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ROBECCHETTO – Oramai sono in pochi che conoscono le presenze nascoste sulla riva sinistra del Ticino e i sentieri che tratteggiano quello che fu un mondo scomparso. Sabato 9 dicembre tre amici si sono avventurati alla ricerca del ‘famoso’ palificato del 1274. Ci si ricordava – per esserci andati una prima volta guidati dal compianto Pino Sporchia – che per arrivarci bisognava entrare nel Residence galliatese al Ponte sul Ticino e poi proseguire verso sud a piedi.  E così abbiamo fatto. I pali sono ancora lì – come si vede nella foto – dopo 800 anni!

Nel ritorno abbiamo pensato di andare alla riscoperta dell’antico casino dei Borghi con pozzo annesso (antica riserva di caccia di Sant’Agostino, quando la riva era inondata di uccelli e volpi) collocato tra il Ticino e un suo Ramo morto, che oggi accoglie le acque di scarico della centrale termoelettrica. E ci siamo arrivati tra rovere di dosso e piante morte, circondato da bambù giganti e qualche rosa canina (foto). Tanti termini in serizzo con i nomi degli antichi proprietari delle riserve abolite con la nascita del Parco. Poi, costeggiando il Ramo morto in controcorrente, ci siamo arrivati al guado dei ‘Carnaghi’ – oggi percorso per la maggior parte da cavalli –  e da lì siamo usciti dal bosco in corrispondenza della casa rossa dell’Eligio C. dove abbiamo ripreso l’auto e tornare a casa.   

11 dicembre 2017 0 comment
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Ritornano gli venti targati “Turbo Giovani” (il gruppo di ragazzi che, a Turbigo, ormai da tempo propone manifestazioni durante l’anno). Il 10 dicembre 2017, dalle ore 9:00, si svolgerà la 2^ edizione de “La Corsa dei Babbo Natale“, un’edizione particolare (Naviglio Edition) perché parte del percorso interesserà l’asta del Naviglio Grande, fino a Nosate

Particolari i ricordi che i ragazzi hanno deciso di lasciare come riconoscimento ai partecipanti. Dolcissime sorprese targate Comitato Maria Letizia Verga, che denotano l’interesse e la sensibilità dei ragazzi nei confronti di associazioni solidali.

Che aspettate? Non mancante, le iscrizioni sono aperte da tempo ma sarà possibile iscriversi anche al mattino dell’evento.
In quell’occasione i ragazzi daranno anche tutte le informazioni che riguarderanno il percorso.

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6 dicembre 2017 0 comment
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Un ragazzino di 12 anni è stato elitrasportato all’ospedale di Varese oggi pomeriggio a causa delle lesioni riportate in un incidente a Robecchetto con Induno. Il giovane avrebbe saltato lo stop mentre era in sella alla sua bicicletta proprio mentre sopraggiungeva il furgoncino condotto da un 50enne.

Sul posto sono arrivate ambulanza della Croce Azzurra di Buscate ed elisoccorso. Dopo essere stato stabilizzato il 12enne è stato trasferito, in codice giallo, a Varese. La Polizia locale di Robecchetto sta chiarendo la dinamica.

4 dicembre 2017 0 comment
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Il 30 settembre-1° ottobre, la neonata Pro Loco, con il Patrocinio del Comune di Robecchetto con Induno, presenta la Festa della Sucia, una tradizione che rimanda al tempo in cui si poteva entrare a pescare nell’alveo del Naviglio Grande in occasione dell’asciutta autunnale.

Come si legge sul volantino, si potranno gustare alborelle sotto le stelle e si potrà fare anche una camminata non competitiva nei boschi del Ticino.

25 settembre 2017 0 comment
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Angelo Paratico vive a Honk Kong da trent’anni, ma non ha mai dimenticato il suo paese natale, con il quale mantiene un rapporto continuo. Cartoline d’epoca appaiono saltuariamente in ‘Sei di Turbigo’ e nei suoi libri e articoli si ritrova sempre ‘nuances’ che rimandano alla riva sinistra del Ticino. L’articolo che segue (presente sul blog di Messina – Corriere della Sera) è la storia  di un ‘vestimento’ che ha attraversato i secoli e la cui produzione avviene proprio qui nei nostri paesi (Robecchetto, Malvaglio) dando lavoro a centinaia di famiglie (600 dipendenti), una risorsa molto importante che è riuscita ad attraversare la crisi senza lasciare a casa nessuno. Anche questo è un successo!  

FOTO Interno di uno degli stabilimenti dove viene prodotto, partendo dal cotone, il tessuto ‘denim’

 

Furono un’icona della libertà negli anni sessanta e di lotta all’oppressione politica e religiosa negli anni settanta e ottanta, oggi restano un simbolo potentissimo, una sorta di totem. Molto si parla ma poco si conosce della storia dell’indumento più comune della nostra epoca, i blue jeans, e dei tre ingredienti che li compongono: cotone, indaco e confezione. Nessun altro capo d’abbigliamento in tutta la storia dell’umanità si è mai dimostrato così versatile e resistente ai cambiamenti della moda e del costume. Versatile, perché possono essere sia abito da lavoro che indumento di lusso, eppure sempre capaci di donare emozioni a chi li indossa ed è già in là con gli anni, facendoci tornare indietro nel tempo, ai bei tempi spensierati della nostra giovinezza.
La loro produzione rispetta l’ambiente, perché il colore indaco viene usato anche per preparare dolci e confetti; i tuareg, gli uomini blu del deserto, hanno questo nome per la discolorazione delle loro vesti, tinte con indaco e lo stesso vale per i mongoli. Dal 1901 non viene più estratto dalla pianta “indigofera tinctoria” ma prodotto per sintesi chimica, dalla Bayer.
La parola “indikon” in greco significa tingere, e l’indaco è una materia colorante capace di fornire un colore blu zaffiro, che non ingiallisce con il passare del tempo. Inoltre, un paio di blue jeans di valore non vanno mai stirati, per preservare la loro ruvidezza e la tridimensionalità delle loro pieghe, che diventano un simbolo d’avventura e di antiche conquiste.
La produzione di tessuto denim negli Stati Uniti è quasi del tutto scomparsa, ma vi è rinato il confezionamento dei capi e il loro lavaggio, proprio nella zona di Los Angeles, luogo d’origine della loro prima evoluzione: da capo economico per operai a capo indossato dalle dive di Hollywood, per cavalcare e per curare i fiori del giardino.

I blue jeans vengono prodotti con cotone, anche se recentemente s’inseriscono altre fibre, come gli elastomeri, il poliestere e il nylon, per mutarne le caratteristiche di vestibilità.
Il cotone è una fibra tessile di origine centro-asiatica, giunta in Europa alla fine del medioevo, anche se già tre millenni prima di Cristo veniva coltivato nella valle dell’Indo. Certi articoli di cotone furono rinvenuti in alcune tombe dei faraoni egiziani. Ne accennò Erodoto, descrivendolo come lana che cresce sugli alberi e per questo motivo in alcune vecchie illustrazioni, come in quelle di Mandeville, una delle letture preferite di Leonardo Da Vinci, vien descritto con degli agnelli che pendono dai rami degli alberi.
E mentre la ruota per filare fu inventata in Cina, i mongoli crearono il primo ufficio deputato al controllo e alla esportazione del cotone sulla Via della Seta.
I primi tessuti di cotone giunsero in Europa via Genova e Venezia. Si chiamavano Bacasini – ecco, ora sappiamo l’origine del cognome del magistrato che stava sotto a Berlusconi e pure Mussolini è un cognome di derivazione tessile – e l’origine orientale è provata dal fatto che i primi tessuti prodotti nell’Italia settentrionale mantenevano disegni simili a quelli siriani e palestinesi.

L’indaco, estratto dalla pianta indigofera e il guado, appartenete alla stessa famiglia vegetale, non sono solubili in acqua ma vanno prima ridotti chimicamente: un processo complesso che pure veniva attuato già nella preistoria. Esistono tracce di questo uso in una tavoletta cuneiforme del VII secolo a. C. dove si descrive il processo di riduzione e poi l’ossigenazione. Una delle “spezie” importate dai portoghesi in Europa a partire dal 1512 fu l’indaco, che dava una tinta magnifica e costava poco rispetto al guado, molto coltivato in Francia e Germania. Questo provocò la perdita del posto di lavoro da parte di migliaia di lavoratori del guado, che si ribellarono con violenza e costrinsero i propri governanti a proibire l’importazione di quello portoghese, che a quel tempo arrivava in pani cristallizzati, inducendo tutti a pensare che fosse un minerale.
Nella storia antica il colore più comune fu sempre il rosso. Il termine “coloratus” in latino è sinonimo di rosso, mentre il blu veniva in prevalenza usato da celti e germani, anche per i loro tatuaggi.
Il blu cominciò a diventare comune in Italia e Francia nel XIV secolo, quando fu adottato dai pittori per il manto della vergine Maria. In seguito divenne di moda fra i giovani romantici europei, dopo che il povero Werther, immortalato da Goethe nel suo romanzo, si sparò vestendo una giacchetta di quel colore.

Tutti sanno che il nome blue jeans deriva da una deformazione della voce Genova, letta in inglese ed è provato che il signor Lob Strauss (poi diventato Levi Strauss), importò centinaia di metri di un tessuto italiano da Genova, con costruzione “canvas” e di color marrone, che gli americani chiamavano “cotton duck”. Nel 1853 Levi Strauss stava a San Francisco per via dell’oro trovato sulla Sierra Nevada ma non sappiamo con esattezza quanto tessuto italiano egli aveva importato, perché tutto l’archivio della Levi Strauss, a San Francisco, andò distrutto nel 1906 nel terremoto e nel successivo incendio che distrusse la città. Voleva produrre delle tende per i minatori ma tutto cambiò quando qualcuno gli chiese dei pantaloni fatti con quel tessuto resistente. Era un ebreo tedesco, nato nel 1829 e che sbarcò a New York nel 1847 con la sorella e la madre appresso, adattandosi a vendere come ambulante e portandosi in spalla un sacco pesante 40 chili: quella era una occupazione comune agli ebrei, che venivano accolti bene nelle cittadine di provincia americane e additati come “la gente della Bibbia”.

Il nome denim indica il tessuto e non il capo finito. I francesi raccontano che fu inventato da loro, a Nîmes. Ma in realtà noi italiani possediamo alcuni indumenti antichi – sempre con una costruzione a “canvas” e non il twill 3/1 comune oggi per i blue jeans – indossati dai marinai genovesi.
Al Museo del Risorgimento di Roma si trovano un paio di vecchi jeans indossati da Giuseppe Garibaldi, con una toppa su di un ginocchio. L’Eroe dei due Mondi li ricevette dal padre e ormai vecchio a Caprera li passò a un giardiniere, dicendogli di gettarli via. Per fortuna l’uomo intuì il loro valore e furono preservati. Non hanno una tinta blu brillante, ma cerulea perché a quel tempo s’utilizzavano gli estratti di guado, che forniva un pigmento più chiaro.

Osservando un paio di blue jeans non possiamo immaginare la laboriosità richiesta per produrli, attraverso processi tecnologici che si sono evoluti al fine di poter imitare, a un costo contenuto, dei processi vecchi di millenni. Infatti, a differenza di tutti gli altri tessuti in circolazione, il denim vien prodotto tingendo prima gli orditi con indaco in ambiente ridotto – l’uomo preistorico seguiva un simile sistema – e poi, dopo l’ossidazione all’aria si ha il fissaggio delle grosse molecole blu sulla superfice del cotone. Poi il subbio con gli orditi vien posto sul telaio, dove viene inserita una trama bianca. Per andare ancora più vicini alle vecchie tecniche produttive si son tolti dai musei i vecchi telai a navetta, rammodernati e rimessi al lavoro.

La produzione di denim a livello mondiale è enorme, si parla di miliardi di metri ogni anno, con l’India, la Cina, la Turchia e il Pakistan ai primi posti per quantità. Se invece parliamo di qualità, due sole sono le nazioni che emergono: il Giappone e l’Italia.
Due Paesi che competono seguendo due diverse scuole di pensiero. Il Giappone cerca di produrre denim il più possibile simile a quello usato dai minatori alla fine dell’ottocento, ai quali Levi Strauss vendeva i suoi prodotti, così come i capi successivamente vestiti dai cow-boy, i Lee e i Wrangler, di non minor importanza per la storia di questo indumento.
L’Italia invece si distingue per la visione artistica del passato e per volerlo farlo rinascere, un po’ come abbiamo fatto durante il Rinascimento, reinterpretando l’antichità greca e romana.
La ditta italiana più rappresentativa da tale punto di vista è certamente la Candiani Spa di Robecchetto, un paese di tremila abitanti, a trenta chilometri da Milano, una fabbrica leader a livello mondiale nel proprio settore, tant’è che alcuni marchi americani mettono etichette per specificare che il tessuto è Made in Robecchetto, un po’ come farebbe un produttore di auto il quale indica che il motore è un Ferrari.

Una particolarità dei blue jeans moderni, che avrebbe fatto scuotere il capo ai nostri padri, è il lavaggio più o meno distruttivo, gli strappi, i trattamenti manuali e ad umido. Sbagliare il tipo di lavaggio per la prossima stagione significa un disastro nelle vendite, mentre centrarlo vuol dire vendere tutto. Anche qui noi italiani dettiamo legge nel mondo, sia per previsioni di moda che per tecniche di lavaggio, anche se va detto che la moda dei blue jeans antichi e originali è una delle tipiche manie giapponesi. Infatti, a partire dagli anni 80 tutti i vecchi blue jeans americani sono finiti in Giappone, dove vengono venduti a prezzi incredibili, e parliamo di centinaia di container colmi di questi capi.

La Levi Strauss fu la prima ditta al mondo a promettere un rimpiazzo gratuito in caso di rottura dovuta a difetti di fabbrica e a creare l’idea del marchio come sinonimo di qualità. Nel 1890 adottarono la cucitura a gabbiano per la tasca posteriore, con il filo arancio, questo è il primo brevetto per un prodotto tessile della storia, anche se la registrazione vera e propria la fecero solo nel 1942!
La Levi Strauss ha forse dormito sugli allori negli ultimi 40 anni e questo ha permesso a un gran numero di nuovi marchi di emergere. La loro attitudine al conservativismo è leggendaria ma una storiella serve a ben illustrarla.
Nel 1879 cominciarono a porre dei rivetti di rame sulle cuciture, e adottarono un doppio filo arancione per imitare il colore di quel metallo, questo accadde grazie a un’intuizione di Jacob Devis, che rafforzò grandemente la resistenza allo strappo dei pantaloni. Funzionavano quei rivetti, ma volendo strafare, ne misero anche sulle tasche posteriori, che però rovinavano le selle e le sedie, e pure una, udite udite, in fondo alla patta, sotto all’ultimo bottone. Cominciarono a ricevere lettere di protesta da parte di cowboy, perché quando si mettevano davanti a un falò, durante le loro gelide notti all’addiaccio, tale rivetto metallico tendeva a surriscaldarsi, provocando un’ustione, o un forte fastidio, allo scroto…immaginiamo i latrati notturni, simili a quelli del coyote.
Dopo varie riunioni e ripensamenti decisero di toglierli, ma solo nel 1940!

Angelo Paratico

20 agosto 2017 0 comment
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ROBECCHETTO CON INDUNO E MALVAGLIO – Il primo di agosto, dell’Anno del Signore 2017, in un caldo pomeriggio,  abbiamo incontrato Sandro Passerini, uno dei titolari della Cascina Cirenaica che si trova ai margini dei territori di tre Comuni: Malvaglio di Robecchetto con Induno, Cuggiono e Castano Primo. E’ un lavoro antico il suo: una storia lunga millenni durante i quali la ‘Tèra négra che fa al furmènt’ non sempre è stata rispettata, anzi si è cercato di drogarla per far sì che potesse dare maggiori frutti, con il rischio di farla diventare ‘Tèra biànca che var niènt’.

Un paese immerso nella campagna

Il territorio di Robecchetto con Induno, dove insiste la maggior parte dei terreni della cascina Cirenaica, è immerso nel Parco del Ticino e anche questo ‘stato di grazia’ ha aiutato nelle scelte ecosostenibili che hanno caratterizzato la crescita dell’azienda agricola negli ultimi decenni.

Non è facile datare le cascine posteriori al Cinquecento – e sono il maggior numero – perché questo tipo di edificio tese sempre più ad allontanarsi dal filone castello-cascina di nobile memoria, aprendo la porta alla ‘corte’, quasi sempre dotata di aia, luogo un tempo utilizzato per la raccolta e la lavorazione (essicazione) dei prodotti.  Certo è che il nome ‘Cirenaica’ rimanda al tempo della guerra di Libia d’inizio Novecento, ma la storia della cascina lombarda – lunga almeno cinque secoli – è stata scritta da autori di chiara fama e lì rimandiamo chi volesse saperne di più. (1)

L’Anagrafe castanese registra tredici cascine alla fine dell’Ottocento, contro le quattro del Cinquecento (Malpaga, Cornarina, Cantona, Saronna), ma la ‘Cirenaica’ non è elencata:  è un progetto realizzato, molto probabilmente, dalla famiglia nobile (Mapelli) che possedeva i terreni posti a corollario dell’edificio.

1969: I Passerini arrivano alla cascina Cirenaica

Lombardi di antica memoria e tradizione i Passerini acquistano la ‘Cirenaica’ nel 1969, dagli eredi del conte Mapelli. All’epoca era un allevamento tradizionale di zootecnia da latte che fu trasformato, una decina di anni dopo, in suinocultura. Ma è nel 1984 che la famiglia decide di investire per migliorare le condizioni di vita dei \maiali, con la realizzazione di una nuova porcilaia (a ciclo chiuso con scrofaia), che rappresenta il primo passo verso un maggiore ‘rispetto’ nei confronti degli animali di allevamento. Già allora i fratelli Passerini (Sandro e Giampietro) andavano alla ricerca di un’agricoltura più ecosostenibile, più vicina all’uomo che ai supermercati, che piano piano si concretizzò, cominciando dalla realizzazione di vasche di maturazione e valorizzazione dei liquami (1996).  Due anni dopo, il padre Francesco passò il testimone ai figli, che decisero di dialogare con il Parco Ticino per poter aderire al Registro delle Aziende Agricole a Marchio Parco Ticino – Produzione Controllata, mettendo a punto (a quell’epoca), un disciplinare condiviso per l’allevamento dei suini ecocompatibile ed etico.

Ridussero da subito il numero dei capi di allevamento aumentandone gli spazi vitali, creando così un progressivo aumento del benessere degli animali in linea con gli standard fissati nei The Five Freedoms (Le 5 libertà), che prevedono, per esempio, una lettiera con paglia, dove i suinetti riposano nella fase di svezzamento e magronaggi, dove possono giocare, nutrirsi in libertà, e senza maltrattamenti.

1994: : “Per andare avanti siamo ritornati indietro!”

“Ricordo che dicevo a mio padre che 300 quintali di concimi chimici erano troppi, che la terra si sarebbe’arrabbiata’, che non sarebbe stato possibile continuare in progress. Oggi i concimi chimici li abbiamo ridotti di oltre il 90% e la nostra non è più un’agricoltura intensiva. Quest’anno abbiamo messo a coltura il 40% di mais, affiancato a frumento e orzo, anche per la paglia seguendo la coltivazione del Sorgo; e tante leguminose (pisello, favino, lupino dolce) al 20%, proprio al fine di migliorare la qualità del terreno in modo naturale. Inoltre, da molti anni abbiamo ripreso la’baulatura’ del frumento, ovvero la trasemina del trifoglio all’interno del frumento in crescita, proprio per migliorarlo ulteriormente, evitando il terreno brullo d’estate e d’inverno”.

Una parte dei cereali e legumi coltivati al’Azienda Agricola Cirenaica, sono destinati per uso umano, venendo trasformati in farina, tutte macinate a pietra (per mantenere le virtù dell’olio del germe) e poi trasformata in prodotti a forno, grazie alla filiera agroalimentare creata con il ‘Panificio e Pasticceria Lorenzini’ di Turbigo, ‘Il Pane di Patrizia e Carlo’ di Robecchetto e ‘Il Fornajo’ di Verghera, negozi dove è possibile trovare prodotti realizzati con farina dei cereali del Parco del Ticino. Per non farsi mancare niente, all’interno dell’azienda agricola si coltiva anche della frutta (mele, pesche, albicocche) una parte della quale viene trasformata in conserve, e/o conservata anche per i dolci.

L’antico rapporto produttore-consumatore messo in discussione dai supermarket

Anticamente c’era un rapporto diretto dell’azienda agricola con il consumatore. L’iniziativa della ‘Latteria Moderna’ della Villa Annoni era esemplare, e ancora all’inizio del Novecento accadeva che le donne si riunissero per cuocere il pane davanti al forno del paese. “Oggi tocca a me, domani tocca a te”, Bisognava scaldare il forno perché il venerdì lo si spegneva e il lunedì si riaccendeva. Era necessario cercare della legna scadente (robinia) per introdurla nella camera del forno che, una volta arrivata a temperatura, era pronta a ricevere il pastone che era stato preparato nel ‘baslot’. Per farlo lievitare si utilizzavano le briciole recuperate nella ‘marneta’, una volta che erano diventate ‘brusche’, e che, oggi, chiamiamo “pasta madre”. Ogni donna portava le sue pagnotte, quindi per poterle individuare cotte facevano un segno. Un altro mondo, quello delle civiltà contadina, che è rimasto solamente nella memoria dei vecchi, ormai quasi tutti scomparsi.

Con l’avvento della industrializzazione si è verificato uno scollamento tra il produttore e il consumatore. La grande diffusione dei supermarket, d’ispirazione americana, la cosiddetta ‘società dei consumi’, sostenuta da una pubblicità asfissiante che induce il consumatore ad acquistare determinati prodotti ha chiuso quella parentesi storica. I contadini hanno smesso da tempo di vendere il latte appena munto. Il latte crudo, dicono, è sporco e fa male e pazienza se l’abbiamo sempre bevuto da piccoli.

La conseguenza è stata che le aziende agricole soprattutto quelle piccole, sono entrate in crisi e i negozi ed empori di vicinato, che avevano inizialmente la funzione di collegamento tra aziende agricole e consumatori, hanno tirato giù la ‘claire’ e hanno chiuso attività decennali. Di questi, oggi, sono rimaste solamente le insegne arrugginite, ma sembra che la politica ora, se ne sia accorta e per evitare la desertificazione dei piccoli centri c’è la proposta di istituire una zona franca (nella quale ci saranno agevolazioni fiscali) al fine di evitare la chiusura dei piccoli esercizi commerciali. Lo scopo è quello di rivitalizzare il commercio nei centri minori, contrastando il fenomeno che mette in difficoltà chi ci vive e impoverisce il tessuto sociale. L’ex assessore al Commercio e vicesindaco di Robecchetto, Alessandro Foieni, nei dieci anni che è stato in Amministrazione, aveva messo in primo piano la difesa dei negozi sottocasa proprio per il valore sociale in sé, in quanto la chiusura di certi esercizi commerciali, come il piccolo alimentare di paese, determina pesanti ricadute sulle fasce più deboli della popolazione, in primo luogo degli anziani. Devono rivolgersi ai figli, perdendo così punti di riferimento fondamentali dove erano radicate le loro abitudini: si comprava un etto di salame, ma si scambiavano anche quattro parole che facevano bene alla salute!  E’ un fenomeno – questo della chiusura dei micronegozi –  che sfilaccia il tessuto sociale, storico e culturale dei nostri paesi, al punto che al mattino non si esce più per fare la spesa, ma si aspetta la disponibilità del figlio per fare una corsa al supermarket.

2002: “I nostri prodotti nostrani vanno in Europa”

Premesso che l’agroindustria – negli Anni Novanta del secolo scorso – non era pronta a produrre con un minor impatto ambientale – continua Sandro Passerini .  ma vista la domanda di prodotti ‘nostrani’ da parte dei consumatori ci siamo messi di buzzo buono a produrli. Avevano (e hanno i prodotti senza o.g.m., ndr) un costo di produzione più alto rispetto a quelli delle multinazionali, ma l’aver impiantato un salumificio (2004), con macellazione e trasformazione interna, ci ha permesso di avere margini tali da evitare il ritorno all’agricoltura convenziale di carattere intensivo. Abbiamo così imboccato con convinzione la strada dell’agricotura ecosostenibile a marchio ‘Parco del Ticino’ e oggi possiamo dire di avercela fatta. Nel nostro salumificio lavoriamo con l’antica tradizione ‘Norcina’ utilizzando tecniche all’avanguardia sotto il profilo sanitario, al punto che possiamo vantare il ‘Bollo Ce’,  che documenta come i nostri prodotti siano continuamente soggetti ai controlli del Servizio Sanitario Nazionale” ed è l’Autorizzazione sanitaria che consente la libera circolazione di alimenti di origine animale in tutta l’Unione Europea”.

Quindici anni fa, l’inaugurazione dello Spaccio Aziendale vide confermata la collaborazione tra privati e istituzioni e lo disse chiaramente il medico-veterinario Sante Zuffada (oggi senatore della Repubblica) che aveva seguito l’istruttoria dell’azienda: “Questa realizzazione è un esempio importante di collaborazione tra Comune, Parco del Ticino, Provincia di Milano e i privati (fratelli Passerini, ndr) che ha permesso di raggiungere alti livelli sanitari. Nel nostro Distretto è l’unica azienda che si è lanciata nel recupero della tradizione locale. Un grosso impegno, ma l’obiettivo raggiunto è alto: potrà vendere i propri prodotti in ambito europeo vantando il marchio del Parco del Ticino”.

La norcineria, l’arte di lavorare la carne di maiale, ha una tradizione antica e tecniche tradizionali che i Fratelli Passerini hanno cercato di recuperare dalla memoria del tempo in un’angolazione salutistica. “Il nostro ‘brand’ – partendo da un suino alimentato in modo corretto ed allevato ‘felicemente’ – è caratterizzato da una carne poco stressata (2), ovvero più salutistica e da una bassa quantità di grassi saturi, responsabili del colesterolo cattivo, che crea probemi alla coronarie. Macelliamo maiali maturi che hanno oltre un anno di vita, per produrre salumi in modo tradizionale, lavorati a mano, senza lattosio, fibre o correttori d’acidità, e le cosce le mandiamo a stagionare sul lago d’Oggiono dove c’è un clima particolare. Li lasciamo lì due o tre anni, a seconda delle dimensioni delle cosce, e così otteniamo una quantità di grassi polisaturi ed insaturi altissima non solo nei prosciutti crudi, i quali posseggono il riconoscimento ministeriale di Prodotto Agroalimentare Tradizionale (Pat)”, ma anche in tutti i salumi. 

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NOTE

1 –  CESARE CANTU’, Grande illustrazione del Lombardo-Veneto, Milano, 1858; CESARE SAIBENE, La casa rurale nella pianura e nella collina lombarda, Firenze, 1955; CARLO PEROGALLI e altri, Cascine del territorio di Milano, Milano editrice.

2 – FRANCESCO ARIOLI, Ricercatore presso l’Università degli Stdi di Milano – Dipartimento di Scienze Veterinarie per la Salute, la Produzione Animale e la Sicurezza Alimentare, in una relazione di qualche anno fa (2013) ha così concluso: “I dati sopra riportati evidenziano che i livelli di cortisolo e cortisone urinari dei suini dell’Azienda Agricola Cirenaica sono più bassi di quelli dei suini da altri allevamenti. I fattori che potrebbero influire su questi parametri, indicativi di maggior benessere dei suini dell’Azienda stessa, sono da individuare sia nella soddisfazione delle specifiche esigenze degli animali, nell’attenzione alle condizioni di stabulazione, alle pratiche zootecniche e alla densità degli animali. Non è comunque da sottovalutare, anzi è da sottolineare, l’importanza della presenza di un macello all’interno dell’Azienda, che evita agli animali lo stress derivante dal trasporto e dal cambiamento di ambiente precedente la macellazione”.

 

FOTO Sandro Passerini nella sua azienda e un’antica immagine del Contadino del Mandamento di Cuggiono

12 agosto 2017 0 comment
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