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Angelo Paratico vive a Honk Kong da trent’anni, ma non ha mai dimenticato il suo paese natale, con il quale mantiene un rapporto continuo. Cartoline d’epoca appaiono saltuariamente in ‘Sei di Turbigo’ e nei suoi libri e articoli si ritrova sempre ‘nuances’ che rimandano alla riva sinistra del Ticino. L’articolo che segue (presente sul blog di Messina – Corriere della Sera) è la storia  di un ‘vestimento’ che ha attraversato i secoli e la cui produzione avviene proprio qui nei nostri paesi (Robecchetto, Malvaglio) dando lavoro a centinaia di famiglie (600 dipendenti), una risorsa molto importante che è riuscita ad attraversare la crisi senza lasciare a casa nessuno. Anche questo è un successo!  

FOTO Interno di uno degli stabilimenti dove viene prodotto, partendo dal cotone, il tessuto ‘denim’

 

Furono un’icona della libertà negli anni sessanta e di lotta all’oppressione politica e religiosa negli anni settanta e ottanta, oggi restano un simbolo potentissimo, una sorta di totem. Molto si parla ma poco si conosce della storia dell’indumento più comune della nostra epoca, i blue jeans, e dei tre ingredienti che li compongono: cotone, indaco e confezione. Nessun altro capo d’abbigliamento in tutta la storia dell’umanità si è mai dimostrato così versatile e resistente ai cambiamenti della moda e del costume. Versatile, perché possono essere sia abito da lavoro che indumento di lusso, eppure sempre capaci di donare emozioni a chi li indossa ed è già in là con gli anni, facendoci tornare indietro nel tempo, ai bei tempi spensierati della nostra giovinezza.
La loro produzione rispetta l’ambiente, perché il colore indaco viene usato anche per preparare dolci e confetti; i tuareg, gli uomini blu del deserto, hanno questo nome per la discolorazione delle loro vesti, tinte con indaco e lo stesso vale per i mongoli. Dal 1901 non viene più estratto dalla pianta “indigofera tinctoria” ma prodotto per sintesi chimica, dalla Bayer.
La parola “indikon” in greco significa tingere, e l’indaco è una materia colorante capace di fornire un colore blu zaffiro, che non ingiallisce con il passare del tempo. Inoltre, un paio di blue jeans di valore non vanno mai stirati, per preservare la loro ruvidezza e la tridimensionalità delle loro pieghe, che diventano un simbolo d’avventura e di antiche conquiste.
La produzione di tessuto denim negli Stati Uniti è quasi del tutto scomparsa, ma vi è rinato il confezionamento dei capi e il loro lavaggio, proprio nella zona di Los Angeles, luogo d’origine della loro prima evoluzione: da capo economico per operai a capo indossato dalle dive di Hollywood, per cavalcare e per curare i fiori del giardino.

I blue jeans vengono prodotti con cotone, anche se recentemente s’inseriscono altre fibre, come gli elastomeri, il poliestere e il nylon, per mutarne le caratteristiche di vestibilità.
Il cotone è una fibra tessile di origine centro-asiatica, giunta in Europa alla fine del medioevo, anche se già tre millenni prima di Cristo veniva coltivato nella valle dell’Indo. Certi articoli di cotone furono rinvenuti in alcune tombe dei faraoni egiziani. Ne accennò Erodoto, descrivendolo come lana che cresce sugli alberi e per questo motivo in alcune vecchie illustrazioni, come in quelle di Mandeville, una delle letture preferite di Leonardo Da Vinci, vien descritto con degli agnelli che pendono dai rami degli alberi.
E mentre la ruota per filare fu inventata in Cina, i mongoli crearono il primo ufficio deputato al controllo e alla esportazione del cotone sulla Via della Seta.
I primi tessuti di cotone giunsero in Europa via Genova e Venezia. Si chiamavano Bacasini – ecco, ora sappiamo l’origine del cognome del magistrato che stava sotto a Berlusconi e pure Mussolini è un cognome di derivazione tessile – e l’origine orientale è provata dal fatto che i primi tessuti prodotti nell’Italia settentrionale mantenevano disegni simili a quelli siriani e palestinesi.

L’indaco, estratto dalla pianta indigofera e il guado, appartenete alla stessa famiglia vegetale, non sono solubili in acqua ma vanno prima ridotti chimicamente: un processo complesso che pure veniva attuato già nella preistoria. Esistono tracce di questo uso in una tavoletta cuneiforme del VII secolo a. C. dove si descrive il processo di riduzione e poi l’ossigenazione. Una delle “spezie” importate dai portoghesi in Europa a partire dal 1512 fu l’indaco, che dava una tinta magnifica e costava poco rispetto al guado, molto coltivato in Francia e Germania. Questo provocò la perdita del posto di lavoro da parte di migliaia di lavoratori del guado, che si ribellarono con violenza e costrinsero i propri governanti a proibire l’importazione di quello portoghese, che a quel tempo arrivava in pani cristallizzati, inducendo tutti a pensare che fosse un minerale.
Nella storia antica il colore più comune fu sempre il rosso. Il termine “coloratus” in latino è sinonimo di rosso, mentre il blu veniva in prevalenza usato da celti e germani, anche per i loro tatuaggi.
Il blu cominciò a diventare comune in Italia e Francia nel XIV secolo, quando fu adottato dai pittori per il manto della vergine Maria. In seguito divenne di moda fra i giovani romantici europei, dopo che il povero Werther, immortalato da Goethe nel suo romanzo, si sparò vestendo una giacchetta di quel colore.

Tutti sanno che il nome blue jeans deriva da una deformazione della voce Genova, letta in inglese ed è provato che il signor Lob Strauss (poi diventato Levi Strauss), importò centinaia di metri di un tessuto italiano da Genova, con costruzione “canvas” e di color marrone, che gli americani chiamavano “cotton duck”. Nel 1853 Levi Strauss stava a San Francisco per via dell’oro trovato sulla Sierra Nevada ma non sappiamo con esattezza quanto tessuto italiano egli aveva importato, perché tutto l’archivio della Levi Strauss, a San Francisco, andò distrutto nel 1906 nel terremoto e nel successivo incendio che distrusse la città. Voleva produrre delle tende per i minatori ma tutto cambiò quando qualcuno gli chiese dei pantaloni fatti con quel tessuto resistente. Era un ebreo tedesco, nato nel 1829 e che sbarcò a New York nel 1847 con la sorella e la madre appresso, adattandosi a vendere come ambulante e portandosi in spalla un sacco pesante 40 chili: quella era una occupazione comune agli ebrei, che venivano accolti bene nelle cittadine di provincia americane e additati come “la gente della Bibbia”.

Il nome denim indica il tessuto e non il capo finito. I francesi raccontano che fu inventato da loro, a Nîmes. Ma in realtà noi italiani possediamo alcuni indumenti antichi – sempre con una costruzione a “canvas” e non il twill 3/1 comune oggi per i blue jeans – indossati dai marinai genovesi.
Al Museo del Risorgimento di Roma si trovano un paio di vecchi jeans indossati da Giuseppe Garibaldi, con una toppa su di un ginocchio. L’Eroe dei due Mondi li ricevette dal padre e ormai vecchio a Caprera li passò a un giardiniere, dicendogli di gettarli via. Per fortuna l’uomo intuì il loro valore e furono preservati. Non hanno una tinta blu brillante, ma cerulea perché a quel tempo s’utilizzavano gli estratti di guado, che forniva un pigmento più chiaro.

Osservando un paio di blue jeans non possiamo immaginare la laboriosità richiesta per produrli, attraverso processi tecnologici che si sono evoluti al fine di poter imitare, a un costo contenuto, dei processi vecchi di millenni. Infatti, a differenza di tutti gli altri tessuti in circolazione, il denim vien prodotto tingendo prima gli orditi con indaco in ambiente ridotto – l’uomo preistorico seguiva un simile sistema – e poi, dopo l’ossidazione all’aria si ha il fissaggio delle grosse molecole blu sulla superfice del cotone. Poi il subbio con gli orditi vien posto sul telaio, dove viene inserita una trama bianca. Per andare ancora più vicini alle vecchie tecniche produttive si son tolti dai musei i vecchi telai a navetta, rammodernati e rimessi al lavoro.

La produzione di denim a livello mondiale è enorme, si parla di miliardi di metri ogni anno, con l’India, la Cina, la Turchia e il Pakistan ai primi posti per quantità. Se invece parliamo di qualità, due sole sono le nazioni che emergono: il Giappone e l’Italia.
Due Paesi che competono seguendo due diverse scuole di pensiero. Il Giappone cerca di produrre denim il più possibile simile a quello usato dai minatori alla fine dell’ottocento, ai quali Levi Strauss vendeva i suoi prodotti, così come i capi successivamente vestiti dai cow-boy, i Lee e i Wrangler, di non minor importanza per la storia di questo indumento.
L’Italia invece si distingue per la visione artistica del passato e per volerlo farlo rinascere, un po’ come abbiamo fatto durante il Rinascimento, reinterpretando l’antichità greca e romana.
La ditta italiana più rappresentativa da tale punto di vista è certamente la Candiani Spa di Robecchetto, un paese di tremila abitanti, a trenta chilometri da Milano, una fabbrica leader a livello mondiale nel proprio settore, tant’è che alcuni marchi americani mettono etichette per specificare che il tessuto è Made in Robecchetto, un po’ come farebbe un produttore di auto il quale indica che il motore è un Ferrari.

Una particolarità dei blue jeans moderni, che avrebbe fatto scuotere il capo ai nostri padri, è il lavaggio più o meno distruttivo, gli strappi, i trattamenti manuali e ad umido. Sbagliare il tipo di lavaggio per la prossima stagione significa un disastro nelle vendite, mentre centrarlo vuol dire vendere tutto. Anche qui noi italiani dettiamo legge nel mondo, sia per previsioni di moda che per tecniche di lavaggio, anche se va detto che la moda dei blue jeans antichi e originali è una delle tipiche manie giapponesi. Infatti, a partire dagli anni 80 tutti i vecchi blue jeans americani sono finiti in Giappone, dove vengono venduti a prezzi incredibili, e parliamo di centinaia di container colmi di questi capi.

La Levi Strauss fu la prima ditta al mondo a promettere un rimpiazzo gratuito in caso di rottura dovuta a difetti di fabbrica e a creare l’idea del marchio come sinonimo di qualità. Nel 1890 adottarono la cucitura a gabbiano per la tasca posteriore, con il filo arancio, questo è il primo brevetto per un prodotto tessile della storia, anche se la registrazione vera e propria la fecero solo nel 1942!
La Levi Strauss ha forse dormito sugli allori negli ultimi 40 anni e questo ha permesso a un gran numero di nuovi marchi di emergere. La loro attitudine al conservativismo è leggendaria ma una storiella serve a ben illustrarla.
Nel 1879 cominciarono a porre dei rivetti di rame sulle cuciture, e adottarono un doppio filo arancione per imitare il colore di quel metallo, questo accadde grazie a un’intuizione di Jacob Devis, che rafforzò grandemente la resistenza allo strappo dei pantaloni. Funzionavano quei rivetti, ma volendo strafare, ne misero anche sulle tasche posteriori, che però rovinavano le selle e le sedie, e pure una, udite udite, in fondo alla patta, sotto all’ultimo bottone. Cominciarono a ricevere lettere di protesta da parte di cowboy, perché quando si mettevano davanti a un falò, durante le loro gelide notti all’addiaccio, tale rivetto metallico tendeva a surriscaldarsi, provocando un’ustione, o un forte fastidio, allo scroto…immaginiamo i latrati notturni, simili a quelli del coyote.
Dopo varie riunioni e ripensamenti decisero di toglierli, ma solo nel 1940!

Angelo Paratico

20 agosto 2017 0 comment
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ROBECCHETTO CON INDUNO E MALVAGLIO – Il primo di agosto, dell’Anno del Signore 2017, in un caldo pomeriggio,  abbiamo incontrato Sandro Passerini, uno dei titolari della Cascina Cirenaica che si trova ai margini dei territori di tre Comuni: Malvaglio di Robecchetto con Induno, Cuggiono e Castano Primo. E’ un lavoro antico il suo: una storia lunga millenni durante i quali la ‘Tèra négra che fa al furmènt’ non sempre è stata rispettata, anzi si è cercato di drogarla per far sì che potesse dare maggiori frutti, con il rischio di farla diventare ‘Tèra biànca che var niènt’.

Un paese immerso nella campagna

Il territorio di Robecchetto con Induno, dove insiste la maggior parte dei terreni della cascina Cirenaica, è immerso nel Parco del Ticino e anche questo ‘stato di grazia’ ha aiutato nelle scelte ecosostenibili che hanno caratterizzato la crescita dell’azienda agricola negli ultimi decenni.

Non è facile datare le cascine posteriori al Cinquecento – e sono il maggior numero – perché questo tipo di edificio tese sempre più ad allontanarsi dal filone castello-cascina di nobile memoria, aprendo la porta alla ‘corte’, quasi sempre dotata di aia, luogo un tempo utilizzato per la raccolta e la lavorazione (essicazione) dei prodotti.  Certo è che il nome ‘Cirenaica’ rimanda al tempo della guerra di Libia d’inizio Novecento, ma la storia della cascina lombarda – lunga almeno cinque secoli – è stata scritta da autori di chiara fama e lì rimandiamo chi volesse saperne di più. (1)

L’Anagrafe castanese registra tredici cascine alla fine dell’Ottocento, contro le quattro del Cinquecento (Malpaga, Cornarina, Cantona, Saronna), ma la ‘Cirenaica’ non è elencata:  è un progetto realizzato, molto probabilmente, dalla famiglia nobile (Mapelli) che possedeva i terreni posti a corollario dell’edificio.

1969: I Passerini arrivano alla cascina Cirenaica

Lombardi di antica memoria e tradizione i Passerini acquistano la ‘Cirenaica’ nel 1969, dagli eredi del conte Mapelli. All’epoca era un allevamento tradizionale di zootecnia da latte che fu trasformato, una decina di anni dopo, in suinocultura. Ma è nel 1984 che la famiglia decide di investire per migliorare le condizioni di vita dei \maiali, con la realizzazione di una nuova porcilaia (a ciclo chiuso con scrofaia), che rappresenta il primo passo verso un maggiore ‘rispetto’ nei confronti degli animali di allevamento. Già allora i fratelli Passerini (Sandro e Giampietro) andavano alla ricerca di un’agricoltura più ecosostenibile, più vicina all’uomo che ai supermercati, che piano piano si concretizzò, cominciando dalla realizzazione di vasche di maturazione e valorizzazione dei liquami (1996).  Due anni dopo, il padre Francesco passò il testimone ai figli, che decisero di dialogare con il Parco Ticino per poter aderire al Registro delle Aziende Agricole a Marchio Parco Ticino – Produzione Controllata, mettendo a punto (a quell’epoca), un disciplinare condiviso per l’allevamento dei suini ecocompatibile ed etico.

Ridussero da subito il numero dei capi di allevamento aumentandone gli spazi vitali, creando così un progressivo aumento del benessere degli animali in linea con gli standard fissati nei The Five Freedoms (Le 5 libertà), che prevedono, per esempio, una lettiera con paglia, dove i suinetti riposano nella fase di svezzamento e magronaggi, dove possono giocare, nutrirsi in libertà, e senza maltrattamenti.

1994: : “Per andare avanti siamo ritornati indietro!”

“Ricordo che dicevo a mio padre che 300 quintali di concimi chimici erano troppi, che la terra si sarebbe’arrabbiata’, che non sarebbe stato possibile continuare in progress. Oggi i concimi chimici li abbiamo ridotti di oltre il 90% e la nostra non è più un’agricoltura intensiva. Quest’anno abbiamo messo a coltura il 40% di mais, affiancato a frumento e orzo, anche per la paglia seguendo la coltivazione del Sorgo; e tante leguminose (pisello, favino, lupino dolce) al 20%, proprio al fine di migliorare la qualità del terreno in modo naturale. Inoltre, da molti anni abbiamo ripreso la’baulatura’ del frumento, ovvero la trasemina del trifoglio all’interno del frumento in crescita, proprio per migliorarlo ulteriormente, evitando il terreno brullo d’estate e d’inverno”.

Una parte dei cereali e legumi coltivati al’Azienda Agricola Cirenaica, sono destinati per uso umano, venendo trasformati in farina, tutte macinate a pietra (per mantenere le virtù dell’olio del germe) e poi trasformata in prodotti a forno, grazie alla filiera agroalimentare creata con il ‘Panificio e Pasticceria Lorenzini’ di Turbigo, ‘Il Pane di Patrizia e Carlo’ di Robecchetto e ‘Il Fornajo’ di Verghera, negozi dove è possibile trovare prodotti realizzati con farina dei cereali del Parco del Ticino. Per non farsi mancare niente, all’interno dell’azienda agricola si coltiva anche della frutta (mele, pesche, albicocche) una parte della quale viene trasformata in conserve, e/o conservata anche per i dolci.

L’antico rapporto produttore-consumatore messo in discussione dai supermarket

Anticamente c’era un rapporto diretto dell’azienda agricola con il consumatore. L’iniziativa della ‘Latteria Moderna’ della Villa Annoni era esemplare, e ancora all’inizio del Novecento accadeva che le donne si riunissero per cuocere il pane davanti al forno del paese. “Oggi tocca a me, domani tocca a te”, Bisognava scaldare il forno perché il venerdì lo si spegneva e il lunedì si riaccendeva. Era necessario cercare della legna scadente (robinia) per introdurla nella camera del forno che, una volta arrivata a temperatura, era pronta a ricevere il pastone che era stato preparato nel ‘baslot’. Per farlo lievitare si utilizzavano le briciole recuperate nella ‘marneta’, una volta che erano diventate ‘brusche’, e che, oggi, chiamiamo “pasta madre”. Ogni donna portava le sue pagnotte, quindi per poterle individuare cotte facevano un segno. Un altro mondo, quello delle civiltà contadina, che è rimasto solamente nella memoria dei vecchi, ormai quasi tutti scomparsi.

Con l’avvento della industrializzazione si è verificato uno scollamento tra il produttore e il consumatore. La grande diffusione dei supermarket, d’ispirazione americana, la cosiddetta ‘società dei consumi’, sostenuta da una pubblicità asfissiante che induce il consumatore ad acquistare determinati prodotti ha chiuso quella parentesi storica. I contadini hanno smesso da tempo di vendere il latte appena munto. Il latte crudo, dicono, è sporco e fa male e pazienza se l’abbiamo sempre bevuto da piccoli.

La conseguenza è stata che le aziende agricole soprattutto quelle piccole, sono entrate in crisi e i negozi ed empori di vicinato, che avevano inizialmente la funzione di collegamento tra aziende agricole e consumatori, hanno tirato giù la ‘claire’ e hanno chiuso attività decennali. Di questi, oggi, sono rimaste solamente le insegne arrugginite, ma sembra che la politica ora, se ne sia accorta e per evitare la desertificazione dei piccoli centri c’è la proposta di istituire una zona franca (nella quale ci saranno agevolazioni fiscali) al fine di evitare la chiusura dei piccoli esercizi commerciali. Lo scopo è quello di rivitalizzare il commercio nei centri minori, contrastando il fenomeno che mette in difficoltà chi ci vive e impoverisce il tessuto sociale. L’ex assessore al Commercio e vicesindaco di Robecchetto, Alessandro Foieni, nei dieci anni che è stato in Amministrazione, aveva messo in primo piano la difesa dei negozi sottocasa proprio per il valore sociale in sé, in quanto la chiusura di certi esercizi commerciali, come il piccolo alimentare di paese, determina pesanti ricadute sulle fasce più deboli della popolazione, in primo luogo degli anziani. Devono rivolgersi ai figli, perdendo così punti di riferimento fondamentali dove erano radicate le loro abitudini: si comprava un etto di salame, ma si scambiavano anche quattro parole che facevano bene alla salute!  E’ un fenomeno – questo della chiusura dei micronegozi –  che sfilaccia il tessuto sociale, storico e culturale dei nostri paesi, al punto che al mattino non si esce più per fare la spesa, ma si aspetta la disponibilità del figlio per fare una corsa al supermarket.

2002: “I nostri prodotti nostrani vanno in Europa”

Premesso che l’agroindustria – negli Anni Novanta del secolo scorso – non era pronta a produrre con un minor impatto ambientale – continua Sandro Passerini .  ma vista la domanda di prodotti ‘nostrani’ da parte dei consumatori ci siamo messi di buzzo buono a produrli. Avevano (e hanno i prodotti senza o.g.m., ndr) un costo di produzione più alto rispetto a quelli delle multinazionali, ma l’aver impiantato un salumificio (2004), con macellazione e trasformazione interna, ci ha permesso di avere margini tali da evitare il ritorno all’agricoltura convenziale di carattere intensivo. Abbiamo così imboccato con convinzione la strada dell’agricotura ecosostenibile a marchio ‘Parco del Ticino’ e oggi possiamo dire di avercela fatta. Nel nostro salumificio lavoriamo con l’antica tradizione ‘Norcina’ utilizzando tecniche all’avanguardia sotto il profilo sanitario, al punto che possiamo vantare il ‘Bollo Ce’,  che documenta come i nostri prodotti siano continuamente soggetti ai controlli del Servizio Sanitario Nazionale” ed è l’Autorizzazione sanitaria che consente la libera circolazione di alimenti di origine animale in tutta l’Unione Europea”.

Quindici anni fa, l’inaugurazione dello Spaccio Aziendale vide confermata la collaborazione tra privati e istituzioni e lo disse chiaramente il medico-veterinario Sante Zuffada (oggi senatore della Repubblica) che aveva seguito l’istruttoria dell’azienda: “Questa realizzazione è un esempio importante di collaborazione tra Comune, Parco del Ticino, Provincia di Milano e i privati (fratelli Passerini, ndr) che ha permesso di raggiungere alti livelli sanitari. Nel nostro Distretto è l’unica azienda che si è lanciata nel recupero della tradizione locale. Un grosso impegno, ma l’obiettivo raggiunto è alto: potrà vendere i propri prodotti in ambito europeo vantando il marchio del Parco del Ticino”.

La norcineria, l’arte di lavorare la carne di maiale, ha una tradizione antica e tecniche tradizionali che i Fratelli Passerini hanno cercato di recuperare dalla memoria del tempo in un’angolazione salutistica. “Il nostro ‘brand’ – partendo da un suino alimentato in modo corretto ed allevato ‘felicemente’ – è caratterizzato da una carne poco stressata (2), ovvero più salutistica e da una bassa quantità di grassi saturi, responsabili del colesterolo cattivo, che crea probemi alla coronarie. Macelliamo maiali maturi che hanno oltre un anno di vita, per produrre salumi in modo tradizionale, lavorati a mano, senza lattosio, fibre o correttori d’acidità, e le cosce le mandiamo a stagionare sul lago d’Oggiono dove c’è un clima particolare. Li lasciamo lì due o tre anni, a seconda delle dimensioni delle cosce, e così otteniamo una quantità di grassi polisaturi ed insaturi altissima non solo nei prosciutti crudi, i quali posseggono il riconoscimento ministeriale di Prodotto Agroalimentare Tradizionale (Pat)”, ma anche in tutti i salumi. 

contadino

NOTE

1 –  CESARE CANTU’, Grande illustrazione del Lombardo-Veneto, Milano, 1858; CESARE SAIBENE, La casa rurale nella pianura e nella collina lombarda, Firenze, 1955; CARLO PEROGALLI e altri, Cascine del territorio di Milano, Milano editrice.

2 – FRANCESCO ARIOLI, Ricercatore presso l’Università degli Stdi di Milano – Dipartimento di Scienze Veterinarie per la Salute, la Produzione Animale e la Sicurezza Alimentare, in una relazione di qualche anno fa (2013) ha così concluso: “I dati sopra riportati evidenziano che i livelli di cortisolo e cortisone urinari dei suini dell’Azienda Agricola Cirenaica sono più bassi di quelli dei suini da altri allevamenti. I fattori che potrebbero influire su questi parametri, indicativi di maggior benessere dei suini dell’Azienda stessa, sono da individuare sia nella soddisfazione delle specifiche esigenze degli animali, nell’attenzione alle condizioni di stabulazione, alle pratiche zootecniche e alla densità degli animali. Non è comunque da sottovalutare, anzi è da sottolineare, l’importanza della presenza di un macello all’interno dell’Azienda, che evita agli animali lo stress derivante dal trasporto e dal cambiamento di ambiente precedente la macellazione”.

 

FOTO Sandro Passerini nella sua azienda e un’antica immagine del Contadino del Mandamento di Cuggiono

12 agosto 2017 0 comment
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ROBECCHETTO – IL territorio è quello di Robecchetto con Induno, ma la sporcizia frutto della ‘civiltà dei rifiuti’ è diffusa dappertutto. Mi è capitato di fare un giro sotto le coste di Malvaglio.

La prosecuzione della strada proveniente dalla cascina Masè (dal cancello che guarda la vallata, oramai in disuso) che va verso il Naviglio-Ticino arriva in una vasta area dove ci sono delle sedie di plastica e un totem in legno. Ci dicono essere un luogo riservato ai ‘tossici’. Difatti quando arriviamo c’è un motorino che si dilegua subito tra gli alberi.

Eppoi tanta sporcizia! Ma non è finita. Dietro alla Cascina Paradiso, proprio dove un secolo fa fu rinvenuta una necropoli celtica, c’è un carro gommato pieno zeppo di rottami e sporcizia (nella foto). Sappiamo che le associazioni benemerite di Robecchetto e Malvaglio puliscono i boschi ogni anno, ma vedere che cosa c’è nascosto nella rigogliosa natura del Parco del Ticino, spegne qualsiasi speranza cristiana.

E’ vergognoso! Aveva ragione Hobbes, ‘Homo homini lupus’, ma bisognerebbe sparare a certa gente…    

 

11 agosto 2017 0 comment
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Scansione0013TURBIGO – Povera costa ‘Turbigina’ martoriata alla posa della tubazione gas, posta tra Strada Comunale della Gatta e Via Gabbone. Proprio lì, dove perse la vita il capitano Vanechout nel combattimento di Turbigo nei primordi della ‘Battaglia di Magenta’, mani pietose  posero un cippo successivamente  ‘trafugato’ (vedere foto pubblicata), il quale documentava l’antico evento.

IL Comune potrebbe chiedere alla Snam, che sta eseguendo i lavori, di realizzare un ‘segno’ dell’importante evento della seconda guerra d’indipendenza. 

 

11 agosto 2017 0 comment
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vanzaghello-sede-croce-azzurra
E’ stato accompagnato all’ospedale di Legnano in codice giallo un uomo di 49 anni che l’altra sera a Robecchetto con Induno è stato aggredito da un cane. L’uomo, verso le 19.30, stava uscendo dalla sua abitazione di via 4 novembre. Tutto sembrava tranquillo quando improvvisamente ha notato l’animale avventarsi contro di lui. Per difendersi si è coperto con il braccio e il cane lo ha morsicato al gomito.
Il cane pare si trovasse regolarmente al guinzaglio del suo padrone quando è riuscito a sfuggire a quest’ultimo. Il ferito è stato soccorso da un equipaggio della Croce Azzurra di Buscate e dal personale dell’automedica. Fortunatamente le sue condizioni non erano gravi. La ferita è stata imemdiatamente tamponata. L’uomo è stato stabilizzato e trasferito al pronto soccorso dell’ospedale legnanese in codice giallo per le medicazioni del caso.
27 luglio 2017 0 comment
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RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO:

La preparazione della Festa di San Vincenzo 2017 ha richiesto almeno due anni di lavoro, due anni in cui abbiamo pensato a come ridestare una tradizione ormai assopita, adattandola al gusto del maggior numero possibile di turbighesi, e affrontando il problema principale di questo paese: la mancanza di una rete tra associazioni e cittadini. Proprio il dover ricostruire quell’indispensabile rete di conoscenze, amicizie, professionalità e competenze è stata la sfida maggiore che abbiamo dovuto raccogliere. È stato un percorso difficile, i cui frutti forse non saranno visibili nell’immediato, ma che ci ha insegnato ad avere tanta pazienza, speranza e fede. Alla luce della nostra esperienza non possiamo dubitare delle parole di don Calanico Nava (Parroco di Turbigo dal 1892 al 1907): “Prego i miei successori di continuare questa devozione al nostro Grande Patrono San Vincenzo: ne ritrarranno quei frutti spirituali e materiali che sempre ne ritrasse il sottoscritto Parroco”. In effetti anche noi abbiamo imparato qualcosa. Abbiamo imparato che la tradizione si può rinnovare, e che quello che è nuovo oggi è la tradizione di domani. Abbiamo capito che la tradizione può anche essere quella di NON avere una tradizione, e che dopo tanti anni di oblio ci si può abituare a NON avere nulla da insegnare ai nostri discendenti.

Per vincere l’inerzia e l’indifferenza cui forse inconsapevolmente ci siamo abbandonati, si è pensato di rinvigorire il culto di un Santo che tradizionalmente è ricordato come protettore delle campagne. Ma per quale motivo dovremmo ricordare un Santo protettore delle campagne in un paese che ha ormai perso la sua vocazione agricola? Se ci pensate bene, anche in tempi recenti, i nostri antenati non avevano molti motivi per aggrapparsi ad una simile devozione, visto che la sussistenza dei turbighesi, a partire dalla fine dell’800, era ormai legata all’industrializzazione del territorio. Crediamo che il motivo di un simile culto sia più profondo e meno superficiale, e che vada ricercato nella complessa, e poco nota, biografia del Santo. San Vincenzo, durante la sua vita, è stato una santo MEDIATORE, capace di unire, MAI di dividere, figlio di un notaio, e forse proprio per questo naturalmente predisposto a mediare e a intercedere. San Vincenzo risanava i conflitti tra le corporazioni, tra le nobili famiglie spagnole, ed era consultato per dirimere complesse vicissitudini dinastiche, tanto da porre le basi per l’unificazione della Spagna e la fine della Guerra dei Cent’Anni. San Vincenzo, schierato inizialmente con l’antipapa, fu riabilitato perché dedicò tutta la sua vita a difendere l’unità della Chiesa, contribuendo in modo fondamentale a ricomporre la frattura insorta in seno alla Chiesa Cattolica dopo lo Scisma d’Occidente. Non si tratta quindi di un santo “vecchio”, ma di una santo attualissimo, da sempre invocato nei periodi storici di profonda incertezza, in cui tutto “andava in rivoluzione”. Non è un caso che i turbighesi si siano rivolti a lui a ridosso della Rivoluzione Francese, dei moti del ’48, dell’Unità d’Italia, e dopo la Liberazione dal Nazifascismo, cioè in tutti quei contesti in cui la popolazione era disgregata e afflitta, bisognosa di una “mercede”, di un segno che potesse infondere speranza per il futuro.

In una quarto di secolo di vita non abbiamo mai visto riunite così tante associazioni, i cui simboli sono stati tutti raggruppati sotto l’immagine della fiamma! 20 associazioni e più di 150 persone impegnate a vario titolo per la buona riuscita di questo evento… Praticamente un miracolo! Ci piace dunque pensare che il braccio destro sollevato tipico dell’iconografia di San Vincenzo, non sia sollevato minacciosamente per ammonire chi ascolta: questo gesto ci sembra più quello di un direttore d’orchestra, che sapientemente riesce a dirigere e a mettere d’accordo tutti quelli che si affidano a lui, consentendo di superare divisioni e partigianerie. La nostra esperienza ci conferma tutto questo: quasi tutte le persone che abbiamo contattato ci ha aiutato senza battere ciglio, finanziandoci generosamente senza chiedere nulla in cambio, mettendo a disposizione il proprio tempo e il proprio denaro, condividendo con noi competenze e voglia di fare. Questi sono i miracoli di San Vincenzo, un santo mediatore, ma anche un santo ISPIRATORE, rappresentato con una fiamma sul capo, che non è solo simbolo dello Spirito Santo e della passione della predicazione: rappresenta anche un invito, l’invito a vivere pienamente, con ardore e coraggio, la propria esistenza. Non è un caso che il Santo sia il più delle volte rappresentato come un giovane predicatore: queste fattezze servono proprio a rendere più credibile il messaggio che la fiamma vuole trasmettere. San Vincenzo non è quindi un uomo alla fine della sua esistenza, ma un giovane vigoroso, pronto a giocare un ruolo chiave all’interno della storia e della sua comunità. Alla luce di tutto ciò i campi di cui parlavamo assumono un altro significato. Forse il campo che San Vincenzo protegge è da intendere in senso evangelico; è la comunità, la nostra comunità, che dal 1778 si è votata al Santo per miracolo ricevuto. San Vincenzo assiste al lavoro del buon seminatore, è il custode che veglia sulla semente che cade sulla terra buona, ma che solo con la sua intercessione può portare frutto! Siamo dunque invitati all’unità, perché solo se restiamo uniti in una comunità riusciremo ad ottenere quei frutti materiali e spirituali che don Calanico apprezzava più di cento anni fa. Vi invitiamo quindi a non essere solo fruitori, ma anche collaboratori: il prossimo anno speriamo di attrarre nuove forze, capaci di aggregarsi intorno a questo evento, perché solo in questo modo sarà possibile salvare la nostra tradizione, che è la nostra identità. Abbandoniamo quindi la nostalgia per un passato che rimane tale, e diamoci da fare per costruire qualcosa nel presente, perché in fondo NON TUTTO è perduto! Se infatti è vero che la tradizione è custodire il fuoco e non adorare le ceneri, è altrettanto vero che anche la cenere molto spesso cela l’ultima scintilla, capace di divampare quando uno meno se lo aspetta.

Un primo passo per salvaguardare la nostra storia può essere il finanziamento del restauro della tela di Baldassarre Verazzi, conservata presso la sacrestia parrocchiale. La tela del Verazzi risale al 1850, ha viaggiato a cavallo di tre secoli, ma è in precario stato di conservazione. Le sue condizioni sono molto gravi, tanto che la sua stessa esistenza non è garantita per i prossimi dieci anni. È un pezzo di tradizione che se ne sta andando, ma che può essere salvato con una costosa opera di restauro. Non riteniamo corretto l’intervento di un singolo benefattore, è giusto e doveroso che L’INTERA comunità si faccia carico delle spese di mantenimento, perché spetta a noi cittadini il compito di custodire e tutelare i beni storici turbighesi, in modo da poterli tramandare alle generazioni future. Contribuire al restauro di questo bene storico è molto semplice: potrete farlo acquistando il “Calendario di San Vincenzo 2018”, disponibile al banco libri o presso la “Cartoleria Sartorelli”. Questo calendario è stato concepito come un ponte ideale tra passato e presente, come illustrato dall’immagine di copertina, realizzata dal “Tavolo Fotografico”. Come potete vedere si tratta di un’immagine frutto dell’interpolazione di due fotografie: una scattata negli anni ’80 e l’altra appena due anni fa. Al centro dell’arco trionfale del 1982 trovate l’immagine della vecchia Via San Vincenzo, mentre all’esterno dell’arco si può riconoscere l’assetto attuale di Via Allea e Piazza Madonna della Luna. L’idea che si vuole trasmettere è quella della tradizione che si rinnova, una tradizione raccontata in 46 scatti d’epoca, che vanno dagli anni ’30 al 2015. 80 anni di storia dunque, accompagnati dai testi integrali delle memorie di due parroci, due guide autorevoli della nostra comunità: don Pietro Bossi (Parroco di Turbigo dal 1844 al 1891) e don Carlo Michele Galbussera (Parroco di Turbigo dal 1760 al 1795), che con le loro cronache ci raccontano l’origine del culto di San Vincenzo Ferrer in terra turbighese. Il calendario si ripropone quindi di tramandare la tradizione più recente, senza però dimenticare l’origine della devozione a San Vincenzo, che quest’anno compie i suoi primi 240 anni.

Quanto è stato realizzato non avrebbe mai potuto vedere la luce senza l’indispensabile collaborazione di persone straordinarie. Un ringraziamento doveroso va fatto al Parroco don PierLuigi Albricci, che fin da subito ci ha incoraggiato a intraprendere quest’avventura, supportandoci con la sua disponibilità; grazie anche a don Andrea Cartabia, che si è fatto contagiare dal nostro entusiasmo; grazie a Padre Radek, che ha consentito alla Comunità di Turbigo di ricevere la Benedizione Apostolica di Papa Francesco; grazie al Sindaco Christian Garavaglia e all’Assessore alla Cultura Marzia Artusi, nostri primi interlocutori, che hanno fermamente creduto in questo progetto, dandoci piena fiducia e fornendoci i mezzi per concretizzare le nostre idee; grazie agli imprenditori turbighesi, che con il loro indispensabile contributo economico ci hanno consentito di sostenere le spese necessarie; grazie a tutti i collaboratori della parrocchia, che hanno condiviso con noi professionalità e competenze; grazie ai ragazzi delle Scuole Medie di Turbigo, alla prof.ssa Maria Silanos (dirigente dell’Istituto Comprensivo don Lorenzo Milani), al prof. Giorgio Mira e alla prof.ssa Lucia Scarano, che con maestria hanno reso possibile la realizzazione della mostra iconografica di venerdì 5 maggio; grazie alla dott.ssa Francesca Tinazzi, Coordinatrice della Scuola Materna “Ente Morale”, con la quale abbiamo potuto instaurare un proficuo rapporto di reciproca collaborazione; grazie ai membri del “Gruppo San Vincenzo”, che ci hanno fatto capire che cosa significhi custodire la fiamma della tradizione; grazie in particolare a Paolo Mira e Patrizia Morbidelli, i nostri mentori, che ormai da anni sono per noi una fonte inesauribile di consigli e suggerimenti; grazie a Dario Airoldi, Franco Barbieri, Dante Bolognesi, Susanna Borroni, Fabio Bove, Maurizio Carnago, Claudio Borsani, alla prof.ssa Maria Pia Gervasone, a Giuseppe Landini, Maria Franca Marcoli, don Giuseppe Monti, Luigi Scotti, e al Comandante della Polizia Locale di Turbigo Fabrizio Rudoni; grazie ai ragazzi degli “Amici della Musica”, all’associazione “TurboGiovani”, al gruppo “Lo Schiaccianoci”, alla “Fioreria Baga – Carla Fiori”, alla “Cartoleria Sartorelli”, al gruppo “Trasatemp”, ai “Rioni Turbighesi”, al “Gruppo Storico don Pietro Bossi”, alla compagnia teatrale “Gli Inconsapevoli Talenti”, e ai ragazzi e ai papà dell’Oratorio San Luigi di Turbigo; ma soprattutto grazie alle associazioni e a tutti i cittadini di Turbigo, i veri protagonisti della Festa di San Vincenzo! Chiediamo dunque al nostro Santo compatrono di intercedere per noi, esaudendo le nostre preghiere, confidando che sappia infondere in noi la speranza, la gioia e la fiducia che serve a tutta la Comunità di Turbigo! GRAZIE!

IL COMITATO SAN VINCENZO
22 maggio 2017 0 comment
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