Home Monthly Archives
Monthly Archives

dicembre 2016

received_10211518390503900

Incidente questa sera, fortunatamente senza feriti, sulla strada provinciale che collega Cusago a Cisliano.  Una Ford Focus sw che aveva la corsia opposta libera, si accinge a sorpassare un veicolo che procedeva lentamente in direzione di Cusago, quando all’improvviso e senza mettere la freccia di svolta a sinistra,  effettuava la manovra di svolta senza accorgersi del veicolo che, avendo già iniziato la manovra di sorpasso , sopraggiungeva in quel momento.received_10211518432384947

A seguito dell’urto la Focus spingeva lateralmente la macchina sul suo muso fino a fermarsi a ridosso di alberi e canali.  L’incidente avrebbe potuto avere risvolti ben più gravi.  Sul posto sono giunti I carabinieri per i rilievi.  La situazione si e’ risolta con la rimozione dei due veicoli coinvolti che,  per la gravità dei danni riportati, verranno entrambi demoliti.

G.P.

 

31 dicembre 2016 0 comment
0 Facebook Twitter Google + Pinterest
morte

Buona parte della montagna di carte che ho raccolto nella mia vita la sto portando all’Ecocentro, poco alla volta, con un’azione costante. Le faccio passare, rileggo fatti e momenti passati. E’ un lavoro che fanno tutti i ‘vecchietti’ quando arrivano vicini al trapasso ed hanno il tempo (che prima non c’era) di ordinare le carte, le fotografie, del tempo vissuto.

Ho fatto il cronista per decenni e, il mio archivio, non ho mai smesso di aggiornarlo. Anche ora, che non serve più, perché buona parte del mio tempo la passo a fare il nonno, conservo la memoria degli eventi, perché il ‘mestiere’ si è infiltrato nel mio modo di vivere.

Dicevo che, tra le tante carte pronte per andare al macero, mi sono cadute in terra due fotocopie gialle…C’era uno scarabocchio di mia mano, illeggibile, probabilmente voleva dire che valeva la pena di leggerlo e così ho fatto, emozionandomi nella descrizione della figlia che racconta l’avvicinarsi della morte del padre.

 

CIO’ CHE RESTA DI UN UOMO – 1° concorso di prosa e poesia ‘Don Carlo Prandi’, opera di Marinella Restelli di Arconate.

“Ho capito che te ne stavi andando un pomeriggio di febbraio. Improvvisamente. Un colpo violento in pieno petto, le gambe molli, la sensazione di essermi svuotata del sangue e delle forze e la verità evidente e crudele dipinta sul tuo viso smagrito, emaciato e cupo.

Te ne stavi seduto come sempre sul divano del mio salotto e sembravi attento al programma di cartoni animati che i miei figli, accovacciati per terra e appoggiati alle tue ginocchia, ti obbligavano a seguire quotidianamente, ma non eri già più con noi. Avevi persino dimenticato di sputare le solite, drastiche sentenze sui programmi televisivi e i metodi educativi dei genitori moderni, inseguivi le tue preoccupazioni, la realtà che tacevi da mesi e che cercavi di vincere con la forza di volontà e qualche blando sciroppo.

In un mattino tutto mi fu chiaro: i tuoi inspiegabili malumori per i giochi rumorosi e gli scherzi dei bambini, i secchi rifiuti ad accompagnarli ai consueti appuntamenti, la riluttanza a guidare l’automobile, a salire le scale, ad aiutarmi a portare una borsa pesante, il bisogno continuo di appoggiarti e di sederti, la stanchezza e la spossatezza dei tuoi gesti.

Avevo chiuso gli occhi fino ad allora davanti a quella cosa mostruosa che era la tua malattia e che tu avevi cercato in tutti i modi di camuffare e allontanare da te e da noi. Ora la vedevo manifestarsi inesorabile e sapevo con assoluta certezza, ancora prima di aver consultato un medico, che sarebbe stata fatale e senza rimedio. Anche tu lo sapevi, lo avevi saputo fin dal suo insorgere e ti dibattevi in una angosciosa solitudine, le viscere contratte e il respiro mozzo per la paura.

Quella sera quando ti sei alzato dal divano per tornare a casa, ho spiato il tuo incedere lento, la tua lunga pausa sull’ultimo scalino, la tua immensa fatica per arrivare all’auto e ho deciso che non potevo rimanere inerte e passiva ad attendere che i miei giorni si vuotassero della tua presenza e del tuo sostegno.

Non potevo fermare la malattia e neppure la tua vita, ma dovevo trovare un modo per salvare tutto quello che avevi costruito, che avevi amato, dovevo ritrovare il tuo passato, l tua famiglia, le tue radici e inserirti in quel contesto di cui anch’io, sangue del tuo sangue, facevo parte e che doveva continuare anche dopo di te e i tuoi discendenti.

Non ne sapevo molto, le mie conoscenze si fermavano ai tuoi genitori e nei giorni che seguirono ti assillai con mille domande che non ottennero risposta. Eri diventato sospettoso e insofferente e alle mie richieste reagivi con sgarbo, puntandomi gli occhi addosso e rifiutandoti di parlare. Non volevi parlare né del passato, né del presente, specialmente della tua salute. Ricorsi ad una vecchia zia, sorella di tua madre. Andai a trovarla a tua insaputa, ma mi ritrovai di fronte a due occhi vuoti, perduti oltre i vetri della finestra e a un sorriso stanco. Potevo contare solo sulla memoria della mamma e sul vago ricordo dei tuoi racconti che avevo udito da bambina.

Pensai alla famiglia di mio marito (dove l’albero genealogico, scritto su una pergamena, risaliva al Cinquecento e terminava con i miei figli, ndr).

Il tuo emergeva dal nulla, breve, banale e senza radici, destinato a finire nel nulla. Ma i miei figli, che avevano ereditato uno dei nomi dorati della pergamena, erano anche parte di te e volevo a tutti i costi che anche il tuo nome avesse un posto ben definito nella loro vita e nel loro cuore, quando tu non saresti più stato al loro fianco a condividere i pomeriggi invernali, contestando assonnato i loro programmi preferiti o i caldi pomeriggi di vacanza accompagnandoli nelle passeggiate in bicicletta in mezzo alla campagna in cerca di rane e di pesci. Mi chiedevo però, senza riuscire a trovare una risposta, dove si potesse incidere la memoria, le parole, il ricordo di chi non ha pergamene e casato a cui affidare la propria storia.  

Sei uscito di scena senza fare troppo rumore, senza tragedie e bruscamente, come era nelle tue abitudini. Te ne sei andato una bella mattina di giugno, in un’alba radiosa e fresca, eludendo la stretta sorveglianza a cui ti avevo sottoposto per tutta la notte. Hai atteso che mi vincesse la stanchezza e la voglia di una boccata d’aria e mi ha lasciato senza neppure darmi la possibilità di salutarti un’ultima volta. Ho persino pensato che volessi punirmi per averti costretto a ricoverati in ospedale senza tener conto della tua volontà di combattere da solo e senza l’aiuto della scienza, una battaglia che consideravi già persa. Non udivi più i rumori di questo mondo quando ho raccolto dalla barella in corsa verso l’ascensore il tuo ultimo sussulto di vita.

A parte la mamma, ognuno di noi ha continuato la sua abituale esistenza, ha mantenuto la sua serenità e così doveva essere.  Così era stato anche quando se ne andarono i tuoi.  “E’ venuto il loro momento”, si era detto. “Si è compiuto il loro destino, segnato inesorabilmente fin dall’inizio”.

Di quella prima, triste esperienza conservo solo un senso di disagio, di fastidio, più che altro perché l’avvenimento veniva a scombussolare le abitudini e la tranquillità quotidiane. Ma l’altro giorno, inaspettatamente, ho avut la risposta che tanto cercavo e la certezza che i tuoi nipoti ti ricordano ancora con nostalgia, con infinita tenerezza, a prescindere dall’albero genealogico e dal nome.

E’ venuto lo sfasciacarrozze a prendere la tua automobile per la demolizione. Era una decisione che avremmo dovuto prendere da tempo ma nessuno voleva mettere in atto perché la tua 127 azzurra che, forse per vent’anni, aveva scorrazzato tutti e alla quale tenevi in modo quasi morboso, era considerata una parte di te.

Ho visto i miei figli infilarsi nell’abitacolo e uscirne subito dopo con le mani cariche di oggetti che ti erano appartenuti e che avevi usato, perfino la pessuola che serviva per pulire i vetri perché “conservava il tuo odore” e gli adesivi attaccati al cruscotto perché “li avevi incollati per loro” quando erano piccoli.

Insieme abbiamo detto addio ad un ammasso di lamiere arrugginite e scritto a lettere d’oro il tuo nome nel nostro cuore”.    

    

 

31 dicembre 2016 0 comment
0 Facebook Twitter Google + Pinterest
furto

Sul solito Facebook giornale, all’improvviso appare un post del Foieni, che dice: “Ladro di biciclette.. babbo natale ha portato la bici a Gabry poi si è pentito ! Abbiamo bisogno di più sicurezza nei nostri paesi e nelle nostre case“.

Il messaggio era accompagnato dal video che immortalava il ladro, coperto da un cappuccio, sottrarre la bicicletta dall’abitazione del Foieni.

L’abbiamo chiamato e, come aveva sottolineato nel suo stato su facebook, era intristito dal fatto. “Eravamo all’interno dell’abitazione – ci racconta – tutta la famiglia sul divano guardando un film. Le finestre chiuse, nel filmato si vede che il ladro, con molta calma, controlla lo stato della bicicletta prima di rubarla, sono rimasto attonito“.

Il delinquente, ha oltrepassato senza timore la cinta dell’abitazione, dal filmato si vede anche l’orario, erano circa le 23. Un fatto che preoccupa molti malvagliesi.

Questi malfattori non hanno nessun timore che in casa ci sia o non ci sia gente. Altri malvagliesi che hanno commentato il post del Foieni ricordano che in paese serve più sicurezza, nell’ultimo periodo si sono verificati altri furti nelle abitazioni.

Cliccate qui per vedere il Video del Furto

31 dicembre 2016 0 comment
0 Facebook Twitter Google + Pinterest
received_10211515657355573-1

Una automobilista, una donna sulla quarantina, a bordo della sua Fiat Punto, ha letteralmente abbattuto un muro oggi pomeriggio a Parabiago.

È accaduto in via San Sebastiano dove sono intervenuti un equipaggio della Croce Rossa di Legnano e l’elisoccorso. Oltre ad un mezzo dei vigili del fuoco e alla polizia locale per chiarire la dinamica.

La donna è stata accompagnata in codice giallo all’ospedale di Legnano.

 

31 dicembre 2016 0 comment
0 Facebook Twitter Google + Pinterest
abbiategrasso

E’ entrato con fare minaccioso e armato di cacciavite nel bar del Macello di Abbiategrasso per compiere una rapina. Ma è dovuto scappare a gambe levate perchè messo in fuga dai gestori ed è tuttora ricercato dai carabinieri.

Ieri mattina, verso le 7 quando era ancora buio, un individuo si è presentato nel locale di via fratelli Cairoli, gestito da persone di nazionalità cinese. Ha puntato il cacciavite intimando ai presenti di consegnare i soldi che avevano altrimenti per loro sarebbero stati problemi. I gestori però non si sono intimoriti. Sono riusciti a bloccarlo e a metterlo in fuga senza che riuscisse ad arraffare nemmeno un euro. L’uomo si è dileguato a piedi per le vie della città.

I gestori hanno allertato i carabinieri della Compagnia di Abbiategrasso arrivati sul posto in un attimo. I militari hanno pattugliato le vie limitrofe al bar del Macello nella speranza di rintracciare il malvivente, ma senza successo.

31 dicembre 2016 0 comment
0 Facebook Twitter Google + Pinterest
SAMSUNG

Un diverbio un po’ troppo acceso tra un cittadino e un agente della Polizia locale. Quest’ultimo è addirittura finito al pronto soccorso, in codice verde.

E’ successo ieri mattina, poco prima delle 11 nel centro di Abbiategrasso. Il cittadino, con la sua auto, stava entrando nella ztl di piazza Marconi quando ha incrociato un veicolo della Polizia locale che lo ha fermato per sanzionarlo.

E’ partita una discussione animata, al culmine della quale l’agente sarebbe stato aggredito. Nulla di grave, ma è stato allertato un equipaggio della Croce Azzurra di Abbiategrasso che lo ha portato per controlli al Fornaroli di Magenta.

 

30 dicembre 2016 0 comment
0 Facebook Twitter Google + Pinterest
Newer Posts