicò correttamente la posca come una delle possibili ragioni della grandezza dei romani, oltre al fatto che mangiavano carne salata e che la penisola italica poteva sostenere un gran numero di uomini.
La sua intuizione resta notevole, perché il concetto che esistano microbi e batteri invisibili all’occhio era allora sconosciuta e le prime indagini scientifiche risalgono solo agli inizi del ‘800, con il medico personale di Alessandro Manzoni, Enrico Acerbi (1785-1827) nato a Castano Primo, in provincia di Milano, e purtroppo morto troppo giovane.
Gerolamo Cardano parla della posca in un suo geniale libello scritto per lodare l’imperatore Nerone, intitolato “Neronis Encomium” e pubblicato a Basilea nel 1562.
La posca dei romani era acqua mischiata ad aceto, con l’aggiunta di spezie e miele per migliorarne il sapore e questa per secoli rimase la loro bevanda standard, che li protesse dalle infezioni, perché l’acido acetico ha un leggero effetto anti batterico. E a volte veniva addirittura scaldata per meglio amalgamare il miele e le spezie, ottenendo un effetto di pastorizzazione.
La posca può essere paragonata alla Coca Cola dei nostri giorni quando era di alta qualità, con un sapore simile, leggermente acidulo, dolce e aspro quando mischiata a bacche, miele e bile animale.

Angelo Paratico

5 novembre 2017 0 comment
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UNA LETTERA DI ANGELO PARATICO …Il quadro è noto come “Salvator Mundi” ed è rimasto esposto per tre giorni negli uffici della Christie’s. I due responsabili della casa d’aste, Loïc Gouzer e François de Poortere. si dicono certi che, essendo l’unico quadro di Leonardo ancora in mano a privati, spunterà un prezzo superiore ai 100 milioni di dollari previsti.
Sono stati tanto gentili da consentirmi d’osservare da pochi millimetri di distanza questo straordinaria opera, dipinta con colori a olio su una tavola di legno di noce (64.5 x 44.7 cm). L’anno dovrebbe essere il 1502, secondo Christie’s, ovvero mentre si trovava a Firenze. A mio modesto parere potrebbe essere invece essere successivo: dipinto durante il suo secondo soggiorno milanese per Georges d’Amboise, governatore della città, o per re Luigi XII di Francia, quando si incontrarono, il 24 maggio 1507; oppure è precedente, completato verso il 1495, quando dipinse il Musico e l’Ultima Cena. Un dettaglio che pare puntare a Milano e non a Firenze è il legno impiegato per la tavola di supporto: noce e non pioppo.
È dal lontano 1909 che non viene riscoperto un Leonardo Da Vinci originale, cioè dal tempo della minuscola Madonna Benois, che si trova al Museo dell’ Ermitage di San Pietroburgo.
Il “Salvator Mundi” fu presentato al pubblico nel 2011, alla National Gallery di Londra, come parte della mostra “Leonardo da Vinci: Painter at the Court of Milan” causando una forte emozione in tutto il mondo.
Quella mostra fu il coronamento di sei anni di studi e di restauri, durante i quali i dubbi circa la sua autenticità, uno a uno, sono caduti. L’unico scettico rimasto, fra i maggiori studiosi di Leonardo, resta il nostro Carlo Pedretti, mentre tutti gli altri l’accettano come un genuino lavoro di Leonardo Da Vinci. Ai raggi X si son notati vari pentimenti, in quel che era prima un quadro irriconoscibile e si sono trovate corrispondenze con gli schizzi nei suoi codici.
Dianne Dwyer Modestini, che lo aveva restaurato nel 2007, ricorda ancora la propria incontenibile gioia, allorché vide apparire la caratteristica tecnica pittorica del grande Maestro, dopo che ebbe rimosso il primo strato di grossolana ripittura. Racconta: “Le mie mani tremavano. Tornai a casa quella sera e stavo impazzendo.”
Sappiamo per certo che questo dipinto appartenne allo sfortunato re inglese Carlo I (1600-1649) dato che appare nell’inventario reale, preparato un anno dopo la sua decapitazione. Sparì poi dal 1763 sino al 1900 e fu comprato da Sir Charles Robinson, che lo confuse per un’opera di Bernardino Luini (1482-1532), un discepolo di Leonardo. In una foto scattata nel 1912, la figura appare già irriconoscibile. La sua collezione fu liquidata nel 1958 e fu venduto per 45 sterline, sparendo nuovamente per 50 anni, riapparendo poi negli Stati Uniti. Nel 2005 fu acquistato da un consorzio di galleristi, fra i quali Robert Simon, uno specialista in dipinti antichi che ci vide qualcosa d’interessante.
Nel 2013, dopo la ripulitura, fu venduto per 127.5 milioni di dollari al collezionista russo Dmitry Rybolovlev, tramite il mercante d’arte svizzero Yves Bouvier. Fra i due sorse poi una disputa, perché pare che il ricco collezionista russo abbia pagato più del giusto al suo intermediario.
Nei giorni scorsi s’è molto scritto (troppo) dei dubbi sollevati circa la sua autenticità da Walter Isaacson, che sta lanciando una propria biografia dedicata a Leonardo. Questo a causa del fatto che la sfera che Gesù porta nella mano sinistra non crea distorsioni ottiche, un fatto strano per Leonardo, sempre interessato in questi dettagli e al quale non poteva sfuggire. In pratica si accusa Leonardo di non essere stato abbastanza leonardesco.
Questo credo sia un dettaglio insignificante e, evidentemente, anche Leonardo lo ritenne tale, dato che prestò una cura certosina nel riprodurre le impurità contenute alla base del cristallo – forse berillo, come la sfera appartenuta al mago della regina Elisabetta I, John Dee (1527-1608) oggi conservata al British Museum – e, addirittura, fatto assai più importante delle distorsioni: nessun esperto ha fatto notare che la sfera non è sormontata da una croce, come sempre accade in dipinti che rappresentano il “Salvator Mundi.”
Leonardo, secondo il suo biografo Giorgio Vasari, non era interessato alla religione ma alla filosofia e alla magia naturale. Forse nel mettere in mano una palla di vetro a questo effeminato Gesù intendeva indicare che lo riteneva un mago e un indovino, più che il figlio di Dio?
Questo fatto è un’ulteriore prova che l’opera è davvero di Leonardo e non di altri, perché nessun altro pittore suo contemporaneo avrebbe osato tanto.
Spero che una qualche istituzione privata o pubblica italiana riesca a raggranellare i fondi necessari per acquistarlo e farlo tornare nel nostro Paese. Questo quadro trasmette una tale potenza e un tale magnetismo da poter attrarre milioni di persone, ipnotizzate dal suo sguardo e, questa affluenza, permetterà un rapido rientro del capitale investito.

Angelo Paratico

24 ottobre 2017 0 comment
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SCRIVE ANGELO PARATICO – Una delle caratteristiche del futuro primo ministro austriaco, Sebastian Kurz, è il fatto che non indossa la cravatta. Forse questo accessorio maschile sta per sparire dal nostro guardaroba? Crediamo di no, ma come già accaduto in passato assisteremo alla nascita di nuovi tipi e modelli di cravatte. Un ritorno al farfallino è fuori discussione, dato che ha ricevuto parecchia cattiva pubblicità negli anni 1970 e 1980: ormai gli psicologi confermano che si tende a vedere un bugiardo in chi lo porta.
Gli uomini preistorici appendevano al collo i testicoli disseccati dei nemici uccisi in battaglia. Forse da ciò, deriva l’inconscia fascinazione maschile per la cravatta, così come l’attrazione che esercita sulle donne… Eppure questo è, tutto sommato, un inutile accessorio e, solo grazie a un effetto ottico, l’uomo che la porta appare più elegante e snello.
Togliamo subito dall’equazione i poveri croati. Questi insistono a dire che sia stata una loro invenzione, al tempo della Guerra dei Trent’anni (1618 – 1648), allorché inviarono dei mercenari in Francia che le portavano. Addirittura la Croazia ha inserito nel suo calendario un giorno dedicato alla cravatta, l’8 ottobre.
Per capire che questa loro affermazione non sia vera ci basta sfogliare il libro, riccamente illustrato, di Cesare Vecellio (1530-1601), pubblicato nel 1590 a Venezia e dedicato a tutti i costumi del mondo, per trovarci scritta la parola “cravatta.” E ancor prima di Vecellio, Eustache Deschamps (1346-1406) scrisse una ballata intitolata “Faite restraindre sa cravate” ovvero riannodate la sua cravatta.
Una sorta di bandana, voce sanscrita, o cravatta la si vede al collo dei guerrieri di Xian, in Cina e anche a quello degli ufficiali dell’esercito romano (focale o sudarium, in latino).
Una delle antenate delle moderne cravatte apparve durante la battaglia di Steinkirk del 1692, in Olanda. Gli inglesi lanciarono un attacco di sorpresa e per correre al campo gli ufficiali francesi, invece di perder tempo ad annodare al collo le proprie bandane, ne infilarono l’estremità nell’occhiello del bavero: la loro immagine parve molto attraente e dinamica, e la moda durò per oltre un secolo.
Alla diffusione delle cravatte contribuì anche un breve periodo glaciale che colpì l’Europa continentale dal 1645 al 1715, forse causata da larghe macchie solari. Le temperature s’abbassarono e gelò il mar Baltico, così che si poteva camminare dalla Polonia alla Svezia.
Questo genere di bandane ricamate furono una delle fortune di Venezia, che ne esportò un grande numero e a prezzi salati per i modelli più fini. Il Re Sole fu un grande collezionista di questi fazzoletti. Quelli più economici arrivano dall’India e in Gran Bretagna addirittura passarono una legge per arginare il loro contrabbando e tassarli, il Calico Act del 1700. Tirare la cravatta a un uomo in Gran Bretagna era considerato un grave crimine, con un suo nome particolare “peanuting” nel senso che il nodo diventa piccolo come un peanut, una nocciolina.
Si dice che i sarti fabbricano gli abiti ma gli uomini debbano annodarsi le cravatte, questo resta una sorta di rito di passaggio per tutti gli uomini. I nodi base sono tre, Orientale, mezzo Windsor e Windsor. Si è calcolato che matematicamente i nodi possibili siano 85 e l’ultima aggiunta risale al 1989 con il nodo Pratt (o Shelby), un mezzo Windsor rovesciato.
La cravatta moderna, simile a quella che indossiamo oggi, nasce in Inghilterra verso il 1850, a Macclefied, nel Surrey, ma erano più corte e larghe di quelle attuali.
Macclefield fu un grande centro industriale specializzato nella stampa della seta, la Como inglese del XIX secolo.

Angelo Paratico

16 ottobre 2017 0 comment
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