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11 febbraio 2018

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Oltre mille partecipanti alla classica mezza del Castello disputatasi questa mattina a Vittuone sulla canonica distanza dei 21 km. Tantissime le società podistiche del territorio che non hanno mancato l’appuntamento con una corsa che piace molto agli appassionati.

Tra le donne bella vittoria della robecchese Valentina Dameno dell’Atletica Ovest Ticino in un’ora e 23 minuti. Vittoria Loris Mandelli tra gli uomini. Strepitosa prestazione dell’over 75 Francesco Prina del Tapascione Running Team classificatori terzo di categoria in due ore e 23 minuti (Foto da podisti.net)

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Un primo bilancio più che positivo alla Borsa Internazionale del Turismo inaugurata oggi a Milano con lo stand di Magenta presente insieme al Parco del Ticino e a Confcommercio.

Tantissimi i visitatori che hanno degustato i prodotti e preso visione di quelle che sono le bellezze che il nostro territorio può offrire. Oggi allo stand di Magenta c’erano il sindaco Chiara Calati, l’assessore Luca Aloi, il presidente del consiglio comunale Fabrizio Ispano, Luigi Alemanni presidente di Confcommercio, rappresentanti del Parco del Ticino, il comandante dei Carabinieri di Magenta Maresciallo Massimo Simone e molti altri.

CLICCA PER RIVEDERE LA DIRETTA DALLO STAND MAGENTINO

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Crolla in casa Vittuone, che, ormai, si trova con un piede nella fossa, sconfitta con il pesantissimo punteggio di 43-84 da Rovello. La partita pare già decisa dopo il primo quarto, chiuso in vantaggio dagli ospiti per 5-27, grazie alle penetrazioni e le triple di Lanzi, vero cardine offensivo dei rovellesi, e ai tagli nell’area, provenienti spesso dal lato debole di Terraneo. Il secondo quarto è sull’onda del primo, con il Baskettiamo che fatica a trovare la via del canestro e la Financial Bank che capitalizza proprio sugli errori della squadra di casa, andando, quindi, negli spogliatoi con un divario molto ampio: 10-49. Nel terzo periodo, Vittuone manda qualche segnale di vita, tramite alcune sporadiche giocate d’intensità, che riducono solo leggermente lo strappo venuto a crearsi dopo 30 minuti di gioco, cioè 31-66. Nell’ultimo parziale di gara il Baskettiamo cerca di ridurre meno amaro un punteggio assai severo, che evidenzia la distanza tecnica e fisica tra le due squadre. La compagine guidata da Simone Bagatti, tuttavia, può ancora centrare l’obbiettivo salvezza ma dovrà assolutamente trovare un filotto di vittorie anche con squadre del calibro di Cantù e, soprattutto, portare via due punti nell’attesissimo Derby con Boffalora. Vittuone scenderà in campo a Robbio venerdì 16 febbraio alle 21:15, con un unico scopo: vincere.

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IMG_9402Continuiamo la nostra visita nei reparti dell’ospedale Fornaroli di Magenta entrando nella struttura complessa di Chirurgia diretta dal dottor Giuliano Sarro che coordina anche l’attività dello stesso reparto presso l’ospedale di Abbiategrasso. Recependo la riforma in materia ad Abbiategrasso è stata trasferita la chirurgia di minore intensità, la proctologica, laparoscopica, colecisti in pazienti che non hanno complicanze.
IMG_9405Mentre a Magenta abbiamo la chirurgia d’urgenza. Si tratta di una unità operativa ad alta intensità con la chirurgia oncologica, una vasta incidenza della chirurgia laparoscopica che, per il colon retto raggiunge l’80%, la chirurgia biliare e della colecisti e quella bariatrica per il paziente obeso. Altro settore di grande importanza è la Breast IMG_9417Unit, gestito dalla dottoressa Laura Balzarotti, ed è la struttura in cui ci si occupa della patologia tumorale della mammella, prendendosi cura della problematica a 360 gradi.
Abbiamo conosciuto anche la coordinatrice infermieristica Annamaria Noè per la Chirurgia che ci ha mostrato come ci si prende cura del paziente dal momento del suo ingresso in reparto fino al giorno della dimissione e anche successivamente in caso di necessità.

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Magazzino 18 del Porto Vecchio - Trieste 16/02/2017

Oggi un amico mi dice “Bias sai cos’è il Magazzino 18?“… un attimo di empasse poi il ricordo… una breve ricerca e troviamo il testo giusto su I.R.C.I – Istituto Regionale Cultura Istriano. Dimenticamio la vergogna di una giornata antifascista che trova il tempo che fù e ricordiamo chi ha sofferto, non per essere fascista… ma solo per essere italiano!

L’ESODO E IL MAGAZZINO 18

Le masserizie degli esuli istriani, fiumani e dalmati dormono sogni inquieti da oltre settant’anni nel Porto Vecchio di Trieste. La meravigliosa struttura di questo luogo, lo scenario irreale che si presenta agli occhi del visitatore improvviso, l’altrettanto sorprendente dubbio di pelle che incalza il consuento agente dei luoghi, solo se minima gli appartiene, sensibilità, non fanno giusta corona alle tonnellate di mobilio, suppellettili, attrezzi di lavoro e “masserizie” di ogni tipo (bare comprese) che gente povera, a forza di braccia, ebbe a portar con sé nei momenti dell’obbligato abbandono di case e terreni nei luoghi nativi della Venezia Giulia, dell’Istria, del Fiumano, della Dalmazia. La sorte di quelle genti era segnata con lo scadere della guerra. L’ultima mondiale. Chi nacque nel 1945 (già nel 1943 per la Dalmazia), nacque esule, visse da esule. E sopravvive da esule, se non è morto nel frattempo.
Di quella gente sopravvive lo spirito, il ricordo, spesso celato da silenzi timorosi, una scarsa trasmissione ai figli di quanto si ebbe a passare nei lunghi anni fra la fine dei ’40, il ’50 e il ’60, una ritrosia di istrianità, rare punte di orgoglio, un sentirsi ed essere comunque italiani, una consueta incomprensione del perché bisognò andarsene e … 2000 metri cubi di “masserizie” che, dopo pirandelliani trascorsi, oggi si trovano al Magazzino 18 del Punto Franco Vecchio di Trieste. Sì: proprio ancora nel Porto Vecchio, sito senza pace ma luogo dell’Expo 2008, luogo di prevista riqualificazione totale. Una riqualificazione dalle mille progettualità, contrasti e appetiti, e dai mille discorsi: nessuno dei quali ha mai tenuto conto delle “masserizie” degli esuli istriani.
Le avessero gli ebrei, ci avrebbero già fatto 10 mila musei. Ma gli ebrei sono bravi: hanno transatlantici di morti da mettere sul piatto della bilancia, una persecuzione mondiale (e ancestrale), danaro e tanta, tanta memoria che non si può e non si deve smarrire.

La nostra gente ha un esodo quasi totale però per un numero relativo basso, morti indefiniti, persecuzioni taciute, un simbolo (le “foibe”) talvolta, e oggi di più, anche negato, una vicenda che è appartenuta politicamente alla destra – anche se ha pagato poco poiché gli istriani votavano in massa DC, visto che avevano paura che i comunisti andassero al governo – e che nel tempo è stata mirabilmente manipolata, bypassata e infine vergognosamente “osimata” dai governi delle democrazie della prima repubblica. La nostra gente non ha vissuto alcun do ut des, è contraddistinta da scarsa memoria e difficoltà e reticenza nel ricordo, timori pecorai e sconfitte senza guerriglia sul territorio, prima, senza dibattito né dialettica politica, poi. Poco danaro. Sopravvive ancora non sulla rivendicazione di parte, di “razza”, quasi, o perlomeno di popolo, ma sulle concessioni dei revisionismi della Sinistra, sorretti dalle debolezze di storici allineati (altrove) e dalle ignominie di “commissioni di storici italiani e sloveni”, attivate a “concordare” interpretazioni storiche comuni(?). Perché in nome dell’Europa integrata la storia si può anche concordare. E poi insegnare, a scuola. Avessero i nostri storici guardato qualcuno dei manuali di storia adottati nelle scuole slovene, forse si sarebbero resi conto di qualche differenza con i nostri.
Ma l’episodio istriano, l’esodo, rimane tale: episodio, atto ad essere rimosso. Tanta straordinaria combattività da una parte per non perdere neanche il minimo particolare di un epopea statuale, che si è retta solo per 40 anni sulle alchimie di un uomo, quanto abbandono dei fatti nella totale assenza di menzione dall’altra.

Cosa rimane: quasi nulla, morte le ultime generazioni dell’esodo sulla pelle, resteranno solo 2000 metri cubi di masserizie. Una massa di materiali, la perfetta fotografia del quotidiano di una società che si interrompe di colpo. Di colpo lungo: una società trascinata via dall’onda lunga, dilavante e ripetuta di un Vajont ante litteram. Pochi superstiti, spaesati (mai termine potrà essere più “morbidamente” esatto) e condotti altrove. Altrove di corpo e di mente. Vite immense e piccolissime con ferite enormi. Anche per chi pensò di salvarsi e rimase.

La canzone di Simone Cristicchi:

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